"bacio bacio" al G20

Al G20 di Amburgo assediata da manifestanti e polizia va in scena l'incontro amoroso tra Donald Trump e Vladimir Putin.

Una beffarda sceneggiata, con contorno di spartizione della Siria, preparata da tempo per dare un palcoscenico globale alla verità di Trump sugli "aiutini" ricevuti dalla Russia per farlo diventare presidente degli Stati Uniti.

"Vlady, dimmi la verità, sei stato tu ad hackerare le elezioni presidenziali ?", " No Donald, ti giuro che non sono stato io, come avrei potuto farti una cosa del genere !"

 

Gli altri 18, con relative consorti, erano tutti attorno ad incitarli. Grazie a loro, il noiosissimo ed inconcludente G20, sfilata mondana del Potere e oltraggio alla dignità dell'umanità sofferente, ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso.

La messinscena dei missili di Trump

Dopo il lancio di missili Tomahawk sulla base aerea siriana in risposta alla strage di civili con bombe chimiche si confrontano due ipotesi.


La prima è quella che va per la maggiore e attribuisce a Trump il merito di aver cambiato strategia sia su cosa fare im medio oriente e soprattutto su come "trattare" con Putin, per arginarne l'iniziativa e il predominio.

(leggi tutto)

 

ARRIVANO I NOSTRI (!?): missili di Trump sulla Siria

"Tonight, I ordered a targeted military strike on the air field in Syria from where the chemical attack was launched"

 

La Russia è stata informata prima dell'attacco, e si rafforza l'ipotesi di una mossa combinata.

 

dalla CNN

(CNN) The United States launched a military strike Thursday on a Syrian government target in response to their chemical weapons attack that killed dozens of civilians earlier in the week.

On President Donald Trump's orders, US warships launched 50 to 60 Tomahawk cruise missiles at a Syrian government airbase where the warplanes that carried out the chemical attacks were based, US officials said.
The strike is the first direct military action the US has taken against the regime of Syrian President Bashar al-Assad in the country's six-year civil war and represent a substantial escalation of the US' military campaign in the region, which could be interpreted by the Syrian government as an act of war.

Crimini di guerra della coppia Assad - Putin

Un attacco aereo siriano lancia bombe chimiche su Khan Sheikhoun in una zona presidiata dai ribelli, facendo strage di civili e bambini. Poi un altro attacco aereo russo sull'ospedale dove erano stati ricoverati i feriti del primo bombardamento.
E' un crimine di guerra che porta il marchio inequivocabile della coppia Assad - Putin, con la complice inerzia delle diplomazie internazionali e della nuova "strategia" mediorientale di Donald Trump.

 

da Al Jazeera

At least 58 people, including 11 children, have been killed in a "toxic gas" bombing raid on a rebel-held Syrian town, doctors and a monitor said, in an attack the United Nations quickly said it would investigate as a possible war crime.
The Syrian Observatory for Human Rights said the attack on Khan Sheikhoun in Idlib province caused many people to choke or faint, and some to foam from the mouth, citing medical sources who described the symptoms as possible signs that gas was used.
The Edlib Media Centre (EMC), a pro-opposition group, posted images that were widely shared on social media, showing people being treated by medics and what appeared to be dead bodies, many of them children.
It would mark the deadliest chemical attack in Syria since sarin gas killed hundreds of civilians in Ghouta near the capital in August 2013. Western states said the Syrian government was responsible for the 2013 attack. Damascus blamed rebels.

 

dalla BBC

http://www.bbc.com/news/world-middle-east-39488539

Human Rights Watch also recently accused government helicopters of dropping bombs containing chlorine on rebel-held areas of Aleppo on at least eight occasions between 17 November and 13 December, during the final stages of the battle for the city.
And last week, two suspected chemical attacks were reported in Hama province, in a rebel-held area not far from Khan Sheikhoun.

 

 

Mosul al sesto mese di assedio ma quanti altri ancora ?

mosul-mappa

 

Il comando USA ha dovuto ammettere, dopo le denunce delle organizzazioni umanitarie, che un suo attacco aereo ha provocato 250 morti civili a Mosul, che si aggiungono alle migliaia già censite in quasi 6 mesi di "Battle for Mosul", l'operazione militare che doveva liberare la città irachena dai terroristi dell'ISIS.


