Farewell Obama

Dopo essersi infilato in un cul de sac, Obama è stato costretto a scegliere la soluzione 2: nessun attacco alla Siria, abbracciare il salvagente di Putin, lasciare Assad al suo posto, o al massimo sostituirlo con qualcuno che abbia il pieno gradimento della Russia.

Lo smantellamento degli arsenali di armi chimiche non è più un requisito immediato - entro la prima metà del 2014 - e in Medio Oriente, di fronte alle coste israeliane e siriane, la flotta russa potrà stazionare fino a quando vuole, in compagnia di quella cinese che sta per arrivare nelle tiepide acque del Mediterraneo.

Per Obama si tratta di una sconfitta, le cui conseguenze geopolitiche dal Medio Oriente fino al sudest asiatico sono imprevedibili. Assad inneggia alla vittoria e ringrazia i Russi.

Putin non poteva aspettarsi miglior regalo da Obama.

Scrive Leon Aron sul Wall Street Journal del 14/9: "Fin dall'inizio, l'obiettivo del Cremlino nel conflitto siriano è stato quello di rafforzare la sua legittimità interna e il suo prestigio internazionale, di uno che tratta "in piedi con gli Stati Uniti." Questo avviene in un momento in cui la popolarità del regime è cadente sotto il peso della corruzione, l'economia è al limite della recessione, la fiducia in Vladimir Putin sta precipitando, e una grande sfida politica è stata lanciata dal carismatico avvocato (e veemente anti-Putin) Alexei Navalny, che ha raccolto quasi un terzo dei voti nelle elezioni del sindaco di Mosca domenica scorsa.

L'imperativo generale della politica estera di Putin è stato quello di impedire il cambiamento di regime in Russia o in qualsiasi altro luogo. Questo obiettivo assume particolare urgenza, quando una minaccia per un regime autoritario si verifica sul territorio ex sovietico, che la Russia considera la sua sfera di influenza, o tra gli stati "clienti".

In questo contesto, il discorso del Presidente Obama e la politica degli Stati Uniti, che sembra emergere da esso possono essere interpretati solo da Putin come eccedente le sue speranze più rosee.

Sul piano nazionale, questo stato di cose ha rafforzato l'immagine di Putin come qualcuno che non solo ha affrontato senza batter ciglio gli Stati Uniti - che sono ancora la nazione più temuta e rispettata dai russi, ma ha costretto Obama a cambiare il suo corso. A livello internazionale, si è stabilito il signor Putin come una sorta di go-to broker che ha affondato un attacco militare apparentemente imminente dagli USA.

Ancora più importante, dal punto di vista di Mosca, la mossa di Obama ha ritardato o forse eliminato ciò che la Russia vede come il peggior risultato possibile: il cambiamento di regime in un cliente fedele e importante in una regione cruciale punto di vista geostrategico. O con vodka o con champagne,  al Cremlino stanno festeggiando." -Leon Aron è il direttore di studi russi presso l'American Enterprise Institute.

 

Gli israeliani potrebbero essere i primi a trarne le conseguenze: la perdita di peso degli USA potrebbe indurli a non rinviare più l'attacco ai laboratori nucleari iraniani, così come il timore che le armi chimiche siriane possano solo cambiare di mano, finendo in quelle degli hezbollah, potrebbe spingerli a cercare una loro autonoma soluzione al casino siriano. Oppure anch'essi dovranno cambiare alleanze, "fidandosi" che la presenza Russo-Cinese nello scacchiere possa portare più ordine e stabilità di quella realizzata dagli USA dalla guerra irachena in poi.

Quello che si è iniziato ad intravedere in questi giorni è un ribaltamento di rapporti di forza senza uguali dalla caduta del Muro di Berlino in poi.

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