Referendum Italia NO a Meloni, Trump, Netanyahu
Sei mesi fa il referendum sulla riforma della Giustizia voluta dal centrodestra per addomesticare una volta per tutte la riottosa magistratura italiana era dato per vincente con una larga maggioranza, addirittura secondo alcuni sondaggi del 60%.
Dopo sei mesi, alla vigilia del voto del 22 e 23 marzo, l'esito appare molto più incerto e potrebbe addirittura ribaltarsi, con una leggera prevalenza del NO alla riforma, anche se personalmente lo ritengo improbabile.
Cosa è cambiato in questi sei mesi, tanto da modificare gli equilibri e la percezione dell'opinione pubblica italiana?
Il governo di Giorgia Meloni ha dato il peggio del peggio, aumentando la già notevole dose di strafalcioni, incompetenze ed arroganze. Le dichiarazioni del ministro della Giustizio Nordio sono state autentiche spinte a favore del NO, fino ad arrivare alle orrende parole della sua eminenza grigia Giusi Bartolozzi - quella della liberazione del criminale libico Almasri - sulla equiparazione dei magistrati ai plotoni di esecuzione, per finire in bellezza, in un crescendo wagneriano con il sottosegretario Delmastro e la stessa Bartolozzi fotografati con amici mafiosi e indagati.
Delmastro e Bartolozzi non sono personaggi qualunque, perché fanno parte della ristretta cerchia di persone che Giorgia Meloni ha voluto portarsi dietro nei ranghi del governo, e di cui ovviamente si fida.
Giorgia Meloni fin dall'inizio della campagna elettorale per il referendum ha voluto precisare che l'esito del voto non avrebbe avuto alcuna influenza sul cammino del governo. Dicono tutti così, tranne Matteo Renzi (ma solo a metà).
Meloni si reputa troppo furba e intelligente per non sapere che se dovessero vincere i NO il suo governo dovrebbe fare le valigie, e se provasse a cambiare la legge elettorale per le prossime elezioni politiche darebbe un altro assist all'opposizione perché un governo perdente in un referendum istituzionale carico di significati politici non può fare una nuova legge elettorale per restare al governo. Sarebbe una aperta confessione di mire e ambizioni autoritarie.
Ma a complicare la vita politica del governo Meloni ci si è messo anche Donald Trump, l'amico americano di Giorgia, colui che avrebbe dovuto favorirla e invece gli sta rovinando la carriera.
Dazi commerciali, attacco alla Groenlandia, all'Ucraina, all'Europa, la guerra all'Iran, l'amicizia cinica con i criminali Putin e Netanyahu, agli occhi di molti italiani di centro e di destra i rapporti degli "amici del mio amico" Trump non giovano all'immagine di Giorgia Meloni.
Proprio a ridosso del voto referendario è arrivata la guerra di Trump e Netanyahu contro l'Iran, il prezzo della benzina e del gas alle stelle, inflazione e recessione, un salasso per l'economia italiana e le tasche dei cittadini che porta la firma di Donald Trump e Bibi Netanyahu, entrambi amici di Giorgia Meloni, entrambi aperti nemici dei magistrati che "mettono i bastoni tra le ruote".
Trump ha addirittura criticato la Corte Suprema americana a maggioranza conservatrice per aver sentenziato che i suoi dazi erano illegittimi. Netanyahu è sotto accusa in Israele per corruzione in una inchiesta della magistratura e ha fatto di tutto per rimuovere il capo della Procura Nazionale e sfuggire alla giustizia.
Gli amici di Giorgia Meloni hanno un tratto comune, non sopportano l'indipendenza dei magistrati, li considerano una casta di intoccabili, soprattutto quelli intransigenti e incorruttibili come Nicola Gratteri, il magistrato antimafia simbolo del fronte del No al referendum.
I motivi tecnici quali la separazione delle carriere o la ridefinizione del CSM sono solo pretesti, tecnicismi poco comprensibili per la maggioranza dei cittadini, che non hanno certamente in simpatia i magistrati ma ne hanno ancora di meno per i politici.
Per questo molti degli italiani che voteranno NO, spero che siano la maggioranza, lo faranno anche per fare un dispetto alla Meloni amica di Trump e Netanyahu, sullo sfondo dei crimini di Gaza e dell'incendio del Medio Oriente, un voto a lunga gittata che dall'Italia manderà un messaggio anche a Washington e Tel Aviv.
Un motivo in più per votare NO il 22 e 23 marzo.