OMICIDIO REGENI, ULTIMA CHIAMATA PER AL-SISI

10/05/2019

Lo scopo della lettera dei genitori di Giulio, che rafforza le recenti iniziative del Presidente della Camera Roberto Fico e la neonata commissione d'inchiesta, è di fare pressione sul dittatore egiziano affinché capisca che si tratta dell'ultima possibilità di trovare una soluzione condivisa.

In una lettera su La Repubblica indirizzata al Presidente egiziano Al Sisi, i genitori di Giulio Regeni chiedono il rispetto delle promesse fatte sull'accertamento delle responsabilità e la consegna degli assassini.
"A marzo di tre anni fa sulle pagine di questo giornale Lei si rivolgeva a noi «come padre prima che come presidente» e prometteva «che faremo luce e arriveremo alla verità, lavoreremo con le autorità italiane per dare giustizia e punire i criminali che hanno ucciso vostro figlio».
Sono passati tre anni. Nessuna vera collaborazione c’è stata da parte delle autorità giudiziarie egiziane ....
Oggi sappiano che Giulio è stato sequestrato da funzionari dei Vostri apparati di sicurezza e lo sappiamo grazie al lavoro incessante degli investigatori e dei procuratori italiani e dei nostri legali. Lei è venuto meno alla sua promessa.
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Non possiamo più accontentarci delle sue condoglianze né delle sue promesse mancate.
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Finché questa barbarie resterà impunita, finché i colpevoli, tutti i colpevoli, qualsiasi sia il loro ruolo, grado o funzione, non saranno assicurati alla giustizia italiana, nessun cittadino al mondo potrà più recarsi nel Vostro Paese sentendosi sicuro. E dove non c’è sicurezza non può esserci né amicizia né pace.
Presidente, Lei ha l’occasione per dimostrare al mondo che è un uomo di parola: consegni i cinque indagati alla giustizia italiana, permetta ai nostri procuratori di interrogarli, dimostri al mondo che la osserva che Lei non ha nulla da nascondere.
Lei ha il privilegio e l’occasione di fare giustizia, sprecarli sarebbe imperdonabile.
Il senso della lettera è tutto nell'ultima frase: questa è l'ultima occasione per fare giustizia, per accettare la verità che i magistrati italiani hanno proposto e che rappresenta l'unica  accettabile dalla famiglia e dallo Stato italiano, una verità basata sulle rivelazioni di un supertestimone che avrebbe fornito i nomi e le circostanze dei responsabili dell'omicidio, alti gradi degli apparati di polizia di Al Sisi.

Le rivelazioni consegnate ai magistrati italiani hanno però bisogno di essere avallate anche dalle autorità egiziane, per essere considerate "vere" sia da un punto di vista giudiziale che politico-diplomatico.

