Il Messico di Obrador porta la rivoluzione nel cortile di Trump

La vittoria del "populista di sinistra" Andres Manuel Lopez Obrador (AMLO) nelle elezioni presidenziali è stata la più schiacciante (52%) nella storia messicana e la prima di un esponente di un partito non tradizionale ("progressista" o "conservatore").

Obrador ha vinto con lo slogan "prima i poveri", nel paese che più di altri sta subendo l'ondata americanista di Trump, la violenza sistematica delle bande armate di trafficanti di ogni genere, la corruzione soffocante dell'apparato statale al potere da sempre.

La vittoria di Obrador è innanzitutto un atto d'accusa a decenni di "geopolitica" gestita dall'ingombrante vicino, e paradossalmente è conseguenza indiretta dell'isolazionismo trumpiano: che bisogno c'è di votare i partiti tradizionali che hanno consentito la devastazione del Messico in cambio della licenza di espellere i poveri oltre il confine nel Texas, di produrre a basso costo ed esportare, ora che questa "licenza" è venuta meno?.

La vittoria di Obrador è una sfida dai risvolti globali, un inizio di rivoluzione che potrà anche non sortire i risultati sperati - una società più libera, meno disuguale, meno violenta, meno corrotta, con più diritti per tutti, non più obbligata ad "emigrare" negli Stati Uniti e a vivere senza identità - ma in ogni caso offre un barlume di alternativa ad un sistema schiacciato dalla servitù della "globalizzazione".

Difficile pensare che l'America, di Trump o di chiunque altro, consenta ai messicani di vivere un'esperienza così rivoluzionaria e di "cattivo esempio" in modo pacifico e senza ingerenze.

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