Cuba, Dopo il Coronavirus la Fame?


Giovanna Barile - 11/05/2020

L’epidemia di Covid-19 ha bloccato il turismo, unica fonte di ricchezza per sopravvivere all'embargo americano. Sull'isola i cubani disciplinati ma tristi temono il ritorno della fame più che il contagio del coronavirus. Gli appelli del governo alla “resistenza” sono suoni senza eco.


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Il post da Cuba di Giovanna Barile


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Nel quotidiano appuntamento televisivo delle 18:00 il Dr. Francisco Durán, direttore dell'Istituto Nazionale di Epidemiologia e ormai figura carismatica, scandisce dietro la mascherina le cifre aggiornate del contagio a Cuba (popolazione complessiva: 11,5 milioni):


- dall'inizio dell'emergenza a oggi, 754 casi positivi, di cui 33,4% donne e 66,6% uomini;
- 77 deceduti;
- ricoverati in osservazione: 1.894;
- in osservazione a casa: 4.081;
- numero di campioni analizzati: 67.350

Subito dopo il rapporto del dr. Duran, e appena prima del rituale applauso dalle finestre dedicato a medici e personale sanitario, il telegiornale intervista la Ministra del commercio interno, ugualmente ascoltatissima perché informa sugli approvvigionamenti di generi alimentari e non, problema principe che domina le giornate di tutti.

L'azzeramento del flusso turistico, conseguente alla chiusura delle frontiere del 13 marzo scorso, si somma ai catastrofici effetti dell'embargo nordamericano per portare allo stremo una popolazione giá sofferente. Il "paniere" di beni essenziali garantiti a tutti i cubani é desolatamente magro.

Mancano i due alimenti di base della dieta cubana: il riso e il pollo. Perfino i fagioli scarseggiano, per non parlare di sale, farina, latte, introvabili da settimane.

Dunque in ogni casa si ascolta in religioso silenzio cosa ha da dire, sempre da dietro la mascherina, la Ministra responsabile della distribuzione dei prodotti nei -sempre meno numerosi - negozi aperti, che per di più lavorano a orario ridotto, producendo file che girano tutt'intorno agli isolati e poi si perdono nel nulla.

La Ministra dice che si sta provvedendo alla distribuzione del pollo, che nella settimana entrante soddisferà il 90% della domanda. Va peggio con sapone, dentifricio e detersivo, che arriveranno solo al 30% della popolazione. Per pannolini e carta igienica (sempre, ciclicamente, assenti all'appello) nessuna previsione di ricomparsa sugli scaffali.
Riso poco e razionato; olio solo per il 20% della domanda; formaggio e burro sono nomi fantascientifici . E così via.

La gente mette le mascherine (tutti, indistintamente), si mette in fila dall'alba, sapendo che quando riuscirà ad entrare nel negozio forse quello che cerca sarà finito. Le uniche conversazioni che si scambiano riguardano il dove trovare una cosa o l'altra: in tal negozio "apareció" la salsa di pomodoro, in tal altro il puré di patate. Laggiú si trovano un po' di uova.

Questa Cuba nervosa e triste non somiglia in nulla a quella che, fino a due mesi fa, risentiva in parte dell'obbligo di mostrarsi allegra e canterina per non deludere i turisti. Spariti questi ultimi, la gente si mostra come é in tutto il mondo: a volte stufa, a volte cupa, immersa in questa fatica del giorno per giorno, con pochi soldi e poco ottimismo.

Gli slogan motivazionali che risuonano in televisione e alla radio, gli appelli del governo alla resistenza e all'orgoglio nazionale, sono suoni senza eco. A molti richiamano alla mente il terribile ricordo del "periodo speciale ", che per tutto il decennio dei '90 ha letteralmente messo alla fame tutto il paese.

Come allora, sono cominciati i razionamenti di energia elettrica e acqua, dovuti anche alla prolungata assenza di piogge. E col caldo che aumenta, cresce l'insofferenza.

"Davvero pensa che si sta tornando al periodo speciale?" chiedo a un signore con il quale ho cominciato a chiacchierare durante una lunga fila. Risponde deciso di sí. Prende fiato come per aggiungere qualcosa, poi ci ripensa e non dice niente.

Tornando verso casa penso per l'ennesima volta al privilegio di poter vivere in un paese diverso dal mio abbastanza a lungo da conoscerne albe e tramonti, condividere gioie e drammi, avere il tempo di conoscerne la tristezza e la creatività e di cercare gli anticorpi alla rassegnazione che -ne sono convinta- esistono in ogni angolo del mondo.

Qualche anticorpo l'ho intravisto, ve lo racconto la prossima volta.



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