7 anni dopo la strana morte di Epstein, da un'altra prospettiva

7 anni dopo lo strano suicidio di Jeffrey Epstein nel carcere di New York. Nel 2019 chi era a capo di 1) FBI ; 2) CIA: 3) NSA ; erano persone fedeli a Trump?

Il 10 agosto 2019 Jeffrey Epstein moriva nel Metropolitan Correctional Center di New York, ufficialmente per suicidio — una versione contestata da molti, vista la scomparsa temporanea delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza e altre irregolarità nella struttura.

In quel periodo chi era a capo di 1) FBI ; 2) CIA: 3) NSA ? erano persone fedeli a Trump?

1) FBI — Christopher Wray

Nominato da Trump nel 2017 (dopo il licenziamento di James Comey), come sostituto proprio scelto dal presidente. Tuttavia, nel corso del primo mandato Trump espresse più volte insoddisfazione nei suoi confronti, criticandolo pubblicamente su vari dossier (Russiagate, gestione di alcuni casi). Quindi "nominato da Trump" sì, ma Trump lo rimosse all'inizio del suo secondo mandato nel 2025.

2) CIA — Gina Haspel

Nominata da Trump nel 2018, prima donna a dirigere l'agenzia. Anche il suo rapporto con Trump non fu privo di tensioni, specie su temi come la valutazione dell'intelligence riguardo all'omicidio di Jamal Khashoggi (Haspel diede una valutazione che contraddiceva la linea più accomodante di Trump verso l'Arabia Saudita).

3) NSA — Generale Paul Nakasone

A capo della NSA (e contemporaneamente dello US Cyber Command) dal maggio 2018, quindi nominato durante l'amministrazione Trump. Nakasone era una figura militare di carriera, generalmente percepita come tecnica/apolitica piuttosto che "fedele" a una parte politica.

In sintesi : tutti e tre erano stati nominati da Trump durante il suo primo mandato.

Da quale ente dipendeva il Metropolitan Correctional Center di New York ? e chi ne era il capo ? e chi lo aveva nominato?

Ecco la catena di comando completa.

Il Metropolitan Correctional Center (MCC) di New York era gestito dal Federal Bureau of Prisons (BOP) , agenzia federale che dipende dal Dipartimento di Giustizia (DOJ) . Il DOJ, all'epoca, era guidato dall'Attorney General William Barr , nominato da Trump e considerato una figura fedele all'amministrazione.

Chi era a capo del BOP

Il direttore ad interim del BOP era Hugh Hurwitz . Fu rimosso dal suo incarico da Barr più di una settimana dopo la morte di Epstein, formalmente per la gestione della vicenda (mancata sorveglianza, personale sotto organico). Era stato nominato ad interim durante l'amministrazione Trump.

Chi era il warden (direttore del carcere) dell'MCC

Il warden era Lamine N'Diaye , che ricopriva la carica dal maggio 2018. Fu rimosso dall'incarico da Barr tre giorni dopo la morte di Epstein e sostituito ad interim da James Petrucci , warden proveniente da un altro istituto federale (FCI Otisville).

Punti che alimentano i sospetti

- Le due guardie di turno nell'unità di Epstein, Tova Noel e Michael Thomas, furono messe in congedo amministrativo con l'accusa di essersi addormentate durante il servizio e di aver poi falsificato i registri per coprire il fatto.

- Gli investigatori dell'FBI e del DOJ che indagavano sulla morte incontrarono resistenza da parte di alcuni dipendenti federali che si "lawyered up" (si avvalsero di assistenza legale) invece di collaborare pienamente.

- Epstein non era sotto sorveglianza suicidio al momento della morte, nonostante fosse stato trovato in condizioni sospette circa un mese prima.

- Curiosamente, N'Diaye venne poi nominato a capo di un'altra prigione (Fort Dix) nel 2021, nonostante l'indagine federale ancora in corso, e nel 2022 si ritirò tranquillamente dal Bureau of Prisons mentre l'indagine era ancora aperta.

In sintesi: sia il direttore del BOP che il warden del carcere furono rimossi rapidamente da Barr dopo la morte di Epstein — un segnale che l'amministrazione riconobbe gravi anomalie nella gestione della sicurezza, ma le successive promozioni e il pensionamento "tranquillo" di N'Diaye hanno alimentato ulteriori sospetti tra chi contesta la versione ufficiale del suicidio.

Se si guarda all'intera piramide di personaggi ed entità coinvolte nella morte di Epstein, si intravede la cima?

