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GEORGE FLOYD "I CAN'T BREATHE", TRUMP DISCONNESSO DALL'AMERICA


- 05/06/2020

Il Memorial Service per George Floyd è stato un evento nazionale, diffuso in diretta televisiva in tutto il mondo, milioni di persone che hanno reso omaggio alla vittima dell’odio razzista in America e hanno rinnovato la richiesta di giustizia e di diritti sociali. Unico assente Donald Trump.


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Il Memorial Service per George Floyd è stato un evento nazionale, diffuso in diretta televisiva in tutto il mondo, milioni di persone che hanno reso omaggio alla vittima dell’odio razzista in America e hanno rinnovato la richiesta di giustizia e di diritti sociali.

Unico assente Donald Trump, che nelle stesse ore non perdeva occasione di lanciare messaggi violenti contro i manifestanti, definiti “terroristi”, contro e le proteste che attraversano l’America di ogni età e condizione sociale.

Dal pulpito del Memorial Service per Floyd a Minneapolis il reverendo Al Sharpton non ha usato mezze parole per indicare nello slogan di Trump “Make America Great Again” il veicolo di una politica suprematista solo a favore dei bianchi.

"For those that have agendas that are not about justice, this family will not let you use George as a prop," Sharpton said at one point. "They talk about making America great. Great for who and great when? We are going to make America great for everybody for the first time!"

"Per quelli che hanno programmi che non riguardano la giustizia, questa famiglia non gli permetterà di usare George come copertura", ha detto Sharpton ad un certo punto.

"Parlano di rendere grande l'America. Grande per chi e grande quando? Noi faremo l'America grande per tutti, per la prima volta!"

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Ha ragione chi vede negli accadimenti successivi all'uccisione di George Floyd a Minneapolis un punto di svolta importante, forse storico, anche se ancora confuso. La reazione popolare, giovanile ma non solo, trasversale nella società e nella rappresentanza politica, sta mettendo a nudo quello che finora gli americani avevano preferito non vedere: le diseguaglianze razziali, sociali, economiche, culturali, si sono allargate fino a diventare più grandi dei grandi canyon. Sono solchi profondi che preoccupano anche una parte dell'establishment che finora si era illuso di poter chiudere gli occhi e tirare a campare.

C'è qualcuno che negli ultimi anni ha fatto di tutto per approfondire i solchi e le divisioni, e quel qualcuno continua a scavare, scavare.

Si chiama Donald Trump e la cerchia ristretta di personaggi che grazie a lui si sono sistemati negli snodi importanti degli apparati, dalla finanza ai mass media, dall'amministrazione della giustizia al controllo dei mass media, dagli apparati militari a quelli industriali.

Finora Donald Trump era riuscito, nonostante tutto, a tenere in piedi la baracca della Casa Bianca. Dopo la morte di George Floyd e le violente proteste che hanno fatto seguito, molti cortigiani si stanno dileguando, altri si stanno sinceramente convertendo e stanno trovando il coraggio di uscire allo scoperto.

Nelle ultime 48 ore, dopo la sceneggiata di Trump con la Bibbia davanti alla chiesa, mentre a poche centinaia di metri la Guardia Nazionale sparava gas lacrimogeni contro i dimostranti, molti hanno sentito il dovere di dire al biscazziere Trump  basta! basta scavare solchi, basta seminare odio, basta giocare con le bugie e gli insulti per il proprio tornaconto.

Il fronte più caldo per Trump è quello con i vertici militari, e persino con il "suo" attuale Segretario alla Difesa (ne cambia uno ogni 12 mesi) Mark Esper che ha osato opporsi alla richiesta del presidente di utilizzare l'esercito per compiti di ordine pubblico per soffocare le proteste antirazziste.

Le dichiarazioni di Esper non sono l'espressione di un punto di vista individuale, ma l'espressione del malessere diffuso dentro le forze armate americane nei confronti Donald Trump.

E' uscito allo scoperto, dopo due anni di silenzio l'ex generale Mattis, ex  Segretario alla Difesa dell'amministrazione Trump, dimessosi per divergenze con il biscazziere.

"Cinquanta anni fa, quando ho abbracciato la carriera militare, ho giurato di difendere la Costituzione ... mai ho pensato di utilizzare i soldati per compiti contrari alla Costituzione ... "Donald Trump è il primo presidente della mia vita che non cerca di unire il popolo americano - non finge nemmeno di provarci", ha dichiarato Mattis in una nota . “Invece cerca di dividerci. Stiamo assistendo alle conseguenze di tre anni di questo sforzo deliberato. Assistiamo alle conseguenze di tre anni senza una leadership matura ”.

