Dei padri fuco, del Fertility Day e dei parcheggi dell'Auchan

 

"Scrivi qualcosa sul Fertility day" mi dice mio padre, circa due settimane fa. Certo! penso io, effettivamente avrei un sacco di cose da dire a proposito! Poi però, per una strana coincidenza o solo perché la vita va così, in tre settimane non riesco mai a mettermi al computer in tranquillità per più di 15 minuti, perché ho un bimbo di 9 mesi che diventa ogni giorno più attivo. Certo, Giuliano va a dormire alle 19, avrei tutta la sera libera per poter leggere, documentarmi e scrivere un pamphlet intero sul perché il Fertility Day è stato un totale autogol della Ministra Lorenzin - tuttavia di solito alle 19.05 anche io sono pronta per il collasso. E quindi niente, rimando e rimando. 

(Tutto questo per dire che fino ad ora un figlio - il prodotto auspicato di questa tristissima campagna pro-riproduzione, mi ha impedito di scrivere, di fermarmi a pensare, di fermarmi punto. Forse bisognerebbe far vedere anche questo, nella brillante campagna. Vicino alla foto con quattro piedi nudi sotto le coperte, "il modo più creativo per passare il tempo", bisognerebbe anche scrivere che dopo, quando il fertility day è passato e ha lasciato i suoi segni, di tempo non ce n'è più quasi per fare nulla. E va bene così.)

Oggi, invece, Giuliano è all'asilo per ben tre ore - Miracolo! - e io mi ritrovo improvvisamente con tantissimo tempo libero che quasi non so che farne. Allora siccome il Fertility Day è appena passato, siccome un paio di cose mi sono rimaste incastrate in gola, siccome tra 10 giorni tornerò a lavoro dopo la maternità e ultimamente ne ho discusso molto con vari neo-genitori, ho deciso che si poteva fare. Scrivere del fertility day, che poi è una scusa per scrivere in parte di come è cambiata la mia vita e le mie prospettive da nove mesi a questa parte, quando è arrivato Giuliano.

Intanto, bisogna dire che sulla tristezza, superficialità e inadeguatezza del Fertility Day si è (giustamente!) scritto moltissimo, e in alcuni casi in maniera molto lucida (come Nadia Terranova sul suo profile facebook). Si è scritto dell'ironia di pubblicizzare un tempo "biologico", per fare figli, a fronte di un tempo presente che non permette di avere nessuna condizione perché i figli vengano fatti: nessuna garanzia lavorativa, pochissimi supporti economici, pochissimo sostegno al rientro a lavoro (quando ce l'hai, ovvio!) o all'educazione (perché forse è bene ricordare che gli asili e i nidi, prima ancora di essere luoghi in cui lasciare i figli per poter andare a lavorare, sono dei luoghi di educazione, di crescita e confronto, a cui tutti i bambini e le bambine dovrebbero poter avere accesso indipendentemente dal fatto che i genitori lavorino o no). Quindi effettivamente di motivazioni da aggiungere per boicottare il Fertility Day ce ne sarebbero poche. 

Tuttavia, su un punto si è scritto e detto poco, o almeno così mi sembra: la totale assenza dei padri, o della paternità in questa campagna. Nessuna delle immagini presentate prevede un padre, se non nella forma di due piedi sotto le lenzuola che sottintendono "ci stiamo dando da fare" nel modo più "creativo" possibile. Quindi l'idea di paternità sponsorizzata da questa campagna è quella di un fuco, più che un padre, utile nel momento pro-creativo ma totalmente assente (inutile?) dopo. 

[Effettivamente anche io a volte la penso così (...), quando mio marito lascia i pannolini sporchi in giro, o non si sveglia la mattina per far fare colazione a Giuliano. Poi però penso che posso permettermi questi pensieri proprio perché il resto del tempo, delle volte, dei giorni, lui c'è e fa una grande differenza.]

Certo, non c'è da stupirsi che i padri non vengano contemplati nel discorso fertilità dato che la fertilità, da sempre, è vista come una questione femminile, così come la gravidanza, il parto, l'allattamento, la maternità (intesa come periodo di accudimento dei figli nel primo anno di vita).

I padri possono scegliere se partecipare al parto o no, ad esempio. Posso decidere se entrare in sala parto o se la vista della loro compagna sofferente, piena di sangue, urta la loro sensibilità. Le madri, chiaramente, non hanno scelta. 

I padri non sempre sono "obbligati", o invitati, a partecipare ai corsi pre-parto - recentemente una cara amica mi ha detto che nel suo corso pre-parto fatto di ben 11 incontri, uno o due erano rivolti anche specificatamente ai padri. Gli altri no, bastava la madre. Certo i padri erano invitati eh, se volevano. Come a dire: Del resto la gravidanza è tua, te la sei cercata e ora pedali con o senza accompagnatore.

