Ucraina - Coordinate, prima di diventare cattivi
Velyka Pysarivka, confine con l'oblast' di Kursk, gennaio.
La postazione era un seminterrato sotto quella che una volta era la casa del meccanico. C'era un tavolo, due sedie, un fornello elettrico, e sul tavolo due monitor collegati ad una bobina che ronzava come una mosca contro un vetro.
Fuori nevicava piano, la neve sporca di fuliggine che cadeva sui campi di grano bruciati dall'estate prima.
Olena aveva ventotto anni, nata e cresciuta a Velyka. Da tre pilotava droni FPV Wild Hornets.
Aveva le mani screpolate e teneva una joystick come altri tengono una sigaretta, senza pensarci.
Petro era più giovane, di Kyiv, e faceva ricognizione con un Leleka-100, un drone piccolo che volava alto e silenzioso e mandava immagini in tempo reale. Portava gli occhiali anche dentro, al buio, perché aveva mal di testa da settimane.
- Eccolo - disse Petro.
Olena non alzò lo sguardo dal suo monitor.
- Un edificio grande. Due camion fermi davanti, uno che sta entrando ora -
Petro batté la mano sul tavolo, una volta sola, come si fa quando qualcosa torna.
- Smistano armi lì dentro. Carburante. L'ho seguito per tre giorni -
- Coordinate - chiese Olena.
Gliele diede.
Olena le inserì nel software di volo. Sullo schermo comparve una linea verde, il percorso che il drone avrebbe seguito per restare sotto la copertura radar russa, e un punto rosso, il punto d'attacco migliore, dietro l'edificio, dove i sistemi di difesa avrebbero avuto meno tempo per reagire.
Poi, sotto il punto rosso, comparve una scritta, школа.
Olena la lesse due volte.
- Cos'è - chiese Petro.
- Il nome dell'edificio - Olena si girò verso di lui - È una scuola -
- Non è una scuola. È un deposito -
- Il database dice scuola. Aule per bambini fino a tredici anni. I russi la usano come deposito, ma prima era una scuola, e sulla mappa satellitare quello è ancora il nome -
Petro si passò una mano sul viso.
- Non ci sono bambini in un deposito militare -
- Non lo sai -
- Lo so perché i camion entrano ed escono da tre giorni, non i pullman -
Olena guardò lo schermo. I due camion, piccoli come giocattoli, fermi sotto la neve.
- Aspettiamo la notte, - disse. - Se dentro ci sono soldati e non famiglie, la notte ci sono lo stesso i soldati. E non ci sono bambini -
- La notte cambiano posto. Cambiano sempre posto, ogni due tre giorni, e noi perdiamo tutto. I camion, il carburante, gli uomini. Adesso è il momento buono -
- Non lo faccio adesso, non-lo-fa-ccio! -
Petro si alzò. La sedia raschiò sul pavimento di cemento - Sono gli ordini, ordini di attaccare i depositi logistici. È un ordine, Olena -
- E se dentro ci sono bambini? -
- Non ci sono bambini - alzò la voce.
La bobina continuava a ronzare, indifferente. - Prepara il lancio, ti supplico Olena -
Olena non si mosse.
- Prepara il lancio - disse di nuovo Petro, più forte, e fece un passo verso il tavolo, verso i comandi.
Olena pensò una cosa che non pensava da anni: un aquilone di stoffa azzurra e gialla, i colori della bandiera, che suo padre le aveva fatto con due canne di giunco, e il grano giallo sotto e il cielo azzurro sopra, un'estate che ora le sembrava di un secolo prima. Aveva sette anni. Correva scalza tra le spighe e il filo le tagliava le dita e a lei non importava.
Pensava che sarebbe stata bambina per sempre, che c'era tutto il tempo del mondo prima di diventare adulta, prima di diventare come gli adulti, prima di capire le ragioni che a sette anni non si capiscono, aspettando di capirle a ventotto.
Aveva ventotto anni adesso e nessun figlio, e la guerra le stava mangiando anche quello, gli anni in cui avrebbe potuto averne uno, crescerlo, insegnargli a far volare un aquilone sopra un campo che non fosse minato.
Forse Petro aveva ragione. Forse dentro non c'era nessun bambino. Ma una donna che sogna dei bambini non lancia i dadi.
- Olena, sbrigati a lanciare i droni! - gridò minaccioso Petro.
Olena ormai non lo ascoltava. Si ricordò il volto bello della madre, e la sua voce triste il giorno che gli telefonò per chiedergli, come stai Olena? hai saputo dei bambini di Sumy?
Olena tirò fuori la pistola dalla fondina sul fianco.
Un movimento solo, senza fretta. Sparò.
Il colpo nel seminterrato fu più forte di quanto si aspettasse.
Petro cadde contro il tavolo e poi a terra, e i monitor continuarono a mostrare la linea verde, il punto rosso, i due camion fermi sotto la neve.
Olena rimase seduta.
La bobina ronzava ancora. Fuori, la neve continuava a cadere sui campi bruciati, piano, come se non sapesse cos'era appena successo, o come se lo sapesse benissimo e non avesse nessuna intenzione di fermarsi per questo.
I bambini dovevano avere tempo. Tempo di far volare gli aquiloni, prima di diventare adulti.
Prima di diventare cattivi. Prima di imparare a far volare i droni.
Olena cambiò le coordinate.
I droni volarono in cerca di soldati russi.
Al confine tra l'Ucraina e l'oblast' russo di Kursk, in una postazione militare seppellita sotto la neve, la pilota di droni Olena riceve da Petro le coordinate di un deposito logistico russo da colpire. Ma sulla mappa, sotto il punto d'attacco, compare un nome che cambia tutto: quello di una scuola.
Mentre Petro insiste per attaccare subito, prima che il bersaglio si sposti, Olena si ferma a pensare ... al tempo che la guerra le sta rubando — quello per avere dei figli, e quello che ogni bambino, ovunque, meriterebbe prima di imparare a odiare.
- racconto di Olena Taradyiuk -
Mentre pubblico questo racconto, su Kyiv si è scatenato l'ennesimo inferno di missili russi, lanciati da Putin. Decine di vittime.
Colpito anche un Ospedale per bambini.
I russi avevano le sue coordinate.