Parole durissime di un personaggio, Jim Mattis, carismatico negli ambienti militari. Trump ha cercato di buttarla sul personalismo, un vecchio astioso generale arrabbiato per essere stato licenziato, ma è stato smentito da un'altra icona degli apparati militari,  il generale John Allen, ex comandante delle forze americane in Afghanistan che lo ha criticato per la foto davanti alla Chiesa con la Bibbia in mano.

"Non bastava che i manifestanti pacifici fossero stati privati dei loro diritti sanciti dal Primo Emendamento, questa foto (Trump con la Bibbia) ha cercato di legittimare quell'abuso con un sottofondo di religione", ha scritto Allen.

Si riferiva all'ordine dato alle forze di sicurezza federali di sgombrare i manifestanti di Lafayette Square prima che il presidente uscisse dalla Casa Bianca per posare di fronte alla Chiesa di st. Johns con una Bibbia.

L'ex generale Allen spera che tutto quello che sta accadendo possa trasformare l'America , ma "è un cambiamento che dovrà venire dal basso verso l'alto. Perché alla Casa Bianca, non c'è una casa"

Non solo i vertici militari, ma anche i rappresentanti politici, presenti e passati, prendono le distanze da Trump.

Clamorose le dichiarazione dell'ex presidente George Bush, un repubblicano conservatore vecchio stampo che attacca le scelte di Trump dopo l'inizio delle proteste e delle violenze in tutte le città d'America.

“Io e Laura siamo angosciati dal brutale strangolamento di George Floyd e amareggiati dall’ingiustizia e dalla paura che strangola il nostro Paese. Abbiamo resistito all'urgenza di parlare, perché non tocca a noi predicare. È il tempo di ascoltare. È il tempo in cui l’America esamini i nostri tragici fallimenti per riconoscere le nostre forze di redenzione”. Così ha detto l’ex presidente in un raro comunicato firmato con la moglie Laura, certamente sollecitato dagli ambienti tradizionali del Great Old Party, i Repubblicani, preoccupati per le conseguenze che le idiozie di Trump possono determinare sul proprio elettorato. Alcuni deputati e senatori repubblicani hanno criticato meno o più apertamente le iniziative di Donald Trump

Sbrigativo ma eloquente il commento di Art Acevedo, capo della polizia di Houston, alle parole di Donald Trump che aveva chiesto ai governatori statunitensi di 'dominare' i manifestanti che protestano per la morte di George Floyd. "Parlo a nome dei capi della polizia di questo Paese - dice Acevedo rivolto al presidente degli Stati Uniti - Per piacere se non ha qualcosa di costruttivo da dire, tenga la bocca chiusa perché sta mettendo uomini e donne ventenni a rischio".

Il tono delle critiche a Trump lascia ormai trasparire un'insofferenza per il personaggio, per le sue sparate faziose, per il suo narcisismo e soprattutto per il palese conflitto di interessi che condiziona il suo mandato presidenziale. Trump vuole essere rieletto, costi quel che costi, anche quello di mettere a ferro e fuoco l'America, spaccandola più di quanto già non sia, pensando di poter schiacciare tutti e tutto.

La morte ingiusta e atroce di George Floyd è servita a squarciare il velo di omertà con il quale gran parte dell'America aveva finora avvolto la tossica presidenza di Donald Trump.

George Floyd ha disconnesso Donald Trump dall'America.

Anche per questo, diciamo grazie a George Floyd, nel giorno della sua sepoltura, accompagnato dall'impegno di migliaia di manifestanti in tutto il Mondo.

Black Lives Matter

Drew Brees risponde a Trump

Il presidente Trump ha criticato la stella dei New Orleans SaintsDrew Brees dopo che il quarterback si è scusato per i suoi commenti contro l'inginocchiarsi durante l'inno nazionale in seguito alle proteste di George Floyd.

Drew Brees ha risposto a Trump in un post online venerdì sera.

"Attraverso le mie conversazioni in corso con amici, compagni di squadra e leader della comunità nera, mi rendo conto che questo non è un problema sulla bandiera americana. Non lo è mai stato", ha scritto Brees su Instagram.

"Non possiamo più usare la bandiera per allontanare le persone o distrarle dai problemi reali che affrontano le nostre comunità nere", ha continuato il quarterback. "L'abbiamo fatto nel 2017, e purtroppo l'ho riportato con i miei commenti di questa settimana. Dobbiamo smettere di parlare della bandiera e spostare la nostra attenzione sui veri problemi dell'ingiustizia razziale sistemica, dell'oppressione economica, della brutalità della polizia e della riforma giudiziaria e carceraria.

"Siamo in un momento critico nella storia della nostra nazione! Se non ora, quando?

"Noi come comunità bianca abbiamo bisogno di ascoltare e imparare dal dolore e dalla sofferenza delle nostre comunità nere. Dobbiamo riconoscere i problemi, individuare le soluzioni e poi metterle in pratica. La comunità nera non può farcela da sola. Questo richiederà lo sforzo di tutti noi."



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