Il golpe di XI JINPING, dalla dittatura del Partito alla dittatura personale

E' bastato eliminare poche parole dalla Costituzione cinese, per trasformare il sistema da una dittatura del Partito a quella di una sola persona, il boss Xi Jinping. Non essendoci più il limite dei due mandati (di cinque anni ciascuno) per la carica di segretario generale e presidente, Xi Jinping potrà essere reincaricato per altri 20 anni e il suo "Pensiero sul Socialismo con le Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era" verrà inserito nella Costituzione per ricordarlo in eterno.

Si tratta di una mossa già prevista alla fine dello scorso anno ma che ha provocato forti reazioni nella comunità dei dissidenti, i pochi rimasti a piede libero in Cina e i tanti emigrati all'estero.

Scrive Mo Zhixu ( 莫 之 许) , pseudonimo di Zhao Hui ( 赵晖) su China Change: 

Durante il 19 ° Congresso del Partito nel novembre 2017, non è apparso nessuno nel nuovo comitato permanente del politburo essere il potenziale successore di Xi Jinping, poiché Hu Jintao era a Jiang Zemin, e Xi Jinping era a Hu Jintao. La gente allora aveva già previsto che Xi Jinping avrebbe continuato a rimanere al potere dopo che il suo mandato scadrà tra cinque anni, con l'unico essere sconosciuto:

Anche se la proposta di sopprimere il limite di tempo è solo la caduta dell'altra scarpa, ha causato un enorme scalpore. Da ieri, si percepisce una certa disperazione in ogni gruppo di chat su WeChat; le ricerche per "yi-min" (immigrazione) sono aumentate, e le persone hanno discusso su quali paesi possono fuggire.

Vi sono ragioni complesse per cui un tale cambiamento costituzionale ha sconvolto la società cinese, il più fondamentale è che il limite a due termini sancito nell'attuale Costituzione, che è stata modificata nel 1982, è la configurazione politica ed economica dell'era Deng Xiaoping. Per smantellarla è bastato premere il pulsante di reset per una nuova era.

Il limite di due mandati nella costituzione del 1982 era il risultato della dolorosa revisione della Rivoluzione Culturale da parte della leadership cinese: un leader supremo che aveva il mandato a vita aveva abbastanza tempo per elevare il suo potere ad essere adorato da tutti gli altri, e aveva il potere assoluto sulle vite e sulla morte degli altri. Coloro che hanno pagato il prezzo più alto erano quelli che una volta avevano occupato posizioni elevate. Abolire il mandato a vita e sostituirlo con un termine limitato avrebbe impedito l'emergere di persone come Mao. Era, in primo luogo, una misura di autoprotezione per le alte cariche del partito.

In pratica, tuttavia, il termine limite e l'istituzione della leadership collettiva hanno avuto un effetto maggiore: ridurre efficacemente il potere del leader numero uno. Mentre la Cina ha spostato l'attenzione sullo sviluppo economico, è stata in grado di dare un aspetto pragmatico o persino ragionevole nella sua governance, anche se il regime è rimasto una dittatura. Agli analisti che hanno osservato da vicino la Cina, come i professori Andrew Nathan e David Shambaugh, questa apparizione era un'indicazione della "resilienza" del regime.

Tale aspetto ha offerto alle persone comuni una visione ottimistica del futuro della Cina, assicurando al contempo che il capitale straniero potesse fidarsi del sistema. Questi sono stati i fondamenti psicologici della rapida crescita economica della Cina negli ultimi decenni.

Nel discorso liberale cinese, il tetto dei due mandati è stato considerato un punto di riferimento della riforma politica, una manifestazione dell'autolimitazione del partito comunista cinese.

Per molto tempo, la classe media emergente della Cina ha voluto perseguire il cambiamento, ma è stata ugualmente spaventata dal caos: cioè, sono insoddisfatti della politica autocratica cinese e sperano che si riformi, ma allo stesso tempo, come beneficiari degli attuali accordi Sei contrario a un cambiamento radicale. I loro interessi acquisiti guidano i loro orientamenti psicologici e li rendono più inclini a sostenere una riforma graduale. In larga misura, il rapido sviluppo e la trasformazione sociale ed economica della Cina hanno avuto luogo in condizioni politiche notevolmente stabili. A parte il credito guadagnato attraverso la cosiddetta "legittimità delle prestazioni", la capacità di adattamento e di riforma del PCC è stata ampiamente accettata ed è un presupposto fondamentale della stabilità politica della Cina.

Riforma graduale - Via col vento

Per questi motivi, l'abolizione del limite ai mandati, mentre prima minacciava chi è al potere, rappresenta il colpo più forte contro la fede nel sistema economico e politico cinese. Questo perché negli ultimi anni il potere di Xi Jinping si è gonfiato enormemente, vanificando la credenza del pubblico nella razionalità di base del dominio comunista. L'annullamento del limite è la goccia che spezzerà la schiena del cammello: ora la leadership è tornata alla regola degli uomini forti e non ci sono limiti al suo potere, e quindi l'apparenza di un regime fondamentalmente pragmatico è stata anche schiacciata.

L'esplosione nelle persone che cercano la frase "immigrazione" è un perfetto esempio del trauma psicologico delle ultime notizie. Il periodo successivo al 1989 vide già una severa sfida alla narrativa dell'autoriforme e dell'adattamento del Partito comunista; ora, quella narrativa sembra basata semplicemente sulle riforme degli anni '80, e in particolare sull'emendamento costituzionale del 1982 che ha visto il limite dei termini implementato per i posti di comando dello stato.

Da quando è salito al potere, Xi Jinping ha aumentato la repressione e il controllo della società, e le prospettive di una riforma graduale non sono più sul tavolo. L'abolizione del sistema di limiti del termine eliminerebbe completamente la base per le affermazioni sull'adattabilità del PCC e ha trasformato tutte le speranze di una riforma graduale basata su questo argomento in uno scherzo. Questo equivale a una pena di morte per una riforma graduale, tanto efficace quanto il gabinetto di emergenza istituito alla fine della dinastia Qing per occuparsi della rivoluzione Xinhai.

Negli ultimi anni, molte persone insoddisfatte del governo di Xi avevano ancorato le loro speranze a che Xi fosse disabile in una (fittizia) lotta di potere; mentre altri si erano rassegnati ad aspettare fino al 2022 quando consegnava il potere. Ma il consolidamento del potere di Xi al XIX Congresso del Partito ha distrutto il precedente desiderio e l'eliminazione del limite di scadenza ha fatto scoppiare la bolla di quest'ultimo.

Il potere di Xi Jinping e la linea politica che ha perseguito continueranno ora indefinitamente. Ma ancora più importante, le ipotesi di base sulla politica e l'economia della Cina, sul futuro di Xi Jinping e sulle prospettive di riforma, sono state tutte bucate da questo sviluppo. 