L'esercito iracheno - sostenuto dalla aviazione americana - si é fermato ai confini della Città Vecchia nella zona Ovest di Mosul, dove vivono più di 600.000 persone intrappolate dall'ISIS.
Il piano di liberazione della città a questo punto sembra essere saltato: i cecchini Isis sono asserragliati nei palazzi civili, non combattono in strada dove invece fanno esplodere auto e camion carichi di tritolo contro le truppe alleate, e in queste condizioni la battaglia può durare un tempo infinito, creando una montagna di macerie, fame, sofferenze e morte per gli abitanti.

Al Jazeera's Abdel-Hamid said thousands of civilians are "trapped" inside the Old City and exposed to the intense fighting.
"ISIL fighters have been using snipers on top of the building in the city shooting randomly at any civilians, including children," she said. "Many children in the hospital near Erbil have known to be specifically targeted by these snipers. We can see a very complicated battle ahead."
Iraqi government forces have temporarily paused their push to recapture Mosul because of the high rate of civilian casualties, a security forces spokesman said.
"The recent high death toll among civilians inside the Old City forced us to halt operations to review our plans," a Federal Police spokesman said on Saturday. "It's a time for weighing new offensive plans and tactics. No combat operations are to go on."
The fighters have used civilians as human shields and opened fire on them as they try to escape ISIL-held neighbourhoods, fleeing residents said.
The UN's Grande said civilians were at extreme risk as the fighting in Mosul intensified and all sides must to do their utmost to avoid such casualties.
"International humanitarian law is clear. Parties to the conflict — all parties – are obliged to do everything possible to protect civilians. This means that combatants cannot use people as human shields and cannot imperil lives through indiscriminate use of fire-power," she said.
Fleeing residents have described grim living conditions inside the city, saying there was no running water or electricity and no food coming in. Aid agencies say as many as 600,000 civilians remain in the western half of Mosul.

Ma le pur preoccupate affermazioni delle autorità irachene sembrano sottovalutare la situazione: secondo altre fonti le zone liberate della Città Vecchia sono solo una piccola parte, come mostra la mappa pubblicata da Musings On Iraq http://musingsoniraq.blogspot.it/2017/03/mosul-campaign-day-152-march-19-2017.html
E questo potrebbe voler dire che gli abitanti di Mosul dovranno soffrire altri mesi di terrore, fame e morte. Possibile che nessuno aveva previsto tutto questo?

Da Ankara a Berlino, i misteri di un giorno di terrore

Nel tardo pomeriggio l'ambasciatore russo in Turchia Andrej Karlov viene assassinato ad Ankara da un agente della sorveglianza. Alle 20,15 a Berlino, nel quartiere commerciale di Charlottenburg, un camion si lancia sulla folla, uccidendo almeno 12 persone.

Due attentati apparentemente diversi e distanti ma collegati da un comune denominatore: la guerra in Medio Oriente e il nuovo "squilibrio del terrore" che si è venuto a creare con la caduta di Aleppo, la vittoria militare della coalizione Assad-Putin, le ambizioni del dittatore turco Erdogan, la sconfitta di Obama, la vacatio di Trump e i riflessi sul cuore spompato dell'Europa 

Come è stato possibile che nella Turchia militarizzata e sultanizzata da Erdogan, un esponente importante e fondamentale della diplomazia internazionale sia stato assassinato in mondovisione con tanta facilità?

E dopo poche ore, l'attacco al cuore dell'Europa sicura, opulenta e tradizionale è solo una coincidenza oppure è la rappresaglia di poteri segreti che escono allo scoperto per rimarcare la loro cupa presenza ?

Come ha fatto un agente di 22 anni a sottrarsi alle massicce e spietate epurazioni del regime, a nascondersi a tutto e a tutti, per uscire allo scoperto guidato dal "cronometro" della storia? vorrebbero farci credere alla storiella del "terrorista dell'ISIS" che vendica le migliaia di vittime di Aleppo?

L'assassinio dell'ambasciatore russo in Turchia è stato commissionato, preparato e realizzato dai servizi segreti americani, con la piena consapevolezza dello scenario politico-militare che si sta delineando dopo la vittoria di Putin in Siria e il riavvicinamento di Erdogan. 

