prodi berlusconi gentiloni

Romano Prodi sembra che abbia trovato il suo vero erede in Paolo Gentiloni, ex pro tempore di Matteo Renzi ora impegnato a costruire la propria ditta per cercare di tornare al governo dopo le elezioni del 4 marzo.

 

La sortita di Prodi - non si tratta di una vera e propria discesa in campo - ha il pregio di essere semplice e chiara, senza fraintendimenti: l'appoggio a Gentiloni è in funzione anti Renzi e a favore di un governo di larghe intese con Berlusconi.

Dalla intervista del Corriere della Sera a margine del comizio di Bologna:

Gentiloni è la persona giusta per guidare un governo che riformi il Rosatellum?

«Sì. Non per caso la mia sortita dopo nove anni è stata a sostegno di Gentiloni, non è un fatto casuale».

In caso di stallo sosterrebbe un governo di larghe intese con Berlusconi?

«Io ho dato il mio sostegno pieno a un disegno, dopodiché in democrazia tutto dipende dai voti. Il problema dell’Italia è l’instabilità. Quando diventai premier e andai a Berlino per la prima visita ufficiale, il cancelliere Kohl mi abbracciò felice e poi mi chiese "chi viene la prossima volta?". Ormai questo aneddoto lo conoscete a memoria, ma se non chiudiamo questa storia dell’instabilità ci staremo sempre dentro».

Traduzione: dopo il 4 marzo c'è bisogno di un governo gentiloni con l'appoggio di berlusconi e la benedizione di prodi, per fare un paio di anni di sonno tranquillo con la ninna nanna di draghi, raffazzonare una legge elettorale di nuovo maggioritaria, riportare all'ovile i bersani d'alema, e riprendersi dallo shock del perditutto renziano.

Prodi e Berlusconi sono come due vecchi acerrimi nemici che alla fine si ritrovano sullo stesso fronte. Il Professore e il Pornostar, nel nome della realpolitik ovvero mai un governo con i 5Stelle, sfidano il senso dell'imbarazzo e del ridicolo e si lanciano in un nuova sfida per interposta persona, ma questa volta chi vince va bene anche a chi perde.

Il Professore si traveste da Gentiloni, l'ex maggiordomo diventato padrone; il Pornostar si affida a Tajani, faccia a Bruxelles e anima all'amatriciana.

Solo a pensarci, viene voglia di non andare a votare.

 

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