Soldati di Israele uccidono due palestinesi disarmati
Central Park, panchina numero — be', Edoard non l'ha mai contata, ma è quella vicino al cestino con il coperchio rotto, quella con una vista discreta sui piccioni e su tutte le vanità umane.
Edoard Kropitz, settantatré anni, vedovo da tre, proprietario di una cagnolina di nome Lurka che ha opinioni su tutto tranne che sulla teologia, si siede come ogni giorno.
E come ogni giorno, di fronte a lui, i due rabbini.
Li chiama così, "i due rabbini", perché non ha mai chiesto i nomi.
Uno è magro, con la barba a punta come una virgola arrabbiata.
L'altro è tondo, con gli occhiali che sembrano sempre sul punto di arrendersi e cadere. Discutono da venti minuti, e Edoard — che non è uno che si impiccia — ha ascoltato ogni parola, perché impicciarsi è una cosa, avere orecchie è un'altra.
Fa la sua domanda. Persino i piccioni tacciono.
— Ve lo ha ordinato Yahweh di uccidere i palestinesi?
Silenzio. Poi il rabbino magro si illumina come una lampadina che ha trovato finalmente la sua presa.
— Ah, la Torah! La Torah dice: scacciate le sette nazioni. Sette, capisce? Un numero rotondo, elegante. Non era una lista della spesa fatta all'ultimo minuto.
— E con questo? — interviene il tondo — Anche il mio calendario del 1962 diceva "portare il vestito buono in tintoria". Ho ancora l'obbligo? La tintoria ha chiuso, il vestito è tarme, e io sono più vecchio del vestito.
— Lei minimizza sempre tutto — dice il magro — È il suo metodo. Se dicesse "guerra mondiale" lei risponderebbe "anche un litigio tra vicini è mondiale, se ci abita il mondo intero".
— E lei ingigantisce tutto! Se le dico "buongiorno" lei ci trova un comandamento nascosto!
Edoard guarda Lurka. Lurka guarda un piccione. Il piccione, saggiamente, se ne va.
— Quindi? — insiste Edoard — C'è scritto sì o no?
— C'è scritto — dice il magro — ma Maimonide ha spiegato che quei popoli non esistono più. Sennacherib li ha rimescolati come una minestra di compleanno: dentro un po' di tutto, e alla fine nessuno sa più cosa sta mangiando.
— Quindi il comando è scaduto?
— Come lo yogurt — dice il tondo — Con la data sulla confezione, però nessuno la controlla mai finché non si ammala qualcuno.
— E Amalek? — chiede Edoard, che nel frattempo ha capito che qui la vera bomba si chiama Amalek, non le sette nazioni.
I due rabbini smettono per un attimo di litigare tra loro. Si voltano verso Edoard con la stessa espressione — quella di un dentista quando gli chiedi se puoi evitare l'anestesia.
— Amalek — dice il magro lentamente — per la maggioranza dei maestri, è dentro di noi. È l'istinto di colpire chi è stanco, chi è debole, chi ha la schiena voltata. Amalek è quando lei, al mercato, spinge la vecchietta per prendere l'ultima anguria.
— Io non ho mai spinto nessuno per un'anguria — protesta il tondo.
— Per il melone, allora. Il principio non cambia.
— E chi dice che Amalek siano oggi i palestinesi? — chiede Edoard.
— Un rabbino su cento — sospira il magro — E gli altri novantanove passano il tempo a scrivere lettere per spiegare perché quel rabbino ha torto. È diventata quasi una professione: "confutatore di interpretazioni estreme", part-time, senza stipendio, molto stress.
— Allora chi ha ragione? — chiede Edoard, ormai rassegnato a non uscirne vivo.
Il tondo apre le braccia, gesto universale di chi sta per dire la frase più ebraica mai pronunciata sulla faccia della terra:
— Da un lato...
— ...e dall'altro lato — completa il magro, come se stessero cantando un duetto provato per quarant'anni.
— E se io avessi tre lati? — chiede Edoard, ormai preso dal gioco.
— Allora — dice il tondo — lei non ha un problema teologico. Lei ha un problema di geometria. Vada da un rabbino che ha studiato anche matematica. Ce ne sono, ma costano di più.
Lurka, che nel frattempo ha trovato un angolo d'ombra e ha deciso che la teologia comparata non fa per lei, abbaia una volta. Un abbaiare secco, definitivo, quasi rabbinico.
— Vede? — dice il magro — Anche il cane ha un'opinione.
— Il cane vuole solo il gelato — corregge il tondo.
— E chi le dice che non sia la stessa cosa?
Edoard si alza. Si sistema il cappello. I due rabbini, ormai, hanno ripreso a litigare tra loro su qualcos'altro — il calendario delle feste, sembra, o forse il prezzo del pesce, non si capisce più.
— Sono venuto con una domanda — mormora tra sé — e me ne vado con due opinioni, un mal di testa, e la vaga sensazione che l'unico che oggi ha detto qualcosa di sensato sia stato il cane.