L'attentato di Berlino è stata la rappresaglia immediata all'attentato di Ankara.

Anche nel caso di Berlino è impossibile pensare che un esaltato islamico abbia potuto organizzare tutto da solo e in poco tempo, senza passi falsi e in uno dei paesi più "controllati" del mondo.

ll camion sarebbe piombato sulla Breitscheidplatz, ai piedi della "Gedaechtniskirche",  nel cuore della parte occidentale di Berlino provenendo dalla stazione dello Zoologischer Garten.

... Gli inquirenti stanno interrogando l'uomo che avrebbe guidato il camion polacco contro il mercatino natalizio. Lo riferisce il Die Welt, secondo il quale la persona morta trovata nella cabina del mezzo era polacca. Il quotidiano tedesco sembra così avvalorare apparentemente l'ipotesi - avanzata da alcune fonti tra cui lo spedizioniere polacco che ha raccontato di non aver avuto notizie dell'autista, il cugino, dal pomeriggio - che il camion polacco, partito dall'Italia e che doveva fare tappa a Berlino, sulla strada di casa a Stettino, possa essere stato sequestrato e usato per compiere la strage.

Più probabile immaginare che l'attentatore fosse un agente coperto, da innescare a comando, e in questo caso da parte dei servizi che avevano subito poche ore prima lo smacco dell'assassinio di Ankara. 

 

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da RT

 

  • 19 December 2016

    21:43 GMT

    Turkish President Recep Tayyip Erdogan called the shooting of Russia’s ambassador in Ankara a provocation, aimed at destroying bilateral ties. The Turkish leader "strongly" and "vehemently" condemned the assassination of Andrey Karlov.


    "I believe this is an attack on Turkey, the Turkish state and the Turkish people, and also a clear provocation ... [in terms of] Turkish-Russian relations. I am sure our Russian friends also see this fact," Erdogan said. ”Both Turkey and Russia have the will not to be deceived by this provocation.”


    The Turkish leader also confirmed the identity of the attacker as 22-year-old Turkish riot police officer Mevlut Mert Altintas. Erdogan also added that a joint commission with Russia would be established to investigate the murder. 


    "All the security measures around the Russian embassy and consulate general have been tightened as we agreed with Mr. Putin," Erdogan noted. "Our relations with Russia are significant … I am calling on those who aim to destroy our relations: You are waiting in vain. You will never reach your goals,” Anadolu reported.

  • 20:59 GMT

    US-based cleric Fethullah Gulen strongly condemned the attack and has absolutely no links to the gunman, Alp Aslandogan, Gulen’s advisor on media issues, told Reuters. "Mr. Gulen categorically condemns this heinous act,” he stressed.

  • 20:33 GMT

    Turkish Foreign Minister Mevlut Cavusgolu, who is currently visiting Moscow, said that the murder of the Russian ambassador in Ankara hasn’t affected relations between the two countries, which will work together on the investigation, Reuters reported.

 

 

 

 

TRUMP consegna a PUTIN le chiavi del cimitero di ALEPPO

Quello che resta di Aleppo, un enorme cumulo di morti, macerie e affamati, sta per finire nelle mani di Assad, cioè di Putin. Da quando Trump ha vinto le elezioni negli USA, i ribelli asserragliati nel cuore della seconda città siriana hanno iniziato a cercare una via di fuga dall'assedio infinito.

Ormai è solo questione di ore, e non si sa ancora se ci sarà l'ennesima carneficina o se sarà contrattata una tregua umanitaria.

Sul piano pratico la caduta definitiva di Aleppo non aggiunge nulla di nuovo allo scenario militare in Siria, dove il macellaio Assad si appresta a riaprire la bottega russa, ma le conseguenze geopolitiche consentiranno a Trump di insediarsi a gennaio avendo chiuso il contenzioso più duro con Putin, aperto e gestito in maniera catastrofica da Obama, dando la possibilità ai due amici di tornare a parlare di affari.