Ora non ci sono prospettive immediate per il cambiamento. Questo è il motivo per cui quello che è stato un annuncio così sorprendente ha portato a uno shock e a un lamento universale.

 

prodi berlusconi gentiloni

Romano Prodi sembra che abbia trovato il suo vero erede in Paolo Gentiloni, ex pro tempore di Matteo Renzi ora impegnato a costruire la propria ditta per cercare di tornare al governo dopo le elezioni del 4 marzo.

 

La sortita di Prodi - non si tratta di una vera e propria discesa in campo - ha il pregio di essere semplice e chiara, senza fraintendimenti: l'appoggio a Gentiloni è in funzione anti Renzi e a favore di un governo di larghe intese con Berlusconi.

Dalla intervista del Corriere della Sera a margine del comizio di Bologna:

Gentiloni è la persona giusta per guidare un governo che riformi il Rosatellum?

«Sì. Non per caso la mia sortita dopo nove anni è stata a sostegno di Gentiloni, non è un fatto casuale».

In caso di stallo sosterrebbe un governo di larghe intese con Berlusconi?

«Io ho dato il mio sostegno pieno a un disegno, dopodiché in democrazia tutto dipende dai voti. Il problema dell’Italia è l’instabilità. Quando diventai premier e andai a Berlino per la prima visita ufficiale, il cancelliere Kohl mi abbracciò felice e poi mi chiese "chi viene la prossima volta?". Ormai questo aneddoto lo conoscete a memoria, ma se non chiudiamo questa storia dell’instabilità ci staremo sempre dentro».

Traduzione: dopo il 4 marzo c'è bisogno di un governo gentiloni con l'appoggio di berlusconi e la benedizione di prodi, per fare un paio di anni di sonno tranquillo con la ninna nanna di draghi, raffazzonare una legge elettorale di nuovo maggioritaria, riportare all'ovile i bersani d'alema, e riprendersi dallo shock del perditutto renziano.

Prodi e Berlusconi sono come due vecchi acerrimi nemici che alla fine si ritrovano sullo stesso fronte. Il Professore e il Pornostar, nel nome della realpolitik ovvero mai un governo con i 5Stelle, sfidano il senso dell'imbarazzo e del ridicolo e si lanciano in un nuova sfida per interposta persona, ma questa volta chi vince va bene anche a chi perde.

Il Professore si traveste da Gentiloni, l'ex maggiordomo diventato padrone; il Pornostar si affida a Tajani, faccia a Bruxelles e anima all'amatriciana.

Solo a pensarci, viene voglia di non andare a votare.

 

Russiagate, Mueller mette all'angolo Trump

Il procuratore speciale Robert S. Mueller III, incaricato di far luce sulle interferenze russe durante le elezioni presidenziali USA 2016, ha emesso il primo indictment, atto d'accusa ufficiale, contro 13 cittadini russi - tra i quali il miliardario "cuoco di Putin" - per aver svolto attività illecite finalizzate a manipolare i risultati del voto.

 

mueller indictment

L'atto d'accusa è un primo duro colpo al Presidente Trump, il quale aveva sempre negato che ci fossero state attività di condizionamento della campagna elettorale da parte dei russi, accusando i media di diffondere fake news per screditarlo.

Nelle 37 pagine del rapporto Mueller si evidenzia che i russi si erano organizzati già dal 2014 per preparare una rete di account, blogger, siti con false identità allo scopo di diffondere notizie in grado di influenzare altri media e l'opinione pubblica.

Dopo aver letto l'indictment, Trump ha twittato:
“Russia started their anti-US campaign in 2014, long before I announced that I would run for President. The results of the election were not impacted. The Trump campaign did nothing wrong - no collusion!”

 

La debolezza della sua difesa, tra l'altro non richiesta perchè Mueller per il momento non lo accusa esplicitamente, dimostra che il POTUS è stato messo all'angolo dalla strategia del procuratore speciale.
E' vero che nel 2014 Trump non era ancora sceso in campo, ma è altrettanto ovvio e banale che i Russi avevano iniziato i preparativi riservandosi di cavalcare un candidato piuttosto che un altro sulla base delle valutazioni e opportunità che sarebbero emerse nel frattempo.
In poche parole, la rete organizzata dagli uomini di Putin era fatta apposta per incontrarsi con il candidato che più si sarebbe prestato a farsi influenzare, e questo è accaduto con Trump, il quale con ogni probabilità sapeva tutto fin dall'inizio. Putin aveva spianato la strada che The Donald avrebbe poi percorso.

Il procuratore Mueller accusa i Russi di aver tramato contro gli Stati Uniti d'America per far eleggere un Presidente a loro gradito: questa accusa immobilizza Trump e lo mette all'angolo, dove sarà costretto a subire una scarica di colpi sempre più diretti.

Il capolavoro nell'inchiesta di Mueller è stato quello di non aver puntato subito al capitolo finale, cioè il coinvolgimento di Trump, ma di aver smontato la sua tesi, cioè la "non esistenza" del complotto russo.

Capitolo 1 - come i Russi hanno preparato il complotto
Capitolo 2 - come Trump, venutone a conoscenza, abbia gradito l'aiuto dei Russi
Capitolo 3 .....

Elezioni 4 marzo, la DESTRA ha già vinto

Se c'era bisogno di capire chi e perchè vincerà le elezioni politiche del 4 marzo la risposta è arrivata in modo chiaro e inequivocabile da Macerata: vincerà la destra di Berlusconi-Salvini con la quasi piena soddisfazione dei fedelissimi di Renzi.

Il voto degli italiani, i due terzi che andranno a votare, servirà solo a stabilire se la maggioranza in Parlamento sarà autosufficiente o se dovrà ricorrere a qualche manipolo preso in "prestito" dal PD.
Ad avvalorare questa triste ipotesi non ci sono solo i sondaggi, tutti unanimi nel dare la coalizione di centrodestra  vincente grazie ad una legge elettorale idiota voluta da Renzi, ma soprattutto il clima e l'aria che si respira fanno intuire che c'è un'ampia egemonia culturale di destra che accomuna gran parte dello schieramento politico. Il neofascista che ha tentato la strage a Macerata è stato trasformato in un eroe della causa nazionale dalla destra sia estrema che moderata, ma anche dalle prove di impotenza dei rappresentanti di governo e delle istituzioni locali.

L'unica incertezza nella vittoria del buio dejavu è rappresentata da chi raccoglierà più voti tra Salvini e Berlusconi.
Se dovesse essere il primo, gli verrà fatto capire con le buone o le cattive che non può essere lui il presidente del consiglio ma in cambio riceverà molti posti di potere; se, come sembra, dovesse vincere Berlusconi, a Bruxelles faranno comunque festa e a Francoforte faranno gli straordinari per stampare altra moneta.


