/media/izufcf3s/wuhan-coronavirus-19022020.jpeg

Ecco Come si Muore di Coronavirus Covid-19


- 13/03/2020


Diventare improvvisamente un numero nella conta delle vittime di questa assurda pandemia venuta dalla Cina

_____________________

Era solo un pò più di un'influenza.

Ora sappiamo che chi lo diceva e spargeva ottimismo in realtà lavorava come una quinta colonna dell'esercito di COVID-19. Sono riusciti nel loro intento di far perdere giorni e ore preziose per arrestare o contenere l'invasione. Sono riusciti a mascherarsi da leader politici, opinionisti dei mass media, amministratori locali, presunti tecnici dell'OMS assoldati addirittura come consiglieri del ministero della Salute, come se Hitler fosse riuscito ad infiltrare un generale delle SS nello staff di Roosvelt.


A quanti, quasi tutti in buona fede, hanno minimizzato i rischi dell'epidemia di coronavirus rivolgo con un titolo diverso l'intervista a Repubblica rilasciata da un medico di rianimazione infettato e salvato per "miracolo", un miracolo che non si è ripetuto per altre centinaia di casi e soprattutto potrebbe non ripetersi mai più in una situazione di collasso delle strutture sanitarie, senza più posti in terapia intensiva per assistere le migliaia di contagiati attuali e futuri.

Il titolo dell'intervista di Repubblica è :
Coronavirus, il medico ammalato: “Io intubato e incosciente, ora sono tornato alla vita e a tutti dico: resistete"

Il titolo che a mio avviso sarebbe più corretto e realistico é: "Ecco come si può morire di Coronavirus"

da Repubblica:


Angelo Vavassori, rianimatore a Bergamo, racconta i giorni in cui gli mancava l'ossigeno, perdeva olfatto, vista, fino alla ripresa. E ora spera di tornare al lavoro lunedì.
di Giampaolo Visetti
"Quando non sono più riuscito a respirare, ho temuto di non rivedere mia moglie e i nostri quattro figli. Fino a quell’istante avevo curato gli altri attaccati dal coronavirus. Ho visto pazienti morire, conosco la sua aggressività. Così ho pensato che magari il momento del congedo era venuto anche per me». Angelo Vavassori, 53 anni di Treviolo, rianimatore nell’ospedale di Bergamo, racconta dal suo letto di terapia sub-intensiva come si precipita nell’incubo Covid-19 e come si torna alla vita. «In poche ore — dice a Repubblica — sono passato da 15 a 40 respiri al minuto. Non mi entrava più aria nei polmoni e ho quasi perso la vista. Se sono qui lo devo ai miei colleghi medici, eroi non retorici. Nei momenti più duri mi hanno fatto sentire tranquillo. La mia storia, in ore nere, può aiutare molti a non lasciarsi andare».
Come ha capito di essere stato contagiato?
«Dal 22 febbraio ho curato i primi infettati. Dal 28 il mio reparto di rianimazione è stato riservato a loro. Sabato 29 mi è salita un po’ di febbre, ma sono giorni difficili e anche domenica ho finito il turno a mezzanotte. Lunedì mattina stavo bene, verso sera avevo già 38,9 di febbre».
Come ha reagito?
«Il paracetamolo era inutile. Ho fatto due conti: se il Covid-19 mi aveva attaccato, non poteva averlo fatto quando, protetto, curavo gli altri infettati. È successo prima: a contatto con i miei pazienti chirurgici. La terapia intensiva scoppiava, mi sono chiuso in una stanza di casa».
La sua famiglia non ha temuto il contagio?
«Per due giorni mi hanno lasciato il cibo davanti alla porta chiusa. Lo ritiravo con guanti e mascherina, poi disinfettavo tutto. Comunicavamo al telefono. Non è bastato: mia moglie e il figlio più grande di 18 anni sono rimasti contagiati. I gemelli di 14 anni e la bambina di 11, per ora no».
Quando è precipitata la situazione?
«Mercoledì 4 marzo mi hanno fatto il tampone, giovedì è stata confermata la positività. La febbre restava attorno 39. La sera ho cominciato a respirare a fatica. In pochi minuti ho perso olfatto e gusto, ci vedevo sempre meno. Per la carenza di ossigeno sono saliti anche mal di testa e dissenteria».
Chi l’ha portata in ospedale?
«Ho telefonato io, ma non c’era posto. Sapevo di non poter resistere a lungo. Respiravo, ma nei polmoni non entrava più ossigeno. Alle 23 mi ha chiamato un collega per dirmi che si era liberato un letto. La radiografia ha confermato che la polmonite era scoppiata».
Come è stato curato?
«La dispnea toglie totalmente il fiato. Mi hanno infilato subito nel casco Peep a pressione di fine respirazione positiva. Ho provato a farcela senza essere sedato e intubato. Si perde comunque conoscenza, non è stato facile».
...
Quanto tempo ha impiegato per tornare alla vita?
«Per un paio di giorni sono stato assente. Avverti nel sonno che medici e macchine ti infondono ossigeno e ti idratano. Il tempo si concentra in un istante: ora so che è questa accelerazione che cancella passato e presente, il confine tra la vita e la morte».
Come è stato il risveglio?
«Pensavo di essere a casa, appena assopito. Invece nel letto accanto al mio c’era un paziente che avevo curato io per il Covid-19. Come ai bambini, ogni cosa appare nuova e straordinaria. Questo dramma ci insegna il valore di ogni piccola cosa».
Ora dove si trova?
«Sono in gastroenterologia, riconvertita al Covid-19. Respiro con una mascherina che rilascia ossigeno al 70%, circa 12 litri al minuto. Accanto a me ci sono i miei malati: sono sorpresi quando capiscono che mi sono trasformato in uno di loro».
Cosa vuole dire a chi sta lottando, come lei, per sopravvivere?
«Di non farsi paralizzare dalla paura. Bisogna restare tranquilli e affidarsi ai medici. Ti tirano fuori, ogni polmonite regredisce. La mia preoccupazione però è un’altra».
Quale?
«Se penso ai medici e agli infermieri del nostro Paese mi commuovo. Siamo allo stremo e sappiamo che la battaglia resta lunga. Chiedo a tutti di aiutarci restando in casa. È così che ci si sta vicino. Io poi da lunedì spero di ritornare al lavoro».