PS. Per non far perdere l'allenamento ai soldati russi, Putin sta iniziando ad aprire un nuovo fronte di intervento in Libia, dove nessuno è ancora riuscito a prendere il sopravvento. Grazie ai buoni rapporti con Trump, il dittatore russo potrebbe mettere i piedi sulla sponda mediterranea del nordafrica, magari con il "nobile" intento di fermare il flusso di migranti.

 

A MOSUL tutti si preparano ad un lungo assedio

AGGIORNAMENTO

Primo militare USA morto nella "Battaglia per MOSUL"A U.S. service member was killed in northern Iraq on Thursday when an improvised explosive device detonated as American troops accompanied local forces as they pushed toward Mosul, U.S. Central Command announced.

A tre giorni dall'inizio della grande "BATTAGLIA per MOSUL", le notizie sull'evento che dovrebbe cambiare il corso del medio oriente e della lotta al terrorismo sono scomparse dalle prime pagine dei giornali occidentali.

Si dà molta enfasi alla liberazione di alcuni villaggi a qualche decina di chilometri dalla cinta urbana, ma per il momento a vincere è l'incertezza: la coalizione tra iracheni sciiti, iracheni sunniti e peshmerga curdi durerà abbastanza per portare a termine la liberazione, oppure le rivalità e gli interessi contrastanti emergeranno prima? e quale sarà il costo di vite umane civili ? quanti profughi?

http://musingsoniraq.blogspot.it/2016/10/mosul-campaign-day-three-oct-19-2016.html
http://www.aljazeera.com/news/2016/10/mosul-battle-produce-humanitarian-catastrophe-161020081949949.html
http://musingsoniraq.blogspot.it/2016/10/mosul-campaign-day-two-oct-18-2016.html


Nelle prime ore dopo l'avvio dell'operazione "Battle for Mosul" sembrava che la città "prigioniera" dell'ISIS da due anni sarebbe stata liberata in pochi giorni.
Un'armata di 30.000 soldati tra peshmerga, iracheni sciiti, iracheni sunniti, Iraqi Security Forces (ISF), addestratori americani, inglesi, francesi, turchi, contro 4000 miliziani nascosti in una città di un milione e mezzo di abitanti, la matematica dice che non c'è storia ma solo questione di tempo.
Eppure due anni fa Mosul fu catturata da un banda di mille ISIS che misero in fuga sessantamila soldati iracheni. Ora è diverso, ma non solo perchè la carica dei trentamila è stata preparata con metodi e mezzi ben diversi, ma perchè l'operazione "Battle for Mosul" fa parte di una svolta, vera o presunta, negli schieramenti tattici iracheni e mediorientali.

Il traballante governo di Haidar al Abadi ha promesso di liberare Mosul entro la fine dell'anno e quella data non è solo un termine cronologico: rappresenta la scadenza che gli Stati Uniti gli hanno imposto e che lui dovrà rispettare se non vuole che il calderone Iraq torni a ribollire in modo incontrollabile.
L'ordine di accelerare i preparativi militari è arrivato direttamente da Obama, che vuole chiudere il suo mandato presidenziale almeno con una vittoria simbolica, dopo aver subito l'iniziativa di Putin in Siria e i focolai dello scontro Arabia-Iran in Yemen.
Inoltre Obama, memore del disastro libico, non si fida di Hillary Clinton che lo sostituirà alla Casa Bianca, e vorrebbe quindi aver sistemato almeno un piccolo tassello nel mosaico impazzito iracheno.

Ma la battaglia per la riconquista di Mosul sembra essersi già impantanata nelle sabbie dei conflitti all'interno dello schieramento anti ISIS. Chi avrà il comando sulla ex capitale sunnita dopo la liberazione ? Perché i peshmerga dovrebbero "morire per Mosul" per poi cederla ai sunniti ? perchè gli sciiti, che a Baghdad sono scesi in piazza a migliaia contro l'ingerenza militare turca, dovrebbero scendere a patti con i sunniti "addestrati" dall'esercito turco ?

A Mosul non ci sarà battaglia in campo aperto, ma solo un lungo, lungo assedio, e nessuno sembra abbia predisposto piani di evacuazione della popolazione. Come ad Aleppo.

