Hong Kong, quanto manca all'intervento dell'esercito?

16/11/2019

L'esercito cinese - People Liberation Army – interviene ad Hong Kong per ripulire le strade dai detriti lasciati dai manifestanti. Un gesto simbolico che prefigura altri interventi di "pulizia"?

17 novembre 2019

Al Politecnico di Hong Kong migliaia di studenti sono assediati dai reparti speciali e si difendono con molotov, frecce e catapulte

Liberate Hong Kong, the Revolution of our Times

Per la seconda volta in 10 giorni il boss cinese Xi Jinping ha parlato di Hong Kong in un incontro internazionale, esponendo le solite considerazioni sulla necessità di porre fine a quelle che lui considera come semplici "violenze e caos" da parte di gruppi di facinorosi manovrati da paesi stranieri.

La novità del "pensiero" del dittatore cinese su Hong Kong rispetto a 10 giorni fa è racchiusa in una frase, anzi in una parola, riferendosi al compito assegnato alle autorità locali (che rappresentano il regime) di porre fine al caos "the most pressing task", mentre 10 giorni fa aveva usato "the most important task".

Riportare l'ordine ad Hong Kong non solo è importante per il presidente cinese, ma è ormai un imperativo urgente, pressante, a cui il governo locale è chiamato ad adempiere con tutti i mezzi, prima che Xi perda la pazienza e faccia intervenire l'esercito ufficialmente (perchè di fatto i reparti speciali già operano dietro il paravento della polizia).

Più passa il tempo e più si radicalizza la protesta degli hongkongers

Più passa il tempo e più si radicalizza la protesta dei giovani ma anche il distacco della popolazione dalle illusioni che erano alla base del modello "una nazione, due sistemi", la possibilità che gli hongkongers potessero mantenere la loro specificità e i diritti preesistenti dentro la cornice del regime nazional-comunista.

In venti anni di "una nazione due sistemi", Hong Kong ha visto ridursi i propri standard di diritti e benessere fino alla famigerata legge di estradizione che ha scatenato la protesta massiccia di tutta la città.

Ormai è evidente che la spinta indipendentista è inarrestabile da parte delle autorità, a meno che queste non intendano cedere alle richieste dei manifestanti, cosa altamente improbabile che scatenerebbe ripercussioni incontrollate anche sugli equilibri interni alla Cina.

Qual'è il confine oltre il quale è prevedibile l'intervento repressivo di Pechino ?

E con quali modalità avverrebbe ?

Alla prima domanda risponde un editoriale del Global Times, "blog" ufficiale di Xi Jinping, del 25 luglio scorso, dal titolo emblematico "Pechino dovrebbe intervenire con la forza in Hong Kong ?" globaltimes.cn/content/1159256.shtml

“I don't think there is a need for any kind of strong intervention on the part of the mainland unless the following scenarios happen.

First, there is a big purge of patriotic forces in Hong Kong, which makes them leave Hong Kong and flee to the mainland. Hong Kong really becomes a bridgehead for the US to contain China.

Second, due to serious political turmoil, Hong Kong suffers humanitarian disasters, such as large-scale vendettas between different factions, and the city falls into complete anarchy. 

Third, armed rioters go on a rampage, which can't be contained by Hong Kong police. The extremists control the central institutions of Hong Kong and are close to establishing a de facto regime. 

Of course, there may be other scenarios, but it is only when something extreme and fundamental happens in Hong Kong that Beijing needs to take drastic action. “

Xi Jinping ha lanciato il suo monito “urgente” , la “sveglia” di Hong Kong può suonare a qualsiasi ora.

Il secondo interrogativo, quali modalità avrebbe un intervento repressivo diretto, lascia spazio a varie ipotesi.

Da quella estrema, ma anche meno fattibile, di una soluzione tipo piazza Tiananmen 1989, con i carri armati che stritolano la piazza occupata dagli studenti, a quella più apparentemente “soft” e più probabile di un intervento camuffato e poco appariscente, e preparato da una serie di accadimenti che lo possono giustificare agli occhi dell’opinione pubblica cinese e mondiale.

Due episodi, nel primo un cittadino cinese è stato cosparso di benzina e incendiato da un gruppo di presunti manifestanti indipendentisti, nel secondo un 70enne è stato trovato morto colpito da un mattone durante gli scontri tra un gruppo di pro-democracy e uno di filo-pechino, rientrano tra quelli che potrebbero giustificare la reazione di Pechino, che a sua volta fa di tutto per innalzare il livello dello scontro e della repressione poliziesca, come ormai è stato documentato da innumerevoli episodi.

La polizia di Hong Kong si è trasformata in una forza speciale di occupazione del territorio, con atteggiamenti aggressivi, violenti e intimidatori come mai gli hongkongers avevano visto. Ormai entrano nelle abitazioni di coloro che vengono ritenuti promotori di manifestazioni e blocchi stradali, sequestrandoli arbitrariamente e con sottoponendoli a violenze fisiche e intimidazioni.

Il timing di un intervento dell'esercito cinese ad Hong Kong, qualunque sia la forma che assumerà, è strettamente connesso agli sviluppi internazionali, in particolare la “finta guerra dei dazi” con gli USA che si prolunga da più di un anno. Un'azione violenta prima della conclusione della trattativa, la allontanerebbe o la renderebbe impraticabile, e Trump avrebbe le mani legate dal suo stesso partito che al Senato USA sta approvando una legge bipartizan con i democratici a difesa dei diritti umani in Hong Kong.

Per Xi Jinping è essenziale trovare un'intesa sui dazi che gli permetterebbe poi di attuare un giro di vite per ripristinare “l'ordine pubblico” nella ex colonia inglese. Metterebbe in conto le reazioni delle diplomazie internazionali, che farebbero gli ovvii proclami di sdegno e appelli ai diritti umani, ma sarebbe un gioco delle parti facile da gestire ed in ogni caso meno problematico di una persistente situazione di incertezza e impotenza.

Perchè Xi Jinping comincia ad essere il bersaglio indiretto di numerose critiche all'interno del Partito e delle Forze Armate le quali accusano di lassismo e di eccessiva tolleranza le autorità locali che però sono diretta espressione del regime di Pechino. Il presidente cinese pochi giorni fa aveva dovuto esprimere pubblicamente il sostegno alla “sindaca” di Hong Kong Carrie Lam, condizionato però all'impegno di porre fine rapidamente ai “disordini e violenze”.

Ma la Polizia “ordinaria” di Hong Kong non è in grado di gestire un'azione di forza per reprimere un vasto e variegato movimento che rappresenta una metropoli di 7 milioni di abitanti ed ecco perchè ormai hanno preso il sopravvento le squadre speciali, che altro non sono che reparti speciali del PLA – le Forze Armate di Pechino. Se anche queste non dovessero essere sufficienti, come sembra, per riportare ordine allora scatterebbe un piano di intervento come quello descritto a luglio dal Global Times.

Xi Jinping ha lanciato il suo monito “urgente” , la “sveglia” di Hong Kong può suonare a qualsiasi ora.