Perchè questa intervista che avrebbe dovuto generare speranza e ragionevole ottimismo in realtà è preoccupante e angosciosa?


Perchè il medico rivela una dinamica di salvezza nel suo caso fortunata, ma che calata nella realtà di altre centinaia di migliaia di persone non avrebbe dato luogo al suo lieto fine ma all'esatto contrario, la morte sicura.

Il medico Angelo Vavassori aveva :
- le cognizioni per autodiagnosticarsi in tempo, senza farsi illudere che è solo un'influenza.
- la fortuna e le relazioni per ottenere un posto in terapia intensiva, una condizione difficile nei giorni scorsi, impossibile nel prossimo futuro quando il dilagare esponenziale dell'epidemia sommergerà ttta la struttura sanitaria nazionale.

Angelo Vavassori non è la testimonianza angosciosa che si può sopravvivere al contagio, bensì il contrario. Nella nuova normalità del coronavirus, tra la diagnosi e la morte non ci saranno molte possibilità di essere curati, anzi non ci sarà nemmeno più il tempo per la diagnosi, perchè mancano i tamponi per fare i test:

da Repubblica , Coronavirus, ecco perché la letalità in Italia è così alta


"Fra i dati dell’epidemia, sono i decessi a colpire di più. La letalità è molto più alta in Italia rispetto alla Cina: 6,7% per noi e 2,4% per Pechino. ..
Fare meno tamponi — una necessità, in questa fase così dura — non vuol dire solo distorcere i dati. «Significa che individui positivi, ma con pochi sintomi, escono ignari di casa e continuano a diffondere l’epidemia» spiega Susanna Esposito, presidentessa Waidid (Associazione mondiale delle malattie infettive) e ordinaria di pediatria all’università di Parma.
....
Sarebbe impossibile oggi, per un sistema sanitario allo stremo, prevedere che un’équipe in tenuta anticontaminazione si rechi a casa di chiunque denunci febbre e tosse. «Servirebbero più personale, più kit diagnostici, più laboratori per analizzare i campioni» spiega Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Iss. ...
Un’altra nazione molto colpita dal coronavirus e con struttura demografica simile alla nostra è la Corea del Sud. Seul ha reagito all’epidemia con una dose massiccia di tamponi: oltre 200 mila, anche per chi lamenta un po’ di tosse o si è trovato a contatto con un malato. Identificando una grossa fetta dei contagiati, la Corea si ritrova con una letalità dello 0,8%: non troppo diverso dall’influenza. «Ricostruire i contatti di ciascun malato — spiega D’Antona — per noi è proibitivo, in questa fase e nelle zone più colpite.

Era solo un pò più di un'influenza, e adesso mi ritrovo a pensare terrorizzato alla probabilità di morire e di veder morire le mie persone care, nel giro di poche ore, senza riuscire a trovare un posto in ospedale, una struttura che dia speranza.

Diventare improvvisamente un numero nella conta delle vittime di questa assurda pandemia venuta dalla Cina.



ULTIMI POST

menoopiu' blog - le mie opinioni www.menoopiu.it - Questo sito non é una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge num. 62 del 7/3/2001. - "menoopiu.it" sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee, quindi tutti i post possono essere riprodotti ricordandosi di menzionare il blog o inserire un link al post originale. - Copyright © 2019 - realizzato con Umbraco v8.0.1 - i.fantasiaatmenoopiu.it - twitter: https://www.twitter.com/atmenoopiu