 

http://musingsoniraq.blogspot.it/2016/10/mosul-campaign-day-one-oct-16-2016.html
http://www.understandingwar.org/backgrounder/iraq-launches-campaign-mosul
http://understandingwar.org/backgrounder/campaign-mosul-october-19-2016
 

La Siria nella coscienza dell'Europa

di Santiago Alba Rico e Carlos Varea *

     

le macerie di aleppo

 

Ogni volta che scriviamo sulla Siria è per aggiungere morti e rovine ad una lista infinita.

I bombardamenti indiscriminati su Aleppo delle ultime settimane e la situazione stessa della città, assediata e affamata dal regime e dai suoi alleati, difesa da milizie ribelli diverse e talvolta contrapposte tra loro, danno la misura esatta della tragedia che la Siria sta vivendo e della complessità crescente che la guerra alimenta. A ogni morto aumentano le tensioni incrociate, si aggrava la responsabilità di tutti gli attori, si allontana la pace e con lei, naturalmente, la giustizia e la democrazia. Come diceva un manifesto firmato a metà settembre da 150 artisti e scrittori siriani, "il mondo oggi è un problema siriano, come la Siria oggi è un problema mondiale".
Si tratta indubbiamente di una questione complessa. E quando, dall'Europa, si affronta una questione complessa, è necessario porsi due domande. La prima è: cosa vogliamo. La seconda è: cosa possiamo fare.
Sicuramente in una situazione complessa non potremo mai ottenere tutto quello che vogliamo, ma è bene sapere cos'è. Cosa vogliamo per la Siria? Le stesse cose che vogliamo per qualsiasi altro Paese del mondo, le stesse cose per le quali lottiamo nei nostri Paesi: sovranità economica, giustizia sociale, rispetto dei diritti umani, democrazia piena, un futuro per i nostri figli e figlie.

Cosa possiamo fare? Prima di tutto, se riconosciamo che si tratta di una situazione complessa, possiamo fare una cosa: non semplificarla. Ciò implica riconoscere che gli ostacoli che si frappongono tra noi e quello che vogliamo -sovranità, giustizia, diritti umani, democrazia- sono molti e intricati, e non si lasciano imbrigliare in un racconto lineare. Cinque anni e mezzo fa, quando ebbe inizio la rivoluzione siriana, le cose erano più semplici. L'ostacolo era principalmente uno: il regime dinastico degli Assad, contro il quale buona parte del popolo siriano di sollevò pacificamente. Cinque anni e mezzo dopo, con la Siria trasformata in un poligono di tiro di decine di milizie e più di sessanta paesi, quel regime -insieme ai suoi alleati- continua ad essere il responsabile della maggior parte delle vittime civili (fino al 95%), della maggior parte delle violazioni di diritti umani (almeno 6.786 detenuti morti sotto tortura), della maggior parte dei rifugiati esterni e interni (rispettivamente 5 e 12 milioni), di 287 sui 346 attacchi compiuti contro strutture sanitarie e di 667 sui 705 morti tra il personale sanitario, nonchè dell'assedio che affama villaggi e città con centinaia di migliaia di abitanti, sempre secondo fonti pienamente affidabili. Nemmeno lo Stato colombiano è arrivato mai a tanto contro il suo popolo; forse solo Franco, durante e subito dopo la guerra civile spagnola. Ma questo per la Siria non è solo il passato: continua ad essere il suo presente, e la più elementare decenza dovrebbe impedirci di dimenticarlo. Ma cinque anni e mezzo dopo, ci sono ancora altri ostacoli. Se parliamo del regime, è indubbio che questo sarebbe stato sconfitto già da tempo se non ci fossero stati gli interventi della Russia, dell'Iran e di Hezbollah, che occupano letteralmente il Paese e determinano sia il corso della guerra, con le loro bombe e le loro truppe, sia la politica di Bachir Assad.

Non è molto diverso quello che accadde in Iraq, quando gli occupanti statunitensi permisero che alcuni tra questi stessi attori distruggessero il tessuto sociale resistente, puntellando così il regime nato dall'invasione. Sono gli stessi che mantengono in piedi la dittatura in virtù di interessi diversi, che a volte si traducono anche in piccoli conflitti sotterranei.

