Ghiacciaio del Himalaya provoca migliaia di vittime
La montagna che ricordava tutto
C'è un tempo, nella vita di un ghiacciaio, che non si misura in anni ma in ere.
Quello che si è staccato mercoledì 26 agosto 2026 dal fianco himalayano tra il Tibet e il distretto nepalese di Rasuwa non aveva un nome ufficiale sulle carte geografiche. Gli abitanti della valle del Bhote Koshi lo conoscevano semplicemente come "il ghiaccio sopra Timure", una presenza silenziosa che per millenni aveva accumulato neve, l'aveva compressa in roccia bianca, e l'aveva trattenuta a oltre cinquemila metri di quota.
Poi, in una mattina come tante, quella roccia bianca ha smesso di reggere.
Secondo la ricostruzione del Servizio Geologico degli Stati Uniti, non si è trattato — come inizialmente riferito dal ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal — di un terremoto seguito da una frana. È stato il ghiacciaio stesso a collassare, generando una colata di ghiaccio e detriti che si è riversata nel fiume Lhende e poi nel Bhote Koshi, travolgendo tutto ciò che incontrava lungo il tragitto.
Non un terremoto. Una morte.
Nessuno sa come si chiamasse quel ghiacciaio. Non compariva, con un nome proprio, su nessuna carta ufficiale. E allora mi prendo io la responsabilità di chiamarlo Sansone: non per addolcirlo con un mito, ma perché in quel crollo c'è qualcosa che assomiglia, più di ogni bollettino scientifico, a un gesto disperato. Il gesto di una forza della natura che, dopo essere stata osservata morire per anni da chi saliva a fotografarla, si porta giù con sé le colonne del tempio — nel tentativo, disgraziato e forse vano, di scuotere coscienze che fino a quel momento avevano scelto di restare ipocrite di fronte al riscaldamento globale.
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La guida
Pemba (un nome di fantasia, come tutte le voci non attribuite di questo reportage) accompagna gruppi di turisti stranieri sui sentieri di Rasuwa da dodici anni. Quella mattina stava scortando un piccolo gruppo indiano verso Timure, uno dei villaggi più vicini al confine.
"Il fiume aveva un suono diverso, quel giorno," racconta chi, come lui, lavora ogni stagione lungo quelle gole.
Negli ultimi anni il turismo verso i ghiacciai himalayani è cresciuto in modo vertiginoso: lodge, ponti sospesi, piccole centrali idroelettriche sono sorti lungo le sponde di fiumi scavati in gole strette, proprio nei corridoi che l'acqua di scioglimento avrebbe percorso in caso di collasso.
Case costruite per accogliere chi saliva a "vedere il ghiacciaio" sono state le prime a sparire sotto la piena.
È per questo che il bilancio delle vittime, ancora provvisorio nei giorni successivi al disastro — le stime hanno oscillato da poche decine a oltre 350 morti accertati, con centinaia di dispersi, oltre 1400, tra cui numerosi turisti di diverse nazionalità e alcuni italiani — racconta una storia amara: la stragrande maggioranza delle persone travolte non viveva lì. Erano venute ad ammirare, a guardare.
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Il giornalista che ha perso il suo villaggio
Non tutte le voci di questo disastro sono anonime. Arjun Poudel, cronista del Kathmandu Post, ha raccontato in prima persona come ha appreso, mentre andava al lavoro a Kathmandu, che l'alluvione aveva colpito il suo villaggio d'origine, Sole Bazaar, e il vicino mercato di Betrawati, lungo il fiume Trishuli — il corso d'acqua a valle in cui confluisce il Bhote Koshi.
Poudel racconta di aver dapprima faticato a crederci: quella non era una zona che il fiume avesse mai raggiunto, nemmeno nei monsoni peggiori, e lui stesso, a 44 anni, non aveva mai visto l'acqua arrivare fin lassù.
Le telefonate ai familiari cadevano nel vuoto. Quando finalmente è riuscito a raggiungere una cognata, lei gli ha detto con poche parole che del villaggio non restava quasi nulla, e che gran parte della gente non c'era più.
Nelle ore successive, chiamata dopo chiamata, il cronista ha ricostruito la portata della perdita personale: una zia travolta insieme al figlio e alla nuora, un'altra zia scomparsa con il nipote e la sua famiglia, uno zio materno uscito quella mattina a tagliare l'erba per il bestiame e mai più tornato. Il capo villaggio gli ha confermato che alcuni erano riusciti a salvarsi arrampicandosi sul fianco della collina; un insegnante della zona gli ha detto di non riuscire a trovare la propria famiglia, e che la maggior parte delle case di Betrawati non esisteva più.
Betrawati non era un mercato qualunque: ospitava templi storici, un sito considerato sacro per l'antico trattato di pace tra Nepal e Tibet, un luogo di pellegrinaggio visitato ogni anno da migliaia di persone. Con l'alluvione sono spariti anche i ponti che collegavano la valle al resto del distretto, la centrale idroelettrica sul Trishuli, l'unica strada verso il capoluogo. Un intero distretto — Rasuwa — è rimasto tagliato fuori dalla rete stradale nazionale, al buio, senza linee telefoniche.
Poudel descrive la frase di un abitante rimasto senza parole più di ogni statistica: se qualcuno si ammala ora, ha detto, dovrà semplicemente morire in casa, perché non c'è più modo di raggiungere un ospedale. È forse la testimonianza più nuda di cosa significhi, per chi vive quei luoghi e non li visita soltanto, che un ghiacciaio a monte smetta di reggere.
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Lo scienziato
Nei laboratori dell'ICIMOD, il Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato delle Montagne con sede a Lalitpur, il disastro di Rasuwa non è arrivato come una sorpresa totale — ma nemmeno come qualcosa di previsto nel dettaglio.
