Netanyahu e Reza Pahlavi a dicembre 2025
Secondo la rete di opposizione "Iran International", anche oggi sono continuate le manifestazioni studentesche nelle università di Teheran di A-Zahra e Amir Kabir contro il regime. Non si hanno notizie di vittime tra i partecipanti, ma il rischio di una nuova ondata di repressione è altissimo e collegato agli esiti delle trattive in corso a Ginevra tra iraniani e americani per l'abbandono del piano di arricchimento dell'uranio .
Inoltre, secondo quanto riportato dai canali iraniani affiliati al regime, i residenti della capitale hanno ricevuto messaggi SMS da una fonte sconosciuta in cui si affermava che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump "è un uomo d'azione".
Qualcuno - servizi di intelligence israeliani e americani - sta cercando di convincere le migliaia di cittadini delusi dal tradimento di Trump dopo le grandi manifestazioni del 8 e 9 gennaio represse dal regime degli ayatollah in un mare di sangue (secondo alcune fonti più di 30mila morti) a tornare nuovamente in piazza e che questa volta l'America scatenerà la guerra e libererà l'Iran.
Ma il futuro non sembra così lineare e foriero di speranze. Sul destino dell'Iran da due mesi è calata una pesante nebbia geopolitica, intrisa del sangue di migliaia di giovani oppositori.
Trump ancora sfoglia la margherita "attacco o non attacco?" dopo aver trasferito nel Medio Oriente due portaerei, 15 navi da guerra lanciamissili, 500 aerei tra caccia e bombardieri.
Le opzioni ridotte all'osso sono solo due, ed entrambe purtroppo non indicano un futuro più radioso per le speranze di libertà degli iraniani.
Trump pensa che la guerra o l'accordo con l'Iran sia un affare privato tra lui e Khamenei, possibilmente dopo averlo ucciso e trovato un accordo con il presidente Masoud Pezeshkian (modello Venezuela), ma c'è di mezzo Netanyahu che ha già pronto un piano per trascinare in una guerra prolungata gli USA, rovesciare il regime degli ayatollah e incoronare Scià Reza Pahlavi a Teheran.
Opzione 1, la preferita da Donald Trump: un attacco limitato e breve che punta ad eliminare fisicamente il simbolo principale del regime islamico iraniano, l'ayatollah Ali Khamenei e famiglia, e possibilmente i capi più importanti delle milizie Pasdaran e Basij.
L'attacco risparmierebbe i vertici militari e il presidente MasoudPezeshkian, con cui si aprirebbero trattative ulteriori per l'abbandono del piano nucleare iraniano e la fine delle sanzioni economiche e petrolifere.
Il piano sarebbe gradito ai paesi arabi sunniti, Arabia Saudita in prima fila, ma osteggiato da Netanyahu e dagli attuali vertici militari israeliani, che non ritengono affidabile il regime iraniano anche senza la guida di Khamenei.
Opzione 2, Netanyahu non fa mistero di voler provocare un cambio di regime totale in Iran e pensa di riportare a Teheran il successore dello Scià, Reza Ciro Pahalavi.
Reza Pahalavi con l'aiuto di fondi ebraici si è costruito una fitta rete mediatica tra gli iraniani all'estero in grado di influenzare una parte di opinione pubblica a cui il ricordo dello Scià sarebbe risultato indigesto in altre epoche.
Le recenti manifestazioni di decine di migliaia di iraniani in diverse città occidentali, da Monaco di Baviera a Londra, da Parigi a Melbourne, sono state abilmente sfruttate da Reza Pahlavi per rafforzare la sua immagine e proporsi come unico esponente dell'opposizione iraniana in grado di abbattere il regime e ripristinare la democrazia in Iran.
Reza Pahlavi punta ad una sorta di "monarchia parlamentare" sul modello di alcuni paesi europei, di cui lui sarebbe il restauratore superpartes per garantire elezioni libere anche se ovviamente condizionate dalla propaganda a suo favore.
Il progetto di restaurazione dello Scià è fortemente voluto da Israele (Netanyahu) perché lo considera l'unico modo di eliminare definitivamente la minaccia del regime islamico trasferendo l'Iran nella sfera di influenza USA-Israele.
Il progetto però non piace ai paesi arabi dell'area, Arabia Saudita in testa, e troverebbe un forte ostacolo anche all'interno dello stesso Iran da parte delle minoranze etniche non persiane, in particolare i Curdi e i Baluchi, entrambi già in conflitto con Teheran ma pronti a sfruttare il cambio di regime per accentuare le rivendicazioni indipendentiste.
Il ritorno della dinastia Pahlavi spalancherebbe le porte alla disgregazione dell'Iran attuale - con somma gioia degli israeliani - e creerebbe squilibri geopolitici in tutta l'area, compreso il Pakistan, la Turchia, l'Iraq, ciascuno interessato a prendersi i brandelli del defunto Iran.
La soluzione Reza Pahlavi non piace molto nemmeno a Trump, non perché abbia qualcosa in contrario agli Scià e alle monarchie, anzi, ma perché comporta il rischio di un impegno prolungato e indesiderato dell'esercito USA in Medio Oriente, un evento che verrebbe rinfacciato a Trump da tutte le componenti politiche americane, dai MAGA ai Dem, come tradimento della promessa di non coinvolgere mai più l'America in guerre esterne.
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Dopo i recenti massacri da parte del regime contro gli oppositori scesi in piazza l'8 e il 9 gennaio nella speranza di un intervento americano risolutivo - speranza tradita da Trump - l'immagine di Reza Pahalavi come combattente disinteressato e coraggioso ha preso quota. I militanti del movimento pro-Scià inneggiano sui social e nelle piazze, moltiplicando un'idea che fino a pochi anni fa avrebbe fatto rabbrividire : il ritorno dello Scià, cacciato a furor di popolo negli anni '70 del secolo scorso, immagine di un regime corrotto e violento, appoggiato dagli americani e la cui caduta aprì le porte al ritorno di Khomeini dall'esilio e alla nascita della Repubblica Islamica.
Il sostegno di Netanyahu al rientro della famiglia Pahalavi a Teheran non si limita a qualche stretta di mano e ai finanziamenti per campagne di marketing politico. Gli apparati più o meno segreti israeliani sono già pronti ad intervenire sul campo appena inizieranno le ostilità, con supporti tecnologici e di intelligence avanzati.
Per Netanyahu è un'occasione irripetibile per promuoversi come colui che eliminò per sempre la mortale minaccia iraniana su Israele, assicurandosi l'ennesima vittoria alle prossime elezioni. Anche a costo di incendiare tutto il Medio Oriente.
Non bisogna essere strateghi sofisticati per capire che in Iran una soluzione tipo Venezuela (eliminare Maduro ma lasciare il suo regime) è conveniente ma molto più difficile da realizzare e i rischi superano di gran lunga i benefici.
Secondo gli analisti internazionali il viaggio di Netanyahu a Washington due settimane fa non sarebbe servito a convincere Trump di attaccare l'Iran e sostenere Reza Pahlavi. Una sceneggiata già messa in atto prima della guerra dei 12 giorni del giugno 2025.
Inoltre Benjamin Netanyahu ha già dimostrato di avere un notevole potere di persuasione su Donald Trump, di cui possiede diverse chiavi per condizionarne le scelte, ed è questa la vera partita in gioco a Washington nelle ore che precedono l'ormai certo attacco americano a Teheran.
Breve e violento, oppure lungo e devastante?