La Russia, il cui Parlamento ha da poco approvato la presenza permanente di basi russe in Siria, mantiene il polso fermo con gli USA e con l'Unione Europea, ai quali fa scontare l'aggressiva e sbagliata politica anti-russa in Europa, con lo sguardo puntato più che altro sull'Ucraina. Ma la Russia è un alleato fondamentale di Israele ed ha impedito che l'Iran installasse una base logistica vicino alle alture del Golan occupato, mentre l'Iran, che ha negoziato con gli USA la questione nucleare, è considerato da Israele -e considera Israele- come un nemico irriducibile. La Russia, in ogni caso, è direttamente responsabile della morte di migliaia di civili in tutta la Siria e in particolare ad Aleppo, città contro la quale ha scatenato nelle ultime settimane un'offensiva aerea indiscriminata.
Un altro ostacolo rilevante è ovviamente lo Stato Islamico, oggi in ritirata, utilizzato come un jolly da tutti quelli che ufficialmente dicono di combatterlo: a partire dal regime siriano, al quale interessava radicalizzare il conflitto militare e che ha attaccato molto poco il gruppo di Al-Baghdadi, fino alla Turchia, alleata dell'UE e degli USA, molto compiacente verso i jihadisti, dei quali si è servita nella sua guerra contro i curdi. Accanto allo Stato Islamico, atroce padrone di sè stesso, ci sono altri gruppi islamisti dipendenti da potenze regionali che ostacolano un progetto di sovranità e democrazia e che complicano ancora di più la situazione. Il più conosciuto di tutti, e il più forte, è Yabhat Fath Al-Sham, già Yabhat-al-Nusra, fino a qualche mese fa diramazione siriana di Al Qaeda. Le milizie di Abu Mohamed al-Jolani hanno fagocitato altri gruppi e rafforzato la propria influenza grazie ai finanziamenti provenienti dai Paesi del Golfo, soprattutto dall'Arabia Saudita ed anche perchè, a differenza dell'autistico Stato Islamico nel suo territorio parallelo, combattono senza sosta contro il regime e contro gli eserciti occupanti.

Infine, ad ostacolare la pace e la democrazia, c'è Israele, molto compiaciuta dell'agonia siriana, che gestisce il caos a distanza e intanto consolida l'occupazione della Palestina e asfissia silenziosamente i palestinesi; c'è la Turchia, la cui priorità è quella di combattere i curdi, appoggiati dagli USA (un'altra contraddizione spesso ignorata) e che, dopo il contro-golpe di Erdogan, in caduta libera verso la dittatura, si avvicina alla Russia, all'Iran e perfino al regime di Assad; c'è l'Unione Europea, inutile e narcisista, preoccupata solo degli attentati sul suo territorio e dell'arrivo dei rifugiati, due problemi che essa stessa aggrava con le sue politiche antiterroriste; e naturalmente ci sono gli Stati Uniti, padri di tutte le miserie, che nel 2003 invasero l'Iraq per "ragioni umanitarie" aprendo la porta ai cavalieri dell'Apocalisse e che, come già fatto con Israele e Palestina, abbandonano ora i siriani nelle mani di Bachir Assad nonchè, indirettamente, del jihadismo finanziato dai loro alleati: gli interessi di Washington non passavano, e non passano, dalla democratizzazione della Siria.

Quando gli USA sono alla fine intervenuti, lo hanno fatto per trasformare la Siria in un falso campo di battaglia della "guerra globale contro il terrorismo", rilegittimando il ruolo d Assad e sganciando bombe che, come già dimostrato in passato, oltre ad uccidere persone innocenti, fungono da lievito per la violenza che dicono di voler combattere. Bisogna ripetere ancora una volta che l'espansione dello Stato Islmico, sia in Iraq che in Siria, è la conseguenza e non la causa della precedente demolizione dello stato sociale che invasori, regimi e agenti regionali hanno portato a termine coscienziosamente per consolidare il proprio dominio ed evitare un cambiamento in senso democratico nella regione.