Un anno prima, quasi esattamente, un altro evento simile aveva colpito la stessa valle: l'8 luglio 2025 il torrente Lhende aveva improvvisamente esondato, e le analisi satellitari con immagini Sentinel avevano attribuito l'episodio al collasso di un lago proglaciale a 5.150 metri di quota, appena 36 chilometri a nord del confine. In quell'occasione il bilancio era stato più contenuto, ma il segnale era chiaro.
Uno studio congiunto di ICIMOD e Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo aveva già censito 3.624 laghi glaciali distribuiti tra Nepal, India e Tibet. Quarantasette erano stati classificati come potenzialmente pericolosi, ventuno di questi entro i confini nepalesi.
Gli scienziati sapevano che la regione era instabile. Non sapevano — non potevano sapere — quando e dove esattamente il ghiaccio avrebbe ceduto di nuovo.
È la caratteristica più crudele di questo tipo di disastri: il rischio è cartografato, misurato, pubblicato in report internazionali. L'evento specifico resta imprevedibile fino a poche ore, a volte pochi minuti, dal momento in cui accade.
Ma si sapeva che sarebbe accaduto.
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Il soccorritore
Quattordici elicotteri dell'esercito nepalese, insieme a squadre della Polizia Armata e della polizia civile, sono stati mobilitati nelle ore successive al collasso. Le zone più colpite, Syapru Besi e Timure, sono difficili da raggiungere anche in condizioni normali: gole strette, terreno instabile, infrastrutture minime. Con ponti e strade spazzati via, alcuni elicotteri non sono nemmeno riusciti ad atterrare.
Per chi ha partecipato alle ricerche, i primi giorni sono stati un lavoro di sottrazione più che di salvataggio: contare i sopravvissuti, poi contare i dispersi, poi capire quanti di quei dispersi fossero davvero scomparsi sotto il fango e quanti semplicemente irraggiungibili, isolati in tasche di territorio tagliate fuori dal resto della valle.
Il Nepal Electricity Authority ha confermato danni a sei impianti idroelettrici maggiori. Villaggi interi — non case isolate, villaggi — risultano spazzati via lungo il corso del Trishuli, il fiume in cui il Bhote Koshi confluisce prima di proseguire verso l'India come fiume Gandak.
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Il dopo, che non è finito
Nei giorni successivi al disastro, le autorità cinesi hanno lanciato un nuovo allarme: un lago di sbarramento si è formato vicino alla confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo, in territorio nepalese ma monitorato dal Ministero delle Risorse Idriche cinese. Il volume stimato, circa due milioni di metri cubi, era destinato a crescere di altri tre milioni nei giorni successivi. Un secondo cedimento, hanno avvertito le autorità, non era da escludere.
È qui che la cronaca smette di essere un fatto isolato e diventa un pattern. Il Lhende nel 2025. Il Bhote Koshi nel 2026. Un nuovo lago che minaccia di cedere pochi giorni dopo. Non sono incidenti separati: sono la stessa storia che si ripete a intervalli sempre più ravvicinati, in una regione dove il riscaldamento globale sta destabilizzando in tempo reale un sistema che per millenni si era mantenuto in equilibrio.
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Un Ghiacciaio di nome Sansone
Chiamarlo Sansone, il personaggio biblico che sceglie di morire distruggendo i suoi nemici, in fondo, non è un vezzo letterario: è colmare con un nome il vuoto che le carte geografiche e i bollettini scientifici lasciano aperto. Perché la simbologia di questo evento è troppo esplicita per essere ignorata.
Non è una metafora forzata. È la cronaca stessa a suggerirla: un ghiacciaio nato quando gli esseri umani camminavano ancora a quattro zampe, sopravvissuto a imperi e colonizzazioni, che collassa nell'anno in cui il turismo verso i ghiacciai himalayani ha raggiunto i suoi massimi storici — e che, nel farlo, si porta via in gran parte proprio chi era andato a fotografarlo.
Il ghiacciaio Sansone non ha compiuto un atto di vendetta: la Natura non conosce questo sentimento, ma solo cause ed effetti, dinamiche e conseguenze. Le vittime della tragedia tra Nepal e Tibet non avevano responsabilità maggiori di quelle che noi tutti abbiamo nel provocare le cause che stanno distruggendo, tra l'altro, i ghiacciai di tutto il mondo e i cambianti climatici epocali e irreversibili. E' evidente che se il ghiacciaio Sansone muore anche i Filistei del tempio diventano vittime del crollo.
Anche il grido delle vittime inconsapevoli del Ghiacciaio dovrebbe toccare le coscienze di chi sta governando e distruggendo, senza pensare al futuro della Terra.
Resta da vedere se il grido di Rasuwa verrà ascoltato meglio di quelli che lo hanno preceduto, o se — come i 47 laghi glaciali già classificati a rischio in attesa del prossimo cedimento — verrà semplicemente aggiunto alla lista di quelli che sappiamo, e su cui, ancora, non agiamo.
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Nota: le voci di Pemba, dello scienziato e del soccorritore sono composite e non attribuite a persone reali; rappresentano ruoli e testimonianze tipiche della zona, costruite a partire da fonti giornalistiche e scientifiche verificate sul disastro del 26 agosto 2026. La testimonianza del giornalista Arjun Poudel è invece reale e tratta dal suo articolo "I watched my village disappear in an instant", pubblicato sul Kathmandu Post il 27 agosto 2026, qui riportata in forma di sintesi e parafrasi. I dati su vittime, dispersi, infrastrutture e laghi glaciali provengono da fonti ufficiali (USGS, ICIMOD, UNDP, Nepal Tourism Board, Nepal Electricity Authority) e da agenzie di stampa (Reuters, Euronews, CBS News, Outlook India, The Watchers).