Kabul, la strage nel quartiere della diplomazia segna l'inizio della nuova guerra in Afghanistan

Cento morti e centinaia di feriti per un attentato con un'auto-bomba nella zona più protetta di Kabul, il quartiere delle ambasciate e in particolare quella della Germania. Una strage in gran parte di civili che si recavano al lavoro negli uffici e nei negozi.


I Talebani smentiscono la loro responsabilità nell'attentato, che invece potrebbe essere opera dell'ISIS che da tempo ormai ha spostato la sua strategia di guerra e terrore in Afghanistan.
L'attentato di Kabul mostra un tragico sincronismo con i proclami del G7 di Taormina e con l'escalation degli ultimi mesi, e annuncia la risposta dell'ISIS alla decisione dell'amministrazione Trump di sganciare la MOAB, la "madre di tutte le bombe", contro i centri militari dei Talebani.
L'ISIS vuole dimostrare di essere l'unica ad avere la forza e l'agibilità sul territorio afghano, sostituendosi ai talebani nella guerra contro l'occupazione occidentale che dal 2001 non è di fatto riuscita a riportare la pace nel paese. L'attentato di Kabul,nella città che rappresenta una sorta di isola protetta nel marasma afghano, e nel quartiere iperprotetto delle ambasciate, è un terribile segnale di cambiamento e di escalation.

La prima reazione americana, scontata, è contenuta nella dichiarazione di Trump che ha annunciato il re-invio di truppe in aggiunta ai circa diecimila soldati ancora presenti sul territorio.
Sono passati sedici anni dall'inizio della guerra USA in Afghanistan: dopo otto anni con la presidenza Bush e otto anni con quella di Obama, Trump rimette la questione nelle mani dei militari e delle superbombe. Ma nel frattempo i nemici non sono diminuiti e con la strage di Kabul l'ISIS annuncia la sua tragica superpresenza nella nuova partita afghana.

In Afghanistan è iniziata una nuova guerra, senza che la vecchia fosse mai finita.

Dall'Afghanistan uno schiaffone a Firenze

 

Le bugie dei politici non fanno notizia, perché sono la norma. Dovrebbe quindi essere una non-notizia il mancato rispetto degli impegni che Renzi si era preso sul ritiro delle truppe italiane in Afghanistan. Ce ne andremo entro giugno 2015, ma poi "ancora pochi mesi e ce ne andremo", e a ottobre ancora "pochi mesi".

Sommando i pochi mesi si arriverà al 2023. Una banale domanda, che Renzi non si pone e a cui in ogni caso non risponderebbe: "Cosa diavolo pensi che possa cambiare in "pochi mesi" in Afghanistan, dopo che per quasi 15 anni non è cambiato nulla, se non il numero dei morti ?". Forse Obama gli ha rivelato qualche verità sconvolgente per convincerlo a restare "pochi mesi" nel mattatoio afghano? un'arma segreta per annientare i Talebani e riprendere il controllo della situazione ? Le notizie che arrivano da Kabul sono di tutt'altro segno: il governo è debole, diviso, corrotto e non riesce ad avere il consenso oltre la regione della capitale. Lo scenario geopolitico è addirittura peggiorato, perché lo scontro USA-Russia e il casinò mediorientale rendono ancora più difficile trovare mediazioni e anzi esaltano l'instabilità della faglia afghana.

Nessun politico serio dovrebbe sottovalutare i rischi di guerra che provengono da quella parte del mondo e per questo nessun politico serio dovrebbe fare dichiarazioni estemporanee e ondivaghe. La verità è che Renzi ha accettato di prendere schiaffi in Afghanistan per fini meno nobili, che sono gli stessi di quelli che lo stuzzicano ad "intervenire" in Iraq o in Siria o in Libia. Consumata la favola delle missioni umanitarie, l'interventismo nelle guerre locali, sempre più globali, si giustifica solo per motivi di spartizione di affari di ogni risma, cioè buone ragioni per accettare di prendere uno schiaffone alla propria credibilità.

L'Afghanistan per Renzi è un EXPO che non chiude mai.