COVID-19, GLI STATI UNITI IN PREDA A PANICO E CAOS


- 18/07/2020

Negli USA si aggrava la crisi sanitaria causata dalla scellerata gestione della pandemia di covid-19 da parte dell'amministrazione Trump. Si fa largo una sensazione di panico e rabbia collettiva.


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Il numero dei contagi giornalieri cresce inesorabilmente: 60000, 70000, 80000.

Negli Stati Uniti, alla sera del 17 luglio si registrano 3,6 milioni di infettati dal coronavirus e 140mila morti.


Il Texas ha dovuto ordinare altre decine di camion mortuari per contenere i corpi dei deceduti, gli ospedali della Florida sono al limite della saturazione, come pure in California e in altri Stati.


Il biscazziere Donald Trump, che per 4 anni ha illuso gli americani di essere il Presidente degli Stati Uniti, nel mezzo della crisi più grave nella storia del paese non trova di meglio che litigare e delegittimare il dottor Anthony Fauci, a cui si dovrebbe magari rimproverare di non aver denunciato con più forza due mesi fa la criminale gestione della pandemia di Covid-19 da parte dell'amministrazione Trump.


Minimizzando i rischi e vanificando qualsiasi misura di prevenzione dei contagi, l'amministrazione è riuscita a trasformare gli Stati Uniti in un enorme lazzaretto ma soprattutto ha creato le premesse per il dilagare del coronavirus fino ad un punto di non ritorno da cui ora sarà impossibile o assai doloroso tornare indietro.


Nel vuoto totale che si registra a Washington, si inseriscono le iniziative divergenti dei governatori dei singoli Stati.

Chi prende un'iniziativa in una direzione viene smentito da quella del vicino, con l'effetto che il coronavirus si diffonde e moltiplica con una velocità sempre maggiore. Il Governatore repubblicano della Georgia ha fatto causa al sindaco democratico di Atlanta che aveva imposto l'obbligo delle mascherine nei luoghi pubblici.

La Florida è il caso esemplare. Ad aprile ha allentato il lockdown, le spiagge si sono riempite e da maggio tutte le attività sono riprese, tutte rigorosamente senza mascherine e precauzioni. Il risultato sta nei numeri, più di 100 morti al giorno, e il governatore repubblicano DeSantis che invita a parlare solo delle notizie buone, e ad evitare di discutere di come prevenire il peggio.


La gente, i mass media, gli opinion maker iniziano a capire che qualcosa di grave aleggia sull'America.

Il mix tossico di una pandemia senza freni, un'economia lastricata di milioni di disoccupati e da trilioni di debiti, un'amministrazione politica inetta e divisiva, sta cominciando a creare una sensazione diffusa di panico e rabbia.


Le proteste antirazziste esplose dopo l'omicidio di George Floyd si alimentano anche con la previsione di un disastro corrente e incombente, le cui conseguenze ricadono sui più deboli e non garantiti.


Anche il resto del mondo assiste con impotenza e preoccupazione all'aggravarsi della situazione negli Stati Uniti. Il vuoto politico è palpabile in tutte le sedi diplomatiche e in tutte le questioni geopolitiche aperte.


Da un punto di vista sanitario c'è la consapevolezza che il disastro americano ha ripercussioni gravissime per tutti. Il coronavirus ha già dimostrato di potersi fare beffe dei blocchi e delle misure di monitoraggio alle frontiere. Figuriamoci ora, con i contagi mondiali che crescono a ritmi vertiginosi in paesi popolosi come il Brasile il Sud Africa e l'India, oltre agli Stati Uniti, e con focolai sempre in agguato in Asia e in Europa.


A Roma gli alberghi e i ristoranti aspettano i turisti americani, con o senza mascherine, e senza badare troppo al sottile dei test di positività.

Se non arrivano a causa della prolungata crisi interna agli Stati Uniti, saranno costretti a chiudere.


Chi spera nei vaccini, subito e per tutti, semina illusioni, le stesse di Donald Trump, che portavano a credere che in estate il coronavirus sarebbe scomparso.



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