Non voglio colpevolizzarli, i padri. Penso che nel quotidiano ogni situazione è diversa, e ogni famiglia si organizza e negozia i propri tempi, le proprie risorse, i propri limiti a modo suo. Conosco padri presentissimi, affettuosi, attenti; padri assenti, distratti, poco interessati; padri un po' distratti, padri ossessivi, padri preoccupati, padri divertentissimi. Immagino che possano esistere tanti tipi di padri quanti sono gli essere umani di sesso maschile - ciascuno padre a modo suo.

Ora, non voglio aprire un dibattito approfondito sul ruolo paterno nella società moderna. 

Penso però che la campagna del Fertility Day sia una cartina tornasole di quanto ancora poco i padri siano considerati e coinvolti. E come loro siano i primi a perderci.

 Un chiaro esempio di come sia marginale l'idea di coinvolgimento paterno l'ho avuta qualche tempo fa, andando a fare spesa al supermercato Auchan di Roma Casalbertone. Ero con mio figlio e quindi speravo di trovare un parcheggio riservato alle famiglie vicino all'ingresso. Lo trovo, e per poco non mi prende un attacco isterico: sulla parete, molto grande, è disegnata una mamma che spinge una carrozzina, ad indicare i parcheggi per famiglie. Chiaro no? sei la mamma, fai tu la spesa, ti occupi tu del figlio quindi hai bisogno di un posto riservato:  mamma con figlio + carrello = parcheggio famigliare.

Ecco, io quel giorno ho pensato proprio questo: ma sono io a dovermi arrabbiare per il solito copione affibbiato alle donne, ormai da duemilacinquecento anni e chiaramente ancora non superato, o forse è il momento che anche gli uomini si diano una svegliata e rivendichino un loro diritto (non solo dovere!), ovvero quelli di essere considerati parte integrante della costruzione materiale, affettiva, educativa di una famiglia? 

Cari papà, cari uomini, non sarà il momento di cominciare a godersi questo ruolo, con tutte le difficoltà ma anche le opportunità di crescita che si porta dietro, e a rivendicarne a voce alta la bellezza e necessità nell'educazione e crescita dei figli, in una società che continua a minimizzarlo se non addirittura dichiararlo utile solo ai fini della crescita demografica nazionale?

Non ci sarà forse qualche correlazione tra la difficoltà di percepire, educare, valorizzare gli uomini anche nelle loro capacità di prendersi cura, dare attenzioni, scegliere pensando al bene di qualcun' altro (le loro compagne,i loro compagni,i loro figli), e le sempre più tragiche vicende di violenza domestica e femminicidi? 

Io credo di si - e credo davvero che nel momento in cui gli uomini potranno metter giù il fardello (perché di questo si tratta) del dover essere - forti, preparati, solidi, competitivi, efficaci, in controllo, focalizzati sulle 'cose importanti' e non sui dettagli - potranno invece diventare liberi di essere quello che vogliono. Padri, ad esempio. Compagni, anche. E non essere così fragili come ora mi sembra. Fragili, si, perché le violenze causate della gelosia, dal bisogno di controllo, dal rifiuto non mi sembra affatto indicatore di benessere, anzi. 

Le parole sono importanti, tanto quanti i simboli (vedi la mamma con carrozzina nel parcheggio di Auchan). Mi viene in mente la campagna He for She - molto famosa nel Regno Unito, promossa dalle United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women. He for She significa Lui per Lei, e io non sono affatto convinta che questo sia quello di cui abbiamo bisogno, nonostante condivida in pieno gli obiettivi e i valori portati avanti da questa campagna. Non sono convinta perché l'idea che siano gli uomini a dover fare qualcosa per le donne mi sembra, ancora una volta, fuorviante. Ancora una volta, le donne hanno bisogno degli uomini per fermare la violenza, per dare valore alle loro risorse (empowerment femminile, in gergo politico). Ma siamo sicuri che serva questo, alle donne? forse per alcuni aspetti si, ma io sottolineerei anche il problema della violenza degli uomini sono GLI UOMINI, non le donne. Quindi più che He for she, vorrei lanciare una campagna #SheforHe. Cari uomini, avete un problema, vi aiutiamo noi!

Passi avanti se ne vedono, certo. Come il collettivo NoiNo.org,  il collettivo Maschile Plurale, o come ad esempio il bel libro scritto da Matteo Bussola, Notti in bianco e baci a colazione, o il 'Diario di un papà dopo il congedo parentale'. E sono certa che ci sono tantissimi papà silenti impegnati, coinvolti, attenti, a volte anche più delle mamme. Però bisogna che si facciano sentire più forte. Ce n'è tanto bisogno, come dimostra la terribile campagna della Ministra Lorenzin. 

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ValeF  - 23/9/2016

 

 

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