Il Movimento 5Stelle si consolerà con l'effimero primato tra i partiti. Nel futuro Parlamento dovrebbero avere vita facile ad accreditarsi come unica opposizione al governo, ma penso che sarà anche molto alto il rischio dello sfarinamento.

Renzi non ha ancora deciso quale potrebbe essere il risultato più utile per lui e il suo cerchio.

Quello più favorevole, scartata l'eventualità diche il centrosinistra + LeU avvicini la soglia dei 316 seggi, sarebbe un voto senza maggioranze possibili, nel qual caso si andrebbe a mantenere Gentiloni per altri 12 mesi a Palazzo Chigi sorretto da una maggioranza tecnica PD-Forza Italia.
Un governo Gentiloni consentirebbe di gestire il potere in continuità per preparare nuove elezioni chissà con quale porcata di legge elettorale e rinvierebbe forse la resa dei conti interna al PD alle calende greche.
In alternativa c'è l'ipotesi di un Renzi che, messo in minoranza nel PD, se ne va a cercare fortuna con un nuovo partito personale con il vantaggio di possedere l'80% dei parlamentari eletti.

Anche lui si metterebbe a  cantare "non mi avere fatto niente".

 

Niente paura, la festa continua a WALL STREET

Come in un party di vip smodati in cui qualcuno inizia a straparlare e ad agitarsi (troppo anche per le sfrenate abitudini dei cocainomani festaioli) e i padroni di casa si sentono in dovere di buttarli fuori a prendere una boccata d'aria affinchè non disturbino gli altri, così a Wall Street e nelle piazze finanziarie globali i boss della finanza avida e insaziabile hanno iniziato a preoccuparsi del livello di eccessiva euforia, da loro stessi creata, che aveva contagiato i mercati.

Tutti a parole si aspettavano una "correzione", ma nessuno era disposto a scommetterci, tanto che le quotazioni del VIX, l'indice del costo dei derivati di copertura detto anche "indice della paura", era ai minimi storici da mesi, segno che quasi nessuno scommetteva sulla possibilità che con tanta "droga" in corpo i mercati potessero risentirne.
E' bastato un timido accenno della banca centrale americana alla possibilità di una lieve e controllata ascesa dei tassi di interesse - comunque inferiore all'aumento dell'inflazione reale -  per mandare in tilt i software di trading automatico che erano ancora posizionati sulle euforiche promesse di Trump e del gotha di Davos.

In pochi giorni il tasso di alcol e droga causato dallo "spaccio continuo" dei banchieri centrali è calato di qualche punto percentuale, quasi nulla rispetto ai livelli raggiunti ma sufficiente per:
- far perdere miliardi alle pecore che negli ultimi mesi si erano aggregate al boom delle borse (e dei bitcoin)
- far incassare il ricavato agli speculatori / banche che avevano ricevuto la soffiata
- giustificare le esose commissioni che l'industria finanziaria estorce ai risparmiatori ("vedete cosa succede a chi non ha un buon consulente?")

Per il momento quindi il crollo di Wall Street è servito solo a far prendere una boccata d'aria ai più esagitati, ma dentro tutti pensano che la festa continua. Nelle ore in cui le Borse mondiali erano prese dal panico, Mario Draghi a Bruxelles rassicurava tutti che lui continuerà a spacciare moneta.

Il terrorismo di DESTRA cerca la strage a Macerata

Il raid del neofascista Luca Traini a Macerata è la conferma che anche in Italia la destra razzista e violenta si sente "protetta" da uno schieramento politico più ampio al punto da uscire allo scoperto e cercare l'escalation.

 

Il leghista-fascista-militante di Salvini non ha esitato a strumentalizzare l'omicidio della giovane Pamela ad opera di un delinquente nigeriano per scatenare una reazione a metà strada tra il terrorismo e l'agitprop. Al posto del megafono ha utilizzato una pistola e invece della piazza ha cercato l'applauso nelle strade per la caccia all'immigrato da ammazzare.

Ha ragione Roberto Saviano su Twitter:

 

Credo che il futuro sia stato già ampiamente ipotecato e che le prossime elezioni del 4 marzo ne saranno la tragica riprova.

Salvini si prepara a giocare e a vincere su due tavoli diversi: se il centrodestra vince e ha i numeri per governare da solo, Salvini e le sue truppe si sentiranno ancora più protetti e legittimati nell'utilizzo delle minacce e delle violenze. Se Berlusconi si allea con Renzi per un governo di inciucio nazionale, il boss leghista avrà buon gioco dall'opposizione a scatenarsi su tutto e contro tutti.

Per questo l'estrema destra sta con Salvini, ricambiata.

 

 

 

 

AmazonNO

Ovvero tutti contro Amazon, ma solo a parole.


Appena si è diffusa la notizia che Amazon ha brevettato un dispositivo da mettere al polso ("braccialetto") degli oltre 500.000 dipendenti in tutto il mondo, i politici italiani hanno fatto a gara a commentarla con varie gradazioni di sdegno, in un encomiabile afflato di unità nazionale.


Da Salvini a Boldrini, passando per Gentiloni e Poletti, con il coro unanime dei sindacalisti, tutti hanno ravvisato l'ignobile tentativo di Amazon di schiavizzare i lavoratori, già sottoposti a condizioni precarie e stressanti e ora umiliati con un braccialetto, quasi fossero detenuti, e telecomandati, quasi fossero dei robot.

Qualcuno, senza successo, ha provato a spiegare che si tratta di un sistema di "guida", non di controllo, utile ad aiutare il lavoratore nella ricerca del pacco giusto da smistare entro 24 ore ai consumatori assatanati. Un modo ingegnoso di trasmettere indicazioni, consigli, e forse anche divagazioni; utilizzato volontariamente già da migliaia di persone che lo chiamano smartwatch anzichè braccialetto, anche se in fondo sono la stessa cosa.
Inoltre il braccialetto sarebbe uno strumento più "democratico" e rispettoso se si paragona al "guinzaglio" a cui sono sottoposti le migliaia di addetti ai call center di tutto il mondo.
E non è più "etico" controllare i ritmi dei lavoratori piuttosto che usarli come cavie per la misurazione dei gas di scarico delle automobili ?

A ben vedere, l'indignazione dei politici, soprattutto in campagna elettorale, è una beffa dentro la beffa, un'ipocrisia come tante altre.
Amazon può pensare di mettere il braccialetto ai propri dipendenti perchè nel mondo c'è una moltitudine di politici pronti ad abbaiare senza mordere. Grazie a questa schiera di ipocriti planetari, Amazon, come altri, è riuscita ad imporre nei trattati commerciali internazionali tutto quello che le serve per raggiungere e consolidare la posizione di monopolio in quasi tutto l'emisfero. E' riuscita ad evadere le tasse, ad annullare le normative anti-trust, a finanziarsi a costo zero per acquisire altre aziende, altri stabilimenti, altre tecnologie. Amazon è un enorme aspirapolvere di denaro, alimentato dalla sete di consumo di centinaia di milioni di individui, a cui è riuscita a mettere il braccialetto al cervello.