Giustificare il mantenimento dei regimi di Damasco e di Baghdad, illegittimi, criminali e corrotti, con l'espansione dello Stato Islamico (idea sulla quale convergono gli USA e alcuni settori della sinistra europea) è una paurosa dimostrazione di cinismo o di ignoranza: è falsa, così come è pericolosa la dicotomia tra il regime di Bachir Assad e lo Stato Islamico. Ed è certo che gli USA, che hanno finanziato ed addestrato in Giordania le milizie che combattono contro Assad, hanno finanziato ed addestrato anche le milizie sciite irachene che lo sostengono.

Cosa possiamo fare di fronte a un problema complesso, che sta costando migliaia di vite umane? Prima di tutto, non semplificare. Le righe che precedono costituiscono, ci sembra, un piccolo campionario delle complessità che bisogna affrontare e che non possono ridursi a una cifra gestibile con un abracadabra geopolitico del XX secolo. Se vogliamo per la Siria le stesse cose che vogliamo per noi -giustizia, sovranità, diritti umani, democrazia, un futuro per i nostri figli e figlie- è necessario comprendere, a partire da questi dati, che la soluzione passa dalla rottura del ciclo "intervento/ dittature locali/ jihadismo terrorista", come si è cercato di fare durante le rivolte del 2011 e che questo esclude, realisticamente, qualunque ruolo della dinastia Assad dal futuro della Siria. Come ripete instancabilmente la nostra ammirevole Leila Nachawatii: "a più Assad, più Stato Islamico" e quindi, aggiungiamo noi, più interventi esterni.

Nè l'etica nè la politica, e tanto meno una commistione delle due, può concedere -per principio o per pragmatismo geostrategico- un solo centimetro del timone a un criminale di guerra che la maggioranza del popolo non accetta più come governante e con il quale non è disposta a negoziare. Gli USA devono tenere ferma l'Arabia Saudita (e Israele), ma sono la Russia e l'Iran gli unici che possono sbloccare la situazione tirando fuori Assad dal palazzo di Damasco. In questo senso, è molto triste che una parte della sinistra europea continui ad allinearsi con l'estrema destra a favore del regime siriano e della Russia di Putin, e che si esprima in questo senso perfino al Parlamento Europeo.

Come abbiamo già evidenziato altrove, se non bastasse l'attuale azione genocida contro il suo popolo, c'è il passato di questa dinastia, il suo ruolo di gendarme regionale, la sua complicità con Israele e il suo appoggio agli USA durante la prima e la seconda guerra del Golfo, a rendere ancora più nefasta la sua opera, che si può attribuire ormai solo ad un riflesso pavloviano ereditato dall'eclissata Guerra Fredda.
E allora, cosa possiamo fare? Non semplificare e tirare delle conclusioni. Ma possiamo fare anche di più.
Possiamo ascoltare i siriani che lottano per le stesse cose per cui lottiamo noi, ma giocandosi la vita; quelli che vogliono giustizia, autodeterminazione, diritti umani e democrazia, quelli che scommettono di poter spezzare il ciclo di interventi multinazionali, dittature locali e terrorismo jihadista. Lo sa molto bene Bachir Assad, come lo hanno sempre saputo molto bene gli Stati Uniti: la violenza è utilissima, la violenza funziona, la violenza rinnova tutte le pulsioni e impedisce di ricordare i motivi della lotta e che, a partire da quel ricordo, la società civile si organizzi. La società e la guerra sono incompatibili. La resistenza civile e la guerra sono incompatibili. Forse non ci sono dei siriani normali che lottano in Siria per le stesse cose per le quali noi lottiamo in Europa? Ci sono e sono ancora migliaia.
E' bastata una breve tregua a febbraio perchè uscissero nuovamente in strada, a manifestare contro il regime e contro l'Isis, e anche contro Yahbat Al-Nusra nella provincia di Idlib, dando vita a un movimento che resiste ancora. Altrettanto è successo durante la più recente e precaria tregua, dopo l'accordo -già rotto- tra Russia e USA: basta un momento di pace, una sospensione dello tsunami assassino, perchè le strade -le rovine- risuonino di resistenza civile e volontà di organizzazione politica.
Il ricercatore Félix Legrand, in un lavoro molto meticoloso, analizza la strategia di Jabhat Al-Nusra nei diversi territori e mostra un rapporto direttamente proporzionale tra le tregue e l'indebolimento della sua legittimazione sociale. La conclusione di Legrand è che a Yabhat-al-Nusra, così come al regime ed ai suoi alleati russi, non interessano le tregue: la dittatura e i jihadisti possono respirare solo in battaglia. Entrambi sanno che appena cessano di cadere bombe su una città, la società civile superstite riprende terreno con le sue richieste di pace e democrazia contro, al tempo stesso, il regime di Assad, gli interventi multinazionali ed i jihadisti. Non è vero, non è assolutamente vero che non ci sia un interlocutore sociale, politico e militare siriano che potremmo appoggiare apertamente: non lo vediamo forse tutti i giorni? Non vogliamo vederlo tutti giorni, sotto l'atroce violenza che il popolo siriano subisce da cinque anni e mezzo? Chi ha ancora qualche dubbio in proposito, che non ne abbia sul fatto che il silenzio o la complicità reale di alcuni settori della sinistra europea stanno contribuendo a far sì che questo interlocutore si dissolva, impotente, tra le ondate di rifugiati e le montagne di cadaveri.

