LA CINA MENTE QUANDO DICE CHE HONG KONG E' SUA


- 24/05/2020

Il regime cinese poggia le sue pretese su una menzogna storica e cioè che Hong Kong fa parte della Cina, la quale avrebbe pertanto tutto il diritto di legiferare sull'amministrazione della ex Perla dell'Asia


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La crescente aggressività con cui il regime cinese pensa di normalizzare una volta per tutte la rivolta del popolo di Hong Kong si basa su presupposti bugiardi che nel tempo si sono rafforzati grazie anche alla passività delle diplomazie occidentali, in particolare quelle europee, le quali hanno dimenticato che Hong Kong è un'isola di cultura e tradizioni sovrapposte, paradossalmente molto più vicine a Londra e Berlino che a Pechino.


Il regime cinese poggia le sue pretese su una menzogna storica e cioè che Hong Kong fa parte della Cina, la quale avrebbe pertanto tutto il diritto di legiferare sull'amministrazione della ex Perla dell'Asia, come si appresta a fare in questi giorni introducendo una legislazione di "sicurezza" che punta a stroncare le aspirazioni di libertà del popolo di Hong Kong. Non passa giorno senza che i media di regime ripetano il ritornello: Hong Kong è cinese, gli stranieri fomentano il disordine e la violenza in Hong Kong per colpire i legittimi interessi cinesi ecc ecc ...


La premessa è infondata: Hong Kong è una città-stato con caratteristiche peculiari, createsi e modificatesi nel tempo, completamente diverse e avulse dalla storia contemporanea cinese. La prossimità territoriale tra Hong Kong e la terraferma cinese non da alcun diritto di sovranità. meno che mai nell'era della globalizzazione.

Era una colonia dell'impero inglese, e come tale avrebbe dovuto seguire le sorti di tante altre colonie che hanno rivendicato e ottenuto l'indipendenza. Se si fosse chiesto tramite referendum l'opinione degli abitanti, questi a stragrande maggioranza avrebbero rifiutato l'annessione alla Cina.

Hong Kong invece è stata "venduta" nel 1997 (in realtà la trattativa iniziò nel 1984 ma ebbe numerosi stop, dopo la strage di studenti in Piazza Tiananmen) dalla Gran Bretagna alla Cina continentale,  sulla base di vaghe promesse di quest'ultima di mantenere un status autonomo e speciale, coniando quello slogan che ora a tutti sembra una presa in giro, "una Cina, due sistemi".

Una bugia che la diplomazia inglese accettò per convenienza, svendendo valori civili in cambio di affari e commerci. Una menzogna evidente già dai primi anni del 2000, quando il regime comunista cercò di aggirare le promesse fatte al popolo di Hong Kong per uniformare la legislazione cittadina a quella di Pechino.


Proteste, manifestazioni, passi indietro del regime che in quegli anni doveva ancora arrancare per farsi accreditare nelle istituzioni mondiali del commercio, della finanza e della globalizzazione in generale.


Da quegli anni in poi gli HongKongers hanno vissuto in una sorta di sdoppiamento di personalità, dovendo accettare le ipocrisie del regime oppressivo da un lato e cercando di non dimenticare le loro radici culturali europee e la Common Law anglosassone.


Uno sdoppiamento che con ricorrenze cicliche ha prodotto movimenti e proteste, l'ultima nel 2019 per impedire la legge sull'estradizione, dopo le grandi proteste giovanili del 2014, il Movimento degli Ombrelli e Occupy Hong Kong.


Dopo venti anni di illusioni, tatticismi, rinvii, tentativi maldestri, l'ambiguo slogan "una Cina, due sistemi" non serve più a nessuno, sta stretto ad entrambe le parti. Il regime comunista vorrebbe accelerare la ricomposizione in un unico sistema, passando sopra le aspirazioni e le tradizioni del popolo di Hong Kong anche a costo di una rottura drammatica ma limitata nel tempo. I cittadini di Hong Kong vorrebbero invece uscire dall'equivoco conquistando quella indipendenza e quella libertà che sentono scorrere nel loro sangue da tempo e che solo l'idiozia mercantile degli inglesi ha potuto svendere ai cinesi.


Per molti versi gli inglesi hanno ripetuto con Hong Kong gli stessi errori di valutazione strategica che commisero quando progettarono la nascita dello Stato di Israele su un territorio sotto il loro controllo "dimenticandosi" dell'identità storica dei Palestinesi. Una dimenticanza che ancora oggi non trova soluzioni dopo decenni di stragi, morti, sofferenze, ingiustizie, terrorismo.


Sulla base della premessa bugiarda che "Hong Kong fa parte della nazione Cina" il regime di Xi Jinping ha deciso di rompere gli indugi per annientare quella che considera una minaccia strategica al progetto neo-imperiale che persegue.

Il momento sarebbe propizio, o meno sfavorevole, dato che tutti sono in lockdown e si preoccupano solo di coronavirus.

Azzerare la peculiarità di Hong Kong per azzerare le voci che richiedono democrazia e indipendenza.

Trasformare Hong Kong in una seconda Shanghai, moderna, benestante, tecnologica, multietnica, come già lo era, apparentemente aperta ma più ubbidiente e allineata.

Come in tutto il resto della Cina, a Shanghai nessuno si sogna di mettere in discussione l'autorità di Xi Jinping, la legittimità del partito unico, la rinuncia alle idee in cambio di lavoro e stili di vita similamericani.

Dopo ventitrè anni di "una Cina, due sistemi" Shanghai si sente ricca ed appagata, Hong Kong invece tradita, impoverita, sottomessa.


La battaglia finale che Xi Jinping ha deciso di scatenare nei confronti di Hong Kong è impari e drammatica.

Non ci si deve far ingannare dalle dichiarazioni roboanti di Mike Pompeo e altri dello staff della Casa Bianca in difesa di Hong Kong.

Donald Trump non ha alcun interesse a farsi inchiodare in difesa dei diritti e delle aspirazioni del popolo di Hong Kong. Per lui la partita è solo una delle tante che compongono il quadro della campagna elettorale e delle tattiche di propaganda per farsi rieleggere.

Uno scontro sanguinoso con carri armati nelle strade di Hong Kong nei mesi precedenti il voto di novembre non gioverebbe al biscazziere della Casa Bianca e farebbe crollare i mercati finanziari a lui tanto vicini. Invece, se Xi Jinping si prende Hong Kong senza spargere troppo sangue, Donald Trump avrebbe modo di abbaiare un pò ma senza mordere troppo. Anche l'America sarebbe pronta a tradire gli hongkongers.


La posizione dell'Europa è a dir poco vergognosa, nonostante che i giovani di Hong Kong parlino inglese e chi può frequenta Berlino, Londra o Parigi.

Se Luigi Di Maio in Italia colpevolmente tace, gli altri emettono flebili rimostranze e miti consigli a non esagerare con l'uso della forza.


Gli unici che potrebbero far cambiare un poco gli atteggiamenti opportunistici di Bruxelles e delle cancellerie europee sarebbero i giovani europei o americani, i coetanei di Joshua Wong, Agnes Chow e Nathan Law.

Ma qualcuno dovrebbe spiegargli che Hong Kong non fa parte della Cina, che Xi Jinping non è un Babbo Natale versione cinese che regala smartphone e che gli ideali dei giovani hongkongers sono molto simili a quelli che decenni fa avevano i ventenni parigini, milanesi, londinesi, berlinesi, newyorchesi.


Forse per questo la causa di Hong Kong oggi è cosi incomprensibile e poco attraente.



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