La versione fornita dal supertestimone accredita le ipotesi formulate nelle prime settimane dopo il ritrovamento del corpo di Giulio e cioè che il giovane ricercatore sarebbe stato "scambiato" per una spia straniera, sequestrato e torturato per ottenere le informazioni sui  presunti complici.
Giulio Regeni fu ucciso dai servizi di sicurezza egiziani perché creduto una spia inglese. A dirlo, questa volta, non sono gli inquirenti italiani che indagano sul rapimento e la morte del giovane ricercatore italiano, ma un supertestimone - funzionario della National security egiziana -  che  ascoltò una conversazione proprio tra uno degli agenti responsabili del rapimento e un altro poliziotto africano.
Il funzionario indicato dal testimone, scrive il Corriere, è uno dei cinque che la Procura di Roma ha iscritto sul registro degli indagati. Secondo gli inquirenti ci sono indizi sufficienti a ipotizzare il coinvolgimento del generale Sabir Tareq, del colonnello Uhsam Helmy, del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, dell’assistente Mahmoud Najem e del colonnello Ather Kamal, all’epoca capo della polizia investigativa del Cairo e coinvolto anche nel depistaggio con cui si voleva chiudere il caso addossando ogni responsabilità a una banda di criminali comuni, uccisi in un presunto conflitto a fuoco.
Le ammissioni, sottolinea Repubblica, furono fatte durante un pranzo in cui il funzionario discuteva di questioni legate alla lotta interna all’opposizione politica dell’Egitto. E non si accorse di essere ascoltato dal testimone che seduto al tavolo accanto. A un certo punto l’egiziano comincia a parlare del “ragazzo italiano”: racconta dei pedinamenti e delle intercettazioni telefoniche di cui era stato oggetto fino al 24 gennaio del 2016, vigilia della sua scomparsa; e aggiunge di essere stato protagonista dell’operazione che lo avrebbe fatto scomparire.
“Ci convincemmo che era una spia e scoprimmo che il 25 gennaio doveva incontrare una persona che ritenevamo sospetta”, avrebbe detto l’ufficiale nella ricostruzione fatta dal testimone. “Per questo entrammo in azione quel giorno”.
Stando alla nuova testimonianza, quel che accadde a Giulio è proprio l’ufficiale egiziano a raccontarlo al suo interlocutore: “Caricammo il ragazzo italiano in macchina e io stesso lo colpii più volte duramente al volto”.
Se confrontata con le menzogne, i depistaggi, le lacune, i silenzi delle inchieste ufficiali, la versione del supertestimone sembra uno squarcio luminoso di verità, supportato da nomi e dai ruoli dei colpevoli da condannare.
Ma un'analisi più dettagliata dimostrerebbe che anche la nuova verità sull'omicidio di Giulio Regeni è in realtà un'approssimazione per difetto delle reali responsabilità. Un'approssimazione che riduce il livello gerarchico delle figure coinvolte e contiene una sorta di giustificazione per il regime, adombrando "l'errore di aver scambiato Regeni per una spia", un errore causato dalle frequentazioni egiziane del giovane.
Rispunta in parte la tesi formulata dallo squallido Mohamed Abdallah, il presidente del sindacato degli ambulanti del Cairo. “Sono stato io a denunciare Giulio Regeni. E lo farei di nuovo”.
Le circostanze in cui il supertestimone afferma di essere venuto a conoscenza dei fatti sono alquanto improbabili, e con ogni probabilità sono state costruite per coprire  il vero canale di informazione e dare una giustificazione al vuoto investigativo delle autorità egiziane.
La versione più vera dovrebbe avere una sfumatura diversa: i servizi egiziani sapevano che Giulio non era una spia ma aveva rapporti con persone che erano ritenute appartenenti ad  una rete spionistica straniera e precisamente britannica, e  hanno cercato di estorcergli nomi e ricostruzioni per incastrare i membri della presunta rete. Giulio è stato torturato e ucciso per non essersi prestato a denunciare fatti inesistenti o di cui non poteva avere alcuna conoscenza. Secondo questa versione gli aguzzini egiziani hanno agito con crudeltà premeditata e coperta dagli alti vertici, contro una persona che doveva prestarsi, sotto tortura, a sottoscrivere false dichiarazioni per incastrare altri soggetti.
La versione dei magistrati italiani attribuisce invece agli egiziani il beneficio dell'errore "quasi involontario" e contiene il massimo della mediazione diplomatica possibile, per consentire di non rompere i rapporti affaristici con il regime e di non subire l'umiliazione delle menzogne precedenti.
Il senso della lettera dei genitori di Giulio, che rafforza le recenti iniziative del Presidente della Camera Roberto Fico e la neonata commissione d'inchiesta, è quello di fare pressione sul dittatore egiziano affinchè capisca che si tratta dell'ultima possibilità di trovare una soluzione condivisa.
Credo che Al Sisi non accetterà nemmeno la proposta di verità "mediata" e in tal caso il governo e le istituzioni italiane dovrebbero prenderne atto e chiedere la cessazione dei rapporti diplomatici e di affari con l'Egitto, e la magistratura italiana dovrebbe spiccare un ordine di arresto internazionale contro gli autori dell'omicidio di Giulio Regeni.
Il murale di El-Teneen per Giulio Regeni a Berlino

Il murale di El-Teneen per Giulio Regeni a Berlino

"Finché questa barbarie resterà impunita, finché i colpevoli, tutti i colpevoli, qualsiasi sia il loro ruolo, grado o funzione, non saranno assicurati alla giustizia italiana, nessun cittadino al mondo potrà più recarsi nel Vostro Paese sentendosi sicuro"