Si incammina verso il chiosco dei gelati. Lurka tira il guinzaglio con una convinzione che nessun testo sacro, in tremila anni, è mai riuscito a mettere in discussione.
*
Il giorno dopo Edoard torna alla panchina con Lurka e con il giornale ripiegato sotto il braccio, come ogni mattina.
Non l'ha ancora letto — lo fa sempre dopo, seduto, con gli occhiali che gli scivolano quanto quelli del rabbino tondo.
I due rabbini sono già lì, di nuovo, come sempre, come se la panchina fosse casa loro e il mondo un salotto scomodo che li ospita per errore. Discutono, come sempre. Ma oggi c'è qualcosa di diverso nella loro voce — più bassa, più stanca, come un violino a cui hanno tolto una corda. Nessuna battuta sull'anguria, oggi. Nessuna geometria.
Edoard apre il giornale.
Legge il titolo. Lo rilegge, perché la prima volta il cervello si rifiuta.
Un ministro, nel governo di Israele, ha detto — così scrive il giornale — che a Gaza si dovrebbero uccidere trenta, quaranta palestinesi ogni notte. Non solo chi rappresenta una minaccia. Anche gli altri.
Perché — le parole sono del ministro, non del giornale, il giornale le riporta soltanto — "non sono nemmeno persone".
Edoard posa il giornale sulle ginocchia come si posa un peso che non si sa dove altro mettere.
Il rabbino magro lo guarda. Ha visto il titolo anche lui, capovolto, da lontano — i vecchi ebrei sanno leggere i giornali degli altri da ogni angolazione, è un'abilità che si tramanda insieme alla ricetta del brodo di pollo.
— Vede, Edoard — dice piano, senza la solita baldanza da dibattito — ieri lei ci ha chiesto se Dio ha ordinato questo. E noi le abbiamo risposto con Maimonide, con Amalek, con le sette nazioni. Le abbiamo dato la Torah come se fosse un'imputata da difendere in tribunale.
Il rabbino tondo si toglie gli occhiali, li pulisce con un fazzoletto che ha visto tempi migliori.
— Ma quell'uomo sul giornale non ha letto Maimonide stamattina prima di parlare. Non ha citato Deuteronomio. Ha solo detto una cosa cattiva, con la bocca di un uomo, e l'ha detta in un microfono. Questo, Chillul Hashem lo chiamano i nostri libri. Ma non serve un libro per capire che è una vergogna. Basta un orecchio, e un po' di quello che i nostri nonni chiamavano semplicemente — un cuore ebreo.
— Allora la colpa è sua, non della Torah — dice Edoard, quasi una domanda.
— La colpa — risponde il magro — è di chi la usa per coprirsi, come un cappotto rubato di una taglia sbagliata. La Torah non ha mai chiesto scuse a nessuno. Siamo noi che dobbiamo chiederle scusa, ogni volta che la tiriamo in ballo per giustificare quello che avremmo fatto comunque.
Restano tutti e tre in silenzio. Anche Lurka, che di solito a quest'ora chiede il gelato con lo sguardo, oggi sta buona, la testa sulle zampe, come se anche i cani, certi giorni, sapessero quando è meglio non disturbare.
— Sa qual è la cosa più triste, Edoard? — dice infine il tondo, con quella voce che hanno certi vecchi quando smettono di discutere e cominciano a raccontare — Che tra cent'anni, forse, ci sarà un altro vecchio ebreo su un'altra panchina, in un altro parco, che ascolterà due rabbini litigare su un altro ministro, un'altra guerra, un altro versetto tirato per la giacchetta. E dirà anche lui: "ma è possibile che non abbiamo imparato niente?" E la risposta, purtroppo, la sappiamo già.
Edoard piega il giornale. Non lo rilegge. Certe cose, una volta lette, restano lette per sempre, che tu le riguardi o no.
Si alza. Lurka si alza con lui, senza fretta.
— Domani torno — dice ai due rabbini — Magari domani avete una risposta migliore.
— Domani — dice il magro con un sorriso stanco — avremo di sicuro un'altra domanda. Le risposte, quelle, ce le lasciamo per il Messia. Lui sì che ha tempo.
Edoard si allontana lungo il viale, il giornale sotto il braccio come una pietra che pesa più delle parole scritte sopra. Lurka lo precede di un passo, verso il gelataio, l'unica cosa, in tutto il parco, che quel giorno non aveva bisogno di essere discussa, interpretata, né perdonata.
racconto di Elena Finkel Rab - 2026
Ve lo ha ordinato Yahweh di uccidere i palestinesi?
Chillul Hashem: per il patto speciale tra Dio e il popolo ebraico, quando un ebreo si comporta male, è la reputazione di Yahweh ad essere macchiata.
È considerato un peccato di gravità estrema, nel Trattato Yoma del Talmud babilonese, Rabbi Eleazar ben Azariah afferma che non esiste espiazione per il peccato di Chillul Hashem