Perchè i politici che criticano e sbraitano non hanno fatto (e non promettono di fare) una legge per mettere un tetto alla quota di mercato di Amazon? una semplice legge per tutelare la concorrenza, come si faceva nell'era preglobalizzazione, e che potrebbe salvare molte aziende commerciali, altrimenti strozzate dalla potenza economica di Amazon.

Ma la lotta agli oligopoli è un argomento troppo NoGlobal, e c'è da scommetere che passate le elezioni i braccialetti di Amazon diventeranno "utili innovazioni tecnologiche" per creare quel "lavoro di qualità" tanto caro a Gentiloni.

Cosa hanno in comune VENEZUELA EGITTO RUSSIA e HONG KONG

putin al-sisi

In questi quattro paesi i cittadini sono chiamati al voto entro i prossimi mesi ma chi si candida a sfidare il boss già al potere viene escluso dalle elezioni e messo in galera.

Un sistema "efficace" e sempre più diffuso, utilizzato con successo da Erdogan in Turchia, che garantisce stabilità e non incontra particolari obiezioni negli altri paesi, molti dei quali sono alle prese con condizionamenti e restrizioni delle libertà.

Venezuela: entro fine aprile si dovrebbe votare per scegliere il "nuovo" Presidente della Repubblica che si chiamerà Maduro. Il dittatore venezuelano infatti correrà da solo perchè il suo Tribunale Supremo ha escluso dalla competizione qualsiasi candidato dell'opposizione.

Egitto: Si vota a fine marzo per eleggere il Presidente ma il dittatore Al Sisi ha fatto arrestare l'unico sfidante che si era presentato, l'ex generale Sami Anan, il quale deve ritenersi fortunato di essere stato "solo" arrestato (per ora).

Russia: secondo il copione della farsa elettorale, i russi vanno al voto il 18 marzo. Già da un anno Putin ha sgombrato il campo da ogni possibile avversario in particolare quel Alexey Navalny che da anni lo critica aspramente. Essendo stato arrestato più volte, Navalny è stato escluso dalla possibilità di candidarsi e non è detto che non venga arrestato di nuovo.

Hong Kong: la città che avrebbe dovuto essere uno "Stato nello Stato" e godere di una ampia autonomia dalla mainland Cina è sempre di più sotto la morsa repressiva di Pechino.

Le elezioni legislative locali sono diventate la trincea dello scontro tra lo schieramento democratico-indipendentista e i burocrati rappresentanti degli interessi cinesi.

Non appena i candidati democratici vengono eletti, il governo locale si affretta a destituirli con cavilli formali. L'ultima è stata quella di escludere dalle prossime elezioni Agnes Chow, la candidata di Demosisto - il movimento dei giovani di Joshua Wong e Nathan Law - con la scusa di aver appoggiato la protesta dei suoi compagni eletti ma poi esclusi dal consiglio su decisione del partito comunista.

A questo elenco di esempi non edificanti di regimi potrebbe aggiungersi anche la Spagna, dove è bene ricordarsi che alcuni dei deputati catalani eletti a dicembre sono ancora esclusi dal parlamento perchè in carcere per motivi politici.

Nelle prossime ore la Catalogna potrebbe ripiombare in una nuova crisi istituzionale se Puigdemont, indicato dalla maggioranza indipendentista come futuro Presidente, dovesse rientrare dall'esilio belga a Barcellona e subire un arresto immediato. Rajoy farebbe compagnia a Maduro e C.

 

I metodi di Hitler e Stalin applicati dall'allievo Xi Jinping sugli Uyghur

La provincia dello Xinjiang in Cina sta diventando il più grande laboratorio sulle tecniche di controllo di massa e di soppressione etnica e individuale.

 

uyghurs 120000

 

Nella regione vivono gli Uyghur, che con i Cinesi non hanno nulla a che fare per storia e caratteristiche etnico-religiose, ma essendo stati occupati molte decine di anni fa, sono diventati un problema dal momento che rivendicano autonomia, rispetto delle proprie tradizioni e soprattutto di non essere oggetto di una silenziosa e inarrestabile "sostituzione" etnica che consiste nel favorire l'insediamento socio-economico nello Xinijang delle popolazioni di origine cinese a scapito di quelle uyghur. E chi si oppone viene imprigionato, "rieducato", o fatto scomparire.

Pochi giorni fa Tom Phillips su The Guardian  ha ripreso una denuncia di un Radio Free Asia amplificandone la portata.

sviluppi: https://www.rfa.org/english/news/uyghur/camps-01262018140920.html

testimonianze: https://www.nytimes.com/2015/08/01/world/asia/a-voice-from-chinas-uighur-homeland-reporting-from-the-united-states.html

 

Alla fine dello scorso anno la stampa cinese aveva dato grande enfasi alla notizia che proprio nello Xinjang il regime avrebbe lanciato il più grande sistema di "videosorveglianza" di massa, un progetto di "alta tecnologia" per schedare e controllare milioni di cittadini, ovviamente a fin di bene, per la sicurezza e la lotta al terrorismo ecc.

Ma mancava lo step finale: cosa fare dopo aver schedato e controllato la totalità della popolazione e aver individuato le migliaia di possibili "devianti" pericolosi? semplicemente farli scomparire, come testimoniano le denunce delle organizzazioni di diritti umani e le testimonianze sempre più numerose.

In questi giorni 120.000 uyghurs - di qualsiasi età, sesso e opinione - sono scomparsi nei "centri di rieducazione".

Migliaia di loro non riappariranno mai più, gli altri saranno ridotti a zombie che cantano inni patriottici e declamano il "pensiero di Xi Jinping".

I vecchi sistemi di Hitler e Stalin e Mao, mutuati e mascherati con il progresso tecnologico.

 

Omicidio REGENI, manca il coraggio di dire la verità

Non è vero che a due anni di distanza dalla fine atroce di Giulio Regeni per mano dei servizi segreti egiziani non si sia ancora arrivati a stabilire la verità.


La verità "vera" si conosce, anche nei dettagli o nelle attendibili ricostruzioni. Manca soltanto la volontà e il coraggio di pronunciare i nomi dei responsabili della morte di Giulio, in primis quello del generale Al-Sisi, dittatore egiziano che era stato messo al corrente del sequestro e non ha mosso un dito per impedirne la tortura e l'assassinio, trattandolo alla stregua delle migliaia di vittime che in Egitto hanno spazzato via ogni parvenza di diritti umani.

Se le responsabilità egiziane, dopo due anni di bugie, montature, depistaggi, finte collaborazioni sono evidenti e testimoniano la colpevolezza del regime, altrettanto cominciano a diventare quelle del governo italiano e degli interessi politico/affaristici che si ingrassano all'ombra delle piramidi.

Nell'estate scorsa Gentiloni aveva inviato un nuovo ambasciatore al Cairo, motivandolo con la scusa di favorire le indagini per arrivare alla verità sull'assassinio di Giulio.
Nonostante l'ambasciatore, le indagini della procura egiziana sono ferme, o girano a vuoto, con l'intenzione esplicita di far passare più tempo possibile per non disturbare il dittatore e il suo entourage. A fine marzo gli egiziani dovrebbero avvalorare la farsa elettorale proposta da Al Sisi, candidato unico, perchè chi si presenta in competizione viene fatto arrestare o scomparire.

Dispiace leggere le considerazioni di Giuseppe Pignatone, il procuratore italiano che segue il caso Regeni, in una lettera inviata ai giornali nell'anniversario della scomparsa. Rappresentano la logica attendista ed impotente che le autorità italiane si sono date in questo caso. " ... dare il tempo ai colleghi (egiziani) di studiarla e quindi valutare assieme a loro le successive attività da compiere. Un iter complesso, basato sul reciproco spirito di collaborazione. Un metodo che non può avere la speditezza che tutti noi desidereremmo. Ma è l'unico possibile. ..."

In un paese che dopo quasi 40 anni non ha avuto il coraggio di attribuire le responsabilità della strage di Ustica, perchè dovremmo illuderci di ottenere da un cinico Al Sisi l'accertamento della verità sulla morte di Giulio?

Dopo due anni, la verità vera sull'omicidio Regeni è già emersa, mentre quella sulla volontà del governo italiano di chiamare gli assassini con il loro nome e cognome è ancora tutta da provare. 

DAVOS è il nuovo look del Potere

Banchieri, economisti, politici, capi di governo, affaristi di ogni latitudine si danno appuntamento a Davos nelle Alpi svizzere per discutere di povertà e disuguaglianze al World Economic Forum 2018.

 

Quasi sette miliardi di abitanti del Pianeta non sono tra gli invitati di Davos, e quindi possono ritenersi fortunati perchè non correranno il rischio di essere sommersi da una gigantesca valanga di neve che si potrebbe staccare dalle montagne circostanti...

 

I "non-invitati" a Davos inoltre risparmieranno molte centinaia di migliaia di dollari procapite, perché a tanto ammonta il costo dell'invito, tra cene, alberghi, sollazzi, guardie del corpo e trasporti, ad  occuparsi dei problemi dei poveri, dell'ambiente, del futuro dei giovani e delle donne ecc ecc.

La grande ammucchiata di banchieri, businessmen e politici in terra svizzera ci ricorda l'epoca felice delle grandi feste settecentesche, quelle che ora si scimmiottano soltanto nelle carnevalate di Venezia, e questo rappresenta un altro grande rischio per gli sfortunati partecipanti del World Economic Forum: il pericolo sempre attuale di una rivolta degli esclusi, un populistico assalto alle sembianze multiformi (destra, sinistra, centro) del Potere, un rischio che, per quanto ormai residuale e impopolare, è pur sempre da tenere presente.

Quest'anno ci saranno anche Donald Trump e consorte a portare la croce dei ricchi e potenti, dopo l'esempio dato da Xi Jinping lo scorso anno, e chissà che non gli porti bene come al cinese.

E infine c'è Gentiloni che con il suo incedere ricurvo e lo sguardo spaesato esprime e incarna tutta la sofferenza degli italiani esclusi da Davos.

Qualcuno, molto ingrato, vorrebbe addirittura aprire un'inchiesta su chi ha pagato la partecipazione del nostro presidente del consiglio all'ammucchiata nella neve.

SCHULZ condanna la SPD alla scomparsa

Trecentosessantadue dei seicentoquarantadue delegati al congresso straordinario della SPD hanno votato a favore della GroKo - GrosseKoalition - con CDU-CSU di Angela Merkel, a quattro mesi dalle elezioni che avevano sancito la sconfitta del modello di governo che ora si propone di riesumare.

 

Il risultato del congresso era scontato, dato che il leader socialdemocratico Schulz e gli esponenti del partito avevano già dato il via libera alla terza riedizione dell'accordo di governo, ma questa volta l'approvazione dei delegati rappresenta in realtà la presa d'atto dell'impotenza politica in cui versa la socialdemocrazia tedesca dopo la disfatta delle elezioni politiche del settembre 2017.

Condannati a dover appoggiare un governo dominato dagli avversari tradizionali, a doversi accontentare di qualche impegno generico e diluito, a doversi umiliare prendendo ordini da Macron, i delegati socialdemocratici hanno ascoltato con freddezza e sarcasmo le parole del loro triste capo.
La SPD si aggrappa al pragmatismo del Potere, agli apparati che governano le regioni e amministrano i centri nevralgici del Paese,  e a chi critica la scelta di subalternità ripete l'italico ritornello "ce lo chiede l'Europa".

Il quaranta per cento dei delegati ha votato contro la GroKo e si è schierato con Kevin Kunhert,  il leader dei giovani Juso, che difficilmente riuscirà a ribaltare il risultato nel voto degli iscritti a cui spetta l'ultima parola sulla scelta di tornare ad appoggiare un governo a guida Merkel.
Il 40% non è poco, a dimostrazione del diffuso e aperto malcontento che serpeggia tra i "sopravvissuti" alla crisi della SPD, ma non è sufficiente a scalzare l'establishment o a condizionarne le scelte.
Il copione futuro della SPD tedesca rassomiglia molto a quello del PD italiano.

KIM JONG-UN è più genius di Trump

La Corea del Nord ha raggiunto l'accordo con quella del Sud per partecipare con una propria delegazione alle prossime Olimpiadi Invernali e addirittura sotto un'unica bandiera che raffigura l'intera Corea riunificata.

 

Se si pensa che fino a due mesi fa si parlava del possibile rischio di un attacco nucleare "preventivo" al regime di Kim Jong-Un, l'accordo di oggi ha del miracoloso, anche se in realtà è la logica tappa della politica del "pazzo" dittatore coreano e segna una sconfitta per Donald Trump e le sue "sparate" militari.

Con il test nucleare del 3 settembre scorso (bomba a idrogeno) e quello missilistico del 28 novembre (balistico intercontinentale con gittata fino al cuore degli USA) Kim Jong-Un ha raggiunto i suoi scopi e ora ritiene di potersi confrontare alla pari con i suoi avversari, porgendo un ramoscello di ulivo e dando prova di buona volontà.

L'occasione storica era a portata di mano con le Olimpiadi a poche centinaia di chilometri dal confine e Kim l'ha raccolta con abilità e prontezza, andando addirittura oltre le aspettative accettando, o forse addirittura suggerendo, la partecipazione congiunta delle due Coree.

