Catalogna, il dado è tratto

Il Presidente della Catalogna Artur Mas ha firmato il decreto che convoca il referendum per la richiesta di indipendenza della Catalogna, la regione più ricca della Spagna di cui Barcellona è la capitale.

Il decreto fissa la data del voto al 9 di novembre.

La firma del decreto rende operativa la scelta politica chiesta dalla stragrande maggioranza del popolo catalano - 80% favorevoli al voto - contro il parere del governo centrale di Rajoy, che ha dichiarato incostituzionale la scelta del Parlamento Catalano.

Viene formalizzato definitivamente lo scontro tra indipendentisti catalani e potere centrale spagnolo, e già questo rappresenta un antefatto gravissimo, conseguenza diretta del referendum scozzese vinto per pochi voti e con grande spiegamento di forze dallo schieramento unionista.

Come molti, tra cui noi, avevano previsto, la vittoria di Pirro di Cameron e Milliband ha dato maggiore forza alle rivendicazioni indipendentiste.

Madrid deve scegliere tra due opzioni, entrambe perdenti per il potere centrale: non consentire il referendum del 9 novembre anche con l'uso estremo della forza oppure non andare allo scontro frontale sperando che la spinta indipendentista dopo il voto (e la vittoria probabile del SI) possa essere contenuta in un ambito di contrattazione su maggiori poteri amministrativi a favore di Barcellona.

Ma Rajoy ha già fatto un primo passo falso, negando qualsiasi spazio di trattativa e quindi fare marcia indietro ora diventa una mezza sconfitta per lui e per il suo partito.

 

Dopo le fatiche del referendum scozzese, si preannuncia un nuovo duro lavoro per i burocrati di Brusselles, le tecnocrazie del G20, per Mario Draghi e la BCE, per la Lagarde e il FMI, e anche per Obama e il suo nuovo amico Renzi: la grande coalizione per fermare il referendum della Catalogna.

 

 

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