I giovani populisti mettono in crisi il regime in IRAN

Le proteste sono scoppiate all'improvviso, senza capi, senza programmi, senza nostalgie. Convocate via Telegram o Twitter, con parole d'ordine contro il governo  e le istituzioni islamiche,  l'aumento dei prezzi, la disoccupazione e il blocco delle pensioni, ma anche contro l'oppressione nei confronti delle donne, la corruzione dei funzionari di Stato, la censura dei mezzi di informazione liberi e dei social media.
 
L'Iran ha mostrato a tutto il mondo un volto repressivo e una situazione di crisi che pochi avevano voglia di immaginare, dopo la vittoria elettorale del moderato "riformista" Rouhani e l'avvio di relazioni commerciali con molti paesi europei ed asiatici.
Oltre dieci morti sono il bilancio parziale dei primi giorni di scontri di piazza, destinato purtroppo ad aumentare, centinaia di arresti, il blocco di internet e dei blog indipendenti.
 
Gli unici che sembrano contenti dell'esplosione iraniana sono i sauditi e il loro "protettore" Donald Trump, che per ovvi motivi festeggiano qualsiasi forma di indebolimento del regime iraniano.
Escludendo le ipotesi complottistiche che vedrebbero nelle proteste di piazza la mano della CIA, resta da capire da dove viene e dove andrà la rivolta di questi giorni, che ha molti tratti in comune con il fenomeno dei "populismi" europei, cioè della rivolta contro l'establishment e contro le scelte di autoconservazione del potere.
 
Il primo ad essere meravigliato e spaventato è proprio Rouhani che, dopo un primo tentennamento, ha capito che la rivolta non è effimera nè strumentale e rappresenta una seria minaccia alla sua leadership e immagine. Ha invitato gli apparati periferici a non eccedere nella repressione e a discernere tra le critiche e le violenze.
Il presidente iraniano teme che una repressione incontrollata possa giovare alla protesta e trasformarla da un episodio limitato ad un contagio di massa contro la Repubblica Islamica.
 
Dubito che il tentativo di "ragionare" da parte di Rouhani possa avere chance di successo sulle idee di rivolta dei giovani "populisti" iraniani.
 
 
 

In IRAN inizia la vera primavera

L'Iran ha votato per dare inizio alla sua primavera. 

 

L'obbiettivo principale del voto era di mettersi alle spalle gli anni bui di Ahmadinejad e della repressione di ogni libertà di espressione, ed è stato centrato, perchè la maggioranza assoluta di giovani e donne ha votato per l'alleanza Rohuani-Rafsajani, sia nella scelta dei parlamentari che in quella dei membri dell'Assemblea degli Esperti che dovrà scegliere il successore dell'Ayatollah Khamenei.

La vittoria di Rouhani segna anche il successo della diplomazia di Obama, forse l'unico nella gestione dello scacchiere medio-orientale.

La primavera iraniana dovrà fare i conti con l'aggravarsi della crisi tra i paesi dell'area, Arabia Saudita, Yemen, Iraq, con il rischio di scontro militare e con il calo del prezzo del petrolio che riduce notevolmente le speranze di ripresa economica dell'Iran. 

Caso ROUHANI, non è scandalo coprire i nudi ma i diritti civili

Non mi sembra scandaloso coprire le statue dei musei capitolini durante la visita del Presidente iraniano Rouhani. E' una forma di "sensibilità" verso culture e religioni che sono diverse dalla nostra e considerano diversamente le rappresentazioni artistiche del corpo umano.

Mentre mi sembra più scandaloso non aver chiesto all'ospite Rouhani di modificare il comportamento del suo regime nei confronti delle opposizioni democratiche, dei prigionieri politici, dei diritti delle donne.

Rouhani è venuto a promuovere e scambiare affari, l'occasione era ottima per parlare anche di libertà civili e religiose. Le opinioni sui nudi sono importanti ma secondarie.

Il suk della bomba atomica

L'accordo sulla limitazione del nucleare iraniano è stato considerato dalla stampa come un successo della politica internazionale di Obama. Ma a distanza di pochi giorni iniziano a sorgere dubbi e critiche ad un accordo che presenta margini di ambiguità sul nodo principale, quello riguardante il diritto dell'Iran a continuare il programma di arricchimento dell'uranio. 

Secondo gli iraniani, dal Presidente Rouhani agli ayatollah, il diritto viene riconosciuto dall'accordo, anche se limitato tra una soglia dal 5% al 20% (arricchimento per uso "pacifico"), mentre gli americani e i negoziatori occidentali sostengono che tale diritto non è sancito nell'accordo, e che il 5% è solo uno step verso lo smantellamento del programma.

Il "successo" diplomatico americano svanisce nel nulla se poi si considerano le reazioni del paese arabo più importante nello scacchiere mediorientale: l'Arabia Saudita, da sempre nemica del regime iraniano e preoccupata dal suo rafforzamento militare, ha criticato aspramente l'accordo e come contromisura sta considerando l'acquisto di armi nucleari direttamente dal produttore, in questo caso il Pakistan.

In pratica l'accordo USA-Iran sul nucleare anziché allontanare il pericolo di un conflitto nel medio oriente, lo avvicina, scatenando una corsa all'acquisto di armi atomiche da parte dei regimi arabi più ricchi. Senza considerare la reazione israeliana, che considera l'accordo un "gigantesco errore" strategico. Altro che "successo" diplomatico USA, probabilmente si tratta di un altro capitolo del "c'era una volta l'America".

 

C'era una volta l'America - 2

Una volta, se il capo di una paese povero e ostile agli USA telefonava al Presidente degli Stati Uniti, i giornali avrebbero titolato: Il Primo Ministro dell'Iran chiama il Presidente degli Stati Uniti per ....".

Ora avviene il contrario, e si capisce, dall'enfasi della stampa internazionale, che è stato Obama a chiamare Rouhani. Il Presidente degli USA cerca di dimostrare che il ruolo internazionale della superpotenza non è in crisi, anzi.

Dopo lo smacco siriano, costretti a trattare con Assad una improbabile quanto inutile / improbabile dismissione delle armi chimiche, gli Stati Uniti cercano di recuperare terreno nello scacchiere MedioOrientale aggrappandosi alle incerte concessioni di Rouhani.

I mercanti arabi sanno che il tempo è un fattore decisivo sia nelle trattative commerciali che in quelle diplomatiche. All'Iran serve prendere tempo, almeno sei mesi, per completare il primo ciclo di arricchimento dell'uranio a scopo militare; e sanno che agli USA in questo momento serve dimostrare che non sono fuori dai giochi del Medio Oriente. Quale occasione migliore per prendere tempo!

Obama telefona a Rouhani per ricostruire una credibilità politico-militare messa in dubbio dallo scacco siriano; a Rouhani, come ad Assad, serve prendere tempo per rafforzare il proprio potere senza rinunciare a nessuna delle opzioni possibili. 

Mentre dall'altra parte, in un colpo solo, gli Stati Uniti si trovano a dover rinunciare sia al ribaltamento di Assad in Siria che ad imporre la fine del nucleare in Iran.

Gli USA sono costretti a fidarsi.