Possiamo quindi capire, trarre conclusioni e solidarizzare con i siriani che soffrono e, in particolare, con quelli che soffrono perchè ambiscono alle stesse cose cui ambiamo noi: sì, proprio le nostre stesse cose. E' vergognoso che la destra governante europea, che soffia sulle braci, si sia impadronita del discorso sulla Siria, in termini oscenamente "umanitari", mentre una parte della sinistra non solo glielo consegna, ma "reprime" le mobilitazioni contro la guerra e criminalizza quelli che si rifiutano di fare distinzioni tra le bombe della Russia e quelle degli USA, quando entrambe uccidono bambini e impediscono la democratizzazione e l'autodeterminazione nell'area.

Mentre l'Arabia Saudita appoggiava le milizie più retrograde e assassine, la sinistra spagnola, in buona compagnia dei fascisti francesi, polacchi o italiani, sosteneva Bachir Assad e visitava il suo palazzo. Nel frattempo la sinistra siriana (pensiamo a Yassin Al Haj o a Salameh Keileh, ancora vivi) perdeva logicamente la battaglia sul fronte interno; e la minoranza superstite, decimata dall'esilio e dalla morte, insieme al popolo siriano maciullato, continua a lottare contro tutti i nemici del mondo, compresi quei sinistrorsi europei che tanto hanno gridato, giustamente, contro l'invasione dell'Iraq e ora tacciono davanti ai crimini della Russia.

 

(*) Santiago Alba Rico è un filosofo e saggista. Carlos Varea è un antropologo e professore della facoltà di Scienze della Autonoma Università di Madrid.

Pubblicato su concessione di TunisiainRed  http://www.tunisiainred.org/tir/?p=6873

L’articolo originale è apparso il 9 ottobre su cuartopoder.es

Traduzione e adattamento dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile

Non basta l'INFERNO per descrivere ALEPPO

Una città che da mesi è bombardata, affamata, assetata, dove non esiste più alcuna forma di vita civile, gli ospedali trasformati in cimiteri, aspetta che i "Grandi della Terra" la smettano di esercitare questa tortura di massa su bambini, donne, anziani, innocenti.
L'ennesimo balbettio degli USA e dei suoi alleati, il calcolo criminale della Russia, l'impotenza di noi tutti, stanno trasformando Aleppo e la Siria nel detonatore di un conflitto mondiale senza precedenti.


 

Dal sito di UNICEF.ORG


“In Aleppo, 96 children killed and 223 children injured in merciless attacks this week alone. Each one, a daughter or a son.
“Doctors forced to let some children die while saving others with scarce medical supplies.
“Tens of thousands of children drinking dirty water because a pumping station was bombed and another switched off.

“Brave aid and rescue workers killed.

“Aid convoys destroyed.

“The world is watching these horrors unfold. Every day, they continue ... and get worse.

“The murder of the innocents in Aleppo must stop.
“UNICEF and our partners have just delivered some supplies to the besieged areas of Madaya, Fouah, Kefraya and Zabadani. In addition to continuing operations in western Aleppo, we are doing what we can to provide trucked water supplies throughout the city.
“But it is far from enough.
“The only real answer for Aleppo is an end to its descent into further horror.”