Allarme COVID-19 Sottovalutato in Italia e Nel Mondo

01/03/2020

Massimo Galli, primario infettivologo dell'Ospedale Sacco di Milano, rivela quello che la politica nasconde, cioè la preoccupazione per la pericolosità del COVID-19 e il livello di diffusione incontrollata.

 

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Sul Corriere della Sera del 1 marzo un'intervista al professor Massimo Galli, medico primario dell'Ospedale Sacco di Milano in prima linea nell'emergenza quotidiana causata dal COVID-19, smentisce i tentativi di chi cerca di far apparire l'epidemia come "un'influenza un pò più grave" di cui non bisogna avere paura.

 

dal Corriere della Sera, intervista di Margherita De Bac

Mentre parliamo al telefono per analizzare l’impennata dei casi di Covid-19, il professor Massimo Galli — primario infettivologo dell’ospedale «Sacco» di Milano — è in reparto, costretto a interrompere tre volte la conversazione per rispondere ai colleghi di altre strutture che chiedono di potergli inviare pazienti gravi: «Quello che lei sta ascoltando in tempo reale vale più delle mie risposte. Siamo in piena emergenza. Sì, sono preoccupato».

Come si spiega questa impennata di contagi?
«È accaduto quello che molti di noi temevano e speravano non accadesse. Il virus ha dimostrato di aver eluso i criteri di sorveglianza. L’epidemia ha a tutti gli effetti conquistato una parte d’Italia. Ci troviamo a dover gestire una grande quantità di malati con quadri clinici importanti. Sta succedendo qualcosa di grave, non soltanto da noi ma anche in Germania e Francia, che potrebbero ritrovarsi presto nelle nostre stesse condizioni e non glielo auguro. Stiamo trattando una marea montante di pazienti impegnativi».

A cosa è dovuta questa esplosione di casi?
«I quadri clinici gravi non fanno pensare che l’infezione sia recente. È verosimile che i ricoverati abbiamo alle spalle dalle due alle quattro settimane di tempo intercorso dal momento in cui hanno preso il virus allo sviluppo di sintomi molto seri, dalla semplice necessità di aiutarli con l’ossigeno fino a doverli assistere completamente nella respirazione».

C’è chi ha paragonato questa malattia all'influenza. Accostamento incauto?
«Chi ha cercato di infondere tranquillità, e li capisco, non ha considerato le potenzialità di questo virus. In quarantadue anni di professione non ho mai visto un’influenza capace di stravolgere l’attività dei reparti di malattie infettive. La situazione è francamente emergenziale dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria. È l’equivalente dello tsunami per numero di pazienti con patologie importanti ricoverati tutti insieme. Le descrivo la giornata di venerdì, prima che arrivasse la nuova ondata di casi. In Lombardia erano 85 i posti letto occupati da malati intubati con diagnosi di Covid-19, una fetta molto importante di quelli disponibili. Per non contare il rischio di contagio al quale sono esposti gli operatori. Un carico di lavoro abnorme».

Le misure predisposte dal governo italiano hanno funzionato?
«È stato fatto tutto ciò che era possibile e adesso bisogna continuare con le restrizioni, cercando di evitare il più possibile l’affollamento. Purtroppo il virus è entrato in Italia prima che si cominciasse a ostruirgli la strada con la chiusura dei voli dalla Cina. La penetrazione nel nostro Paese è precedente, circolava già prima della fine di gennaio anche a giudicare dall’impennata di questi ultimi giorni. Sono tutti contagi vecchi per la maggior parte. Risalgono agli inizi di febbraio, qualcuno anche a prima».

Significa che questa malattia si sviluppa lentamente a cominciare dal contagio?
«È esattamente così. Ha più fasi e si esprime nella sua massima gravità anche a 7-10 giorni dalla comparsa dei primi sintomi. È molto probabile che dietro tutti i pazienti gravi ce ne siano altrettanti infetti ma meno gravi. Per usare un termine tipico dell’epidemiologia, questa è solo la punta dell’iceberg. Anche la migliore organizzazione sanitaria del mondo, e noi siamo tra queste, rischia di non reggere un tale impatto».

L’Italia sembra per ora divisa in due. Al Nord l’emergenza, al Centro-Sud un’apparente calma. Come mai?
«Poteva capitare ovunque e non ci sarebbe stata differenza. Qualcuno, forse una sola persona, è arrivato a Codogno e ha sparso l’infezione senza che ce ne accorgessimo. Un fenomeno casuale con l’aggravante che il focolaio è partito in ospedale. Mi auguro che non accada di nuovo quello che è successo in Lombardia dove un paziente infetto si è presentato al Pronto soccorso e non è stato riconosciuto perché i criteri di classificazione dei sospetti dettati dall'Organizzazione mondiale della sanità erano già superati. Credo che grazie a questo precedente gli ospedali siano allertati».

Lei cosa prevede?
«La maggior parte dei malati guariscono ma ce ne sono tanti, troppi, da assistere. Le aree metropolitane finora sono rimaste fuori dalla zona rossa e speriamo restino così».

 

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Fin dal mese di gennaio si era capito che il nuovo coronavirus aveva un algoritmo di diffusione esponenziale: lento all'inizio per poi impennarsi.

Fin dal mese di gennaio si era capito che il nuovo coronavirus aveva un algoritmo di diffusione esponenziale: lento all'inizio per poi impennarsi.

In Italia 1200 test positivi, 30 morti ma l'epidemia è solo all'inizio

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Credo che ci sia poco da aggiungere alle parole del professor Galli, che non sono gratuitamente allarmistiche ma ragionevolmente molto preoccupate. 

Eppure la quasi totalità del mondo politico italiano, per non parlare di quello di altri paesi buon ultimi gli Stati Uniti d'America, hanno cercato di minimizzare il rischio per paura nell'immediato di bloccare l'economia e la vita sociale.

Salvare il PIL a costo di tollerare una "diffusione controllata" del coronavirus.

Senza rendersi conto che questa epidemia non "ragiona" nel breve termine ma presenta rischi elevati nel medio-lungo periodo se non viene arginata tecnicamente e non secondo i desideri elettorali dei governanti.

Il caso cinese è esemplare: il regime ha occultato i primi casi di epidemia per quasi due mesi, da metà novembre 2019 a dopo la metà di gennaio 2020, permettendo la diffusione latente dell'infezione che poi è esplosa senza più limiti, costringendo il regime a mettere in quarantena  due terzi della popolazione e a bloccare l'80% dell'economia.

L'illusione di salvarsi subito ha generato la futura catastrofe. E ora si sta ripetendo la stessa storia.

L'ottimismo diffuso dal regime cinese, che fa presumere che l'emergenza nel bacino originario dell'infezione sia al termine  e che quindi si può tornare al lavoro, viene smentito giorno dopo giorno dai fatti.

A parte la manipolazione dei numeri, sia dei contagi che dei morti, che nella realtà presumibile dai dati statistici è dieci volte maggiore di quella raccontata dal partito comunista cinese, le fabbriche e le altre attività produttive anche al di fuori della provincia di Hubei, ad esempio nel Guangdong, non sono affatto ripartite.

Ci sono numerose testimonianze che le condizioni per un lento ritorno alla normalità sono ancora lungi dall'essere garantite. 

E ammesso che tra un mese la Cina possa davvero dichaiare che l'epidemia è sotto controllo, a chi pensa di vendere le merci prodotte dalle proprie fabbriche in un mondo ancora alle prese con le fasi iniziali del contagio?

Se riparte la Cina e gli Stati Uniti si fermano, quale beneficio ne può venire per l'economia globalizzata?