La politica aggressiva di Trump è rimasta spiazzata: il Genius ha provato inizialmente ad attribuirsi il merito della svolta di Pyongyang, sostenendo che era il risultato della linea dura adottata dalla Casa Bianca, ma con scarso successo. La verità è che la Corea del Nord è entrata di diritto sia nel club delle potenze nucleari che in quello delle tecnologie missilistiche, cosa che gli consente di chiedere alle diplomazie internazionali "più rispetto" e di sedersi al tavolo delle trattative con il Sud con molta più forza di prima, che userà in gran parte per chiedere la fine delle sanzioni economiche e l'allentamento dell'assedio militare navale degli USA.

Alla Corea del Sud e al suo presidente Moon Jae-in un allentamento della tensione con il Nord è quanto mai utile non solo per attirare l'attenzione sulle mega Olimpiadi ma soprattutto per rilanciare il ruolo di una delle realtà economiche più importanti dell'Asia e del mondo.

E' presto per dire che il "rischio Corea" è terminato, ma è certo che la mossa di Kim Jong-Un sembra a tutti più intelligente di quella di Trump.

 

 

Il grande burattinaio delle prossime ELEZIONI in Italia

Una promessa di Matteo Renzi nel 2012
 

E' iniziata la campagna elettorale per le elezioni politiche italiane del 4 marzo prossimo e sembra una farsa, una carnevalata, la rincorsa a chi promette più elargizioni, tagli di tasse, cancellazione di norme impopolari, posti di lavoro, eterna giovinezza.

 
Il marketing politico suggerisce di spararle grosse a più non posso, e tutti, chi più chi meno, di adeguano: perchè mai ci si dovrebbe limitare nel promettere qualsiasi cosa e di più?
Sembrerebbe che i politici di qualsiasi schieramento abbiano improvvisamente perso il senso della misura oltre che la ragione. Chi prova a chiedergli se le promesse sono credibili, giuste e realizzabile, riceve insulti e sbeffeggiamenti: "ma allora non hai capito nulla, sei rimasto fermo a cinque anni fa, quando ancora ci si tormentava con lo spread, i vincoli di Maastricht, lo spauracchio della Troika, il debito enorme, l'austerità, il fiscal compact ecc ecc.  Non ti sei accorto che è tutto cambiato?"
 
Cosa è cambiato di così sostanziale rispetto a cinque anni fa?
Il ceto politico è diventato più onesto e competente ? meno corrotto e avido ?
Il deficit (quello vero) si è azzerato? il debito (quello vero) si è ridotto ?
Il lavoro (quello vero) è aumentato ? il senso di civismo ed umanità si è accresciuto ?
................
Le risposte (quelle vere) sono NO NO NO ...
solo una cosa è cambiata. La sensazione, anzi la certezza, che nessuno chiederà conto ai politici italiani di quello che hanno fatto e di quello che si apprestano a fare, chiunque di essi debba vincere le elezioni.
 
E' una sensazione che ha origine nello sfrenato ottimismo sul futuro prossimo. Una euforia generale che trasuda dai commenti, dalle opinioni, dalle notizie, da chiunque apre la bocca, per proporre la ricetta della futura felicità in Italia, per i pensionati e per i bebè, per i disoccupati e per gli imprenditori, per i contadini e per i pescatori, e per tutti ... nei secoli a venire.
 
Qualcuno "gufa" e prova a dubitare di tanto ottimismo, o a farlo tornare a livelli più credibili e ragionevoli: dove si troveranno i soldi per far fronte a tutte le promesse fatte e in corso di allestimento ?
Inguaribili pessimisti, bastian contrari, astensionisti, non avete capito che ora i soldi non sono più un problema ? che ora il coltello dalla parte del manico ce lo abbiamo noi italiani e non più gli avari  tedeschi.
 
Possiamo fare promesse e pensare di mantenerle perchè i debiti ce li compra Mario Draghi, "whatever it takes". La sua BCE ha già comprato più di 350 miliardi di titoli di stato (ovvero debiti) della prima, seconda e terza Repubblica e ha incoraggiato le banche a fare altrettanto; ha comprato decine di miliardi di titoli di aziende (ovvero debiti) e incoraggia tutti a fare altrettanto. Ha riempito di liquidità tutto e tutti e per questo gli euroscettici sono scomparsi: a caval donato non si guarda in bocca, e oggi criticare l'euro che scende come manna dal cielo sarebbe altamente impopolare, autolesionista, in ogni parte d'Europa, figuriamoci in Italia.
 
I politici italiani sanno che Mario Draghi è italiano, conosce il linguaggio e le sue sfumature, recepisce i messaggi cifrati. Mario Draghi non permetterebbe mai che l'Italia finisca nelle mani dei populisti euroscettici, semmai ce ne fossero ancora, e non permetterebbe mai che possa essere governata da onesti incompetenti.
 
Mario Draghi stampa i soldi e li dà a chi se li "merita". Sarà lui, dopo il 4 marzo, a stabilirlo e a decidere chi dovrà raccontare agli italiani che le promesse fatte erano ... promesse e basta.
In cambio chiederà solo un piccolo favore: quando il suo mandato in BCE scadrà nel 2019 vorrebbe un posto di lavoro adeguato e sarebbe utile che in quel periodo ci fosse un governo italiano riconoscente.
Un Gentiloni sostenuto da Berlusconi sarebbe il trionfo della perfezione. Chissà che a Mario Draghi non gli riesca di metterlo in scena.

C'era una volta il presidente degli stati uniti d'AMERICA

 AGGIORNAMENTO:    Discutendo alla Casa Bianca con alcuni deputati le modifiche alle leggi sugli immigrati, Trump ha chiesto: "Why are we having all these people from shithole countries come here?”, definendo Haiti, San Salvador e tutta l'Africa in generale come paesi shithole.

 

Donald Trump leader dell'estrema destra mondiale

 

 

 

Ad un anno dall'insediamento alla Casa Bianca Donald Trump conquista l'unanime appellativo di Idiota, mentre e' iniziata la pubblicazione di libri che descrivono il suo stato di totale incapacità.
Michael Wolff lo intitola "Fire and Fury, inside the Trump White House" e diventa subito un best seller globale.

 

Una sintesi delle rivelazioni su The Guardian: Michael Wolff's explosive book on Trump: the key revelations.

A parlar male di The Donald sono soprattutto i suoi ex consiglieri più fidati (quelli ancora in carica tacciono per non correre guai o, come nel caso di Tillerson, rilasciano smentite che sono uguali a conferme) a cominciare dal famigerato stratega similnazista Steve Bannon, il quale tuttavia si è limitato a raccontare episodi già noti, come l'incontro tra il Trump junior e i Russi alla Trump Tower durante la campagna elettorale.

 

Il ritratto del presidente degli Stati Uniti d'America che si ricava dalla lettura del libro di Wolff è quello di un "Nerone Americano" come lo ha definito The New Yorker, un imperatore pazzo, vanaglorioso, incapace, ma ossessionato dal bisogno di raffigurarsi potente e ricco.

Ad un anno dall'inizio della presidenza Trump, l'America scopre di non avere un presidente ma un semplice ingombrante idiota che per altri tre anni userà la Casa Bianca per scolarsi più di 15.000 lattine di coca cola e passare altrettante ore davanti alla televisione.

I Poteri forti militari, finanziari e politici non sembrano molto preoccupati, anzi stanno intravedendo la possibilità di un evento storico incredibile: rendere ufficiale che il ruolo di Presidente degli Stati Uniti non conta assolutamente nulla, anzi dovrà di diritto essere attribuito a persone incapaci e inutili anche se squilibrate.

Questa possibilità è stata ampiamente anticipata ed apprezzata dagli squali di Wall Street che non a caso da un anno festeggiano ogni giorno che passa nei mercati finanziari. Un Presidente inesistente garantisce ampia libertà di manovra e decisione alle lobby più potenti ed occulte.


Dopo un anno, Donald Trump The Idiot è la prova evidente che nè l'America nè il Mondo hanno bisogno di un vero Presidente degli Stati Uniti. Basta un semplice idiota che crede di essere un genio, anzi un "stable genius".

JUNQUERAS resta in carcere e si allontana la soluzione politica in Catalogna

La Corte Suprema spagnola ha deciso di respingere la richiesta di libertà per Oriol Junqueras, leader dei repubblicani catalani ERC, rieletto in Parlamento nelle recenti elezioni e detenuto politico da oltre due mesi.
La decisione era attesa come un banco di prova decisivo per iniziare un confronto di mediazione tra gli indipendentisti e il governo Rajoy, dopo che il voto del 21 dicembre aveva riaffermato una maggioranza parlamentare a favore di Puigdemont e Junqueras.

Quest'ultimo, dopo il rifiuto della Corte Suprema, ha lanciato un appello ai catalani:
“Transformad la indignación en coraje y perseverancia”. “Persistid porque yo persistiré” “En estos días que vendrán, manteneros fuertes y unidos. Transformad la indignación en coraje y perseverancia. La rabia en amor. Pensad siempre en los otros. En lo que tenemos que rehacer. Persistid porque yo persistiré. Gracias por todo vuestro apoyo. Os quiero”.

Puigdemont dall'esilio belga ha definito  la sentenza della Corte Suprema uno "scandalo che dovrebbe mettere in imbarazzo qualsiasi democratico con un minimo senso di giustizia". In un messaggio sui social network Puigdemont ritiene che Junqueras è un "ostaggio": "Nel conflitto irrisolto tra la Catalogna e la Spagna ci siamo sempre attenuti a  mezzi pacifici e al dialogo".

La situazione adesso si complica, sia sul piano sociale che su quello istituzionale: la Catalogna resta divisa e frustrata dall'arroganza del PPE e di Ciudadanos e la rabbia potrebbe prendere il sopravvento sui tentativi di mediazione.

Ci saranno nuove elezioni, in un clima più teso di repressione e di limitazione dei diritti politici.

Le centinaia di migliaia di persone che hanno votato per Junqueras, Puigdemont e gli altri detenuti politici dello schieramento indipendentista saranno capaci di superare il senso di umiliazione a cui Madrid li costringe in ogni occasione?

La questione catalana diventa sempre più la frontiera dei diritti politici di tutta l'Europa libera.

TRUMP Bottone grande Cervello piccolo

Donald Trump risponde via Twitter al dittatore nordcoreano Kim Jong Un che lo aveva "informato" di avere un "bottone nucleare" sulla scrivania: "... I too have a Nuclear Button, but it is a much bigger & more powerful one than his, and my Button works! ".

Lo stile smargiasso del Presidente è sempre quello da bettola maschilista, ma ha il pregio di sintetizzare le illusioni dell'America più retriva: il sogno di risolvere qualsiasi problema con un grande fungo atomico, anziché perdere tempo ed energie a trovare soluzioni pacifiche anche le più semplici.

Il tweet di Trump contiene due ovvietà ed una bugia: è evidente, e anche il pazzo coreano lo sa, che il "bottone" nucleare americano è più grande e potente, ma è altrettanto vero che non funziona, almeno nel caso della Corea. E speriamo che non funzioni in nessun luogo del Pianeta, per tutti i secoli a venire. (Se fossi un giapponese, unico popolo ad aver provato il "funzionamento" del bottone americano, chiederei il ritiro dell'ambasciatore a Washington)

Qualcuno dovrebbe informare Donald che il suo omologo di Pyongyang, avendo raggiunto l'obiettivo di sparare un vero missile intercontinentale con eventuale testata nucleare, fa sfoggio di diplomazia riappacificatrice con quelli del Sud, avviando una trattativa lampo per spedire due atleti alle prossime olimpiadi invernali (due atleti, non due missili).

Il "bottone" di Trump sarà pure grande, ma il cervello si dimostra sempre più piccolo ...

I giovani populisti mettono in crisi il regime in IRAN

Le proteste sono scoppiate all'improvviso, senza capi, senza programmi, senza nostalgie. Convocate via Telegram o Twitter, con parole d'ordine contro il governo  e le istituzioni islamiche,  l'aumento dei prezzi, la disoccupazione e il blocco delle pensioni, ma anche contro l'oppressione nei confronti delle donne, la corruzione dei funzionari di Stato, la censura dei mezzi di informazione liberi e dei social media.
 
L'Iran ha mostrato a tutto il mondo un volto repressivo e una situazione di crisi che pochi avevano voglia di immaginare, dopo la vittoria elettorale del moderato "riformista" Rouhani e l'avvio di relazioni commerciali con molti paesi europei ed asiatici.
Oltre dieci morti sono il bilancio parziale dei primi giorni di scontri di piazza, destinato purtroppo ad aumentare, centinaia di arresti, il blocco di internet e dei blog indipendenti.
 
Gli unici che sembrano contenti dell'esplosione iraniana sono i sauditi e il loro "protettore" Donald Trump, che per ovvi motivi festeggiano qualsiasi forma di indebolimento del regime iraniano.
Escludendo le ipotesi complottistiche che vedrebbero nelle proteste di piazza la mano della CIA, resta da capire da dove viene e dove andrà la rivolta di questi giorni, che ha molti tratti in comune con il fenomeno dei "populismi" europei, cioè della rivolta contro l'establishment e contro le scelte di autoconservazione del potere.
 
Il primo ad essere meravigliato e spaventato è proprio Rouhani che, dopo un primo tentennamento, ha capito che la rivolta non è effimera nè strumentale e rappresenta una seria minaccia alla sua leadership e immagine. Ha invitato gli apparati periferici a non eccedere nella repressione e a discernere tra le critiche e le violenze.
Il presidente iraniano teme che una repressione incontrollata possa giovare alla protesta e trasformarla da un episodio limitato ad un contagio di massa contro la Repubblica Islamica.
 
Dubito che il tentativo di "ragionare" da parte di Rouhani possa avere chance di successo sulle idee di rivolta dei giovani "populisti" iraniani.
 
 
 

Le BUGIE dei governi italiani fanno stragi di civili in Yemen

Il New York Times pubblica un video-denuncia sulle bombe italiane usate dall'Arabia Saudita per fare stragi di civili in Yemen.
Decine di migliaia di bombe, per un valore annuo di 450 milioni di euro, che da Cagliari arrivano in Arabia per essere imbarcate sugli aerei militari che bombardano e uccidono migliaia di civili nello Yemen.
 
Il traffico di bombe MK 84 prodotte nello stabilimento in Sardegna dell'azienda tedesca RWM su licenza USA è noto e denunciato da almeno due anni ma sia il governo Renzi che quello Gentiloni ripetono lo stesso ritornello:
Da Repubblica del 29/12/2017:
La replica del governo italiano arriva da fonti della Farnesina: "L'Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti e si adegua sempre ed immediatamente a prescrizioni decise in ambito Onu o Ue. L'Arabia Saudita non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea". Dal ministero degli Esteri si osserva inoltre che "quanto riportato dal New York Times è una vicenda già nota, sulla quale il governo ha fornito chiarimenti più volte nel corso della legislatura, anche in sede parlamentare".
 
 
Si tratta di bugie grossolane, di cui forse dovrebbe occuparsi anche la magistratura.
Il governo italiano sta violando sistematicamente da due anni la propria Costituzione e il trattato ONU ATT (Arms Trade Treaty) sottoscritto dall'Italia nell'aprile del 2014 che all'articolo 6 comma tre stabilisce:
3. A State Party shall not authorize any transfer of conventional arms covered under Article 2 (1) or of items covered under Article 3 or Article 4, if it has knowledge at the time of authorization that the arms or items would be used in the commission of genocide, crimes against humanity, grave breaches of the Geneva Conventions of 1949, attacks directed against civilian objects or civilians protected as such, or other war crimes as defined by international agreements to which it is a Party.
 
Il governo italiano da almeno due anni è a conoscenza che in Yemen c'è un conflitto a cui partecipa anche l'Arabia Saudita, dal momento che sul sito www.viaggiaresicuri.it gestito dal ministero degli esteri per quanto riguarda lo Yemen è scritto:
"A partire dal 13 febbraio 2015, a seguito del progressivo aggravarsi delle condizioni di sicurezza, l’Ambasciata d’Italia a Sana’a ha sospeso le proprie attività fino a nuovo avviso. Non è più possibile pertanto assicurare assistenza consolare a coloro che, nonostante il chiaro sconsiglio delle Autorità italiane, siano ancora presenti in territorio yemenita."
 
Ma anche la rivista FAMIGLIA CRISTIANA aveva avvisato il governo nel 2015
BOMBE ITALIANE SULLO YEMEN?
28/06/2015  Un carico da Genova, trasportato dalla nave Jolly Cobalto, ha viaggiato a maggio scorso. Ordigni italiani esportati in Arabia Saudita. Ora in Yemen i sauditi stanno utilizzando le stesse tipologie di ordigni, compresi quelli all'uranio impoverito (che come è noto libera particelle fortemente cancerogene). Quelle utilizzate adesso in Yemen sono le bombe italiane? E perché l’Italia esporta questo tipo di materiale bellico verso un Paese in guerra?
 
E anche le organizzazioni umanitarie avevano denunciato l'uso delle bombe italiane nel conflitto yemenita contro le popolazioni civili:
 
http://www.repubblica.it/solidarieta/volontariato/2017/06/21/news/armi-168712423/
Yemen, il blocco aereo e navale imposto allo Yemen dalle forze di coalizione le cause della catastrofe umanitaria
È la terza volta in tre anni che l’Europarlamento si pronuncia sulla situazione tragica nel Paese. La seconda, dopo quasi un anno di conflitto e la terza nei giorni scorsi, dopo oltre 800 giorni di conflitto. La situazione è catastrofica: 10 mila persone uccise (tra cui 4.667 civili, di cui 1.540 bambini) e più di 40 mila ferite; 17 milioni le persone necessitavano di assistenza alimentare
di GIORGIO BERETTA *
 
https://www.osservatoriodiritti.it/2017/04/14/l-onu-e-le-bombe-italiane-in-yemen/
L’Onu e le bombe italiane in Yemen di Giorgio Beretta  14 aprile 2017
I bombardamenti aerei condotti dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno devastato le infrastrutture civili in Yemen, ma non sono riuscite a scalfire la volontà politica dell’alleanza Houthi-Saleh a continuare il conflitto». Lo ha messo nero su bianco il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, che il 27 gennaio scorso è stato trasmesso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Un rapporto fortemente osteggiato dai sauditi e si capisce il motivo. «Il conflitto – scrivono gli esperti –  ha visto diffuse violazioni del diritto umanitario internazionale da tutte le parti in conflitto. Il gruppo di esperti ha condotto indagini dettagliate su questi fatti e ha motivi sufficienti per affermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale».
E tra questi gli esperti annoverano gli attacchi effettuati con bombe italiane. Il rapporto dell’Onu, infatti, documenta il ritrovamento, a seguito di due bombardamenti a Sana’a nel settembre 2016, di più di cinque «bombe inerti» sganciate dall’aviazione saudita contrassegnate dalla sigla “Commercial and Government Entity (CAGE) Code A4447”. Quest’ultima è riconducibile all’azienda RWM Italia S.p.A. con sede in via Industrale 8/D, 25016 Ghedi (Brescia), Italia. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, «l’utilizzo di queste armi rivela una tattica precisa, volta a limitare i danni in aree in cui risulterebbero inaccettabili».
Nelle scorse settimane, la Farnesina ha deciso di stanziare 3 milioni di euro per «attività di distribuzione di cibo da parte del PAM e per assicurare assistenza nel settore della salute e supporto agli ospedali». Nel frattempo è partita da Cagliari una nuova nave cargo piena di bombe destinata all’Arabia Saudita: nel 2016 ne sono state inviate per oltre 40 milioni di euro, ha segnalato l’Osservatorio OPAL di Brescia.
Proprio come ai bei tempi di Spadolini, Craxi e Andreotti: con una mano un po’ di aiuti, con l’altra un consistente carico di bombe. E, come ai bei tempi, continuano a chiamarla «cooperazione allo sviluppo».