In cima alla piramide c'è una responsabilità politica evidente.  La responsabilità politica/istituzionale

- La catena decisionale sulla gestione dell'MCC (BOP, DOJ) risponde in ultima istanza al vertice politico del Dipartimento di Giustizia — quindi sì, quando Barr rimosse rapidamente warden e direttore del BOP, riconobbe implicitamente un fallimento sotto la sua responsabilità di vigilanza.

- Le vicende più recenti sulla gestione dei file (le rassicurazioni di Bondi rivelatesi incomplete, l'FBI di New York che tratteneva migliaia di pagine, i ritardi) mostrano problemi di trasparenza istituzionale che ricadono su chi guida oggi DOJ e FBI.

- Il fatto che ci sia voluta una legge del Congresso (approvata quasi all'unanimità) per costringere l'esecutivo a pubblicare i file è di per sé un'ammissione politica che, senza pressione legislativa, la trasparenza non sarebbe arrivata spontaneamente.

Dire "responsabilità istituzionale per la cattiva gestione del caso" è diverso dal dire "qualcuno al vertice politico ha ordinato o permesso l'eliminazione di Epstein". Il primo è supportato da fatti concreti (rimozioni, negligenze, ritardi documentati). Il secondo è un'inferenza che, sulla base delle prove pubbliche emerse finora, nessuna indagine ufficiale ha confermato — né quella dell'FBI/OIG sul 2019, né i milioni di documenti diffusi nel 2025-2026.

Di tutti quei personaggi ai vertici del Potere nel 2019, chi è rimasto ?

Nessuno dei dirigenti operativi del 2019 — né a livello di intelligence, né di giustizia, né di gestione carceraria — occupa ancora quella posizione. Questo è in parte fisiologico (i mandati di questi ruoli raramente superano pochi anni, specie ai vertici FBI/CIA/NSA), ma è stato anche accelerato dal cambio di amministrazione 2025, che ha sostituito quasi integralmente i vertici della sicurezza nazionale con nomine proprie.

Questo ricambio totale è un'arma a doppio taglio : da un lato significa che le persone potenzialmente responsabili di eventuali negligenze o insabbiamenti nel 2019 non sono più nelle stesse posizioni di potere — quindi in teoria l'attuale amministrazione avrebbe meno interesse a proteggerle. Dall'altro lato, proprio l'attuale amministrazione (con Trump, Patel, Bondi) è quella che gestisce oggi la pubblicazione dei file e le eventuali nuove indagini — ed è la stessa i cui membri (incluso il presidente) compaiono nei documenti diffusi. Questo crea una tensione strutturale: chi controlla oggi l'accesso alle informazioni ha anche, in alcuni casi, un interesse diretto nel modo in cui quelle informazioni vengono presentate.

Ma uno è rimasto, sforzati che lo trovi,  ci siamo concentrati sulle poltrone di FBI/CIA/NSA/DOJ/BOP e abbiamo  tralasciato la carica più ovvia, quella che sta sopra tutte le altre nell'organigramma.

Donald Trump. Era presidente degli Stati Uniti nell'agosto 2019, quando Epstein morì nel carcere federale di New York (le agenzie coinvolte — FBI, DOJ, BOP — rispondevano tutte, in ultima istanza, all'esecutivo che lui guidava). Ed è presidente oggi, ad agosto 2026, dopo essere tornato alla Casa Bianca con il secondo mandato iniziato nel gennaio 2025.

È l'unica figura di vertice che attraversa l'intero arco temporale della vicenda: dalla morte di Epstein nel 2019, alla gestione delle indagini, fino alla decisione — presa proprio dalla sua amministrazione attuale — su cosa e come pubblicare degli Epstein files nel 2025-2026, inclusi i documenti che menzionano lui stesso.

Questo è un punto rilevante: mentre i direttori delle agenzie sono cambiati più volte, la continuità di potere al vertice assoluto — quello che nomina i direttori di FBI, CIA, NSA, DOJ, e che in ultima istanza decide il grado di trasparenza sui file — è rimasta nelle stesse mani, con l'interruzione dei quattro anni di Biden nel mezzo.

Chi era il personaggio più a rischio di rivelazioni da parte di Epstein nell'estate del 2019 (ricordate i verbali FBI di luglio 2019 occultati e ancora secretati in gran parte?)

Cosa dicono i verbali FBI di luglio 2019

Una donna chiamò la hotline dell'FBI il 10 luglio 2019, pochi giorni dopo l'arresto di Epstein, riferendo di essere stata sua vittima. Fu poi interrogata in quattro occasioni separate: 24 luglio, 7 agosto, 20 agosto e 16 ottobre 2019. Raccontò di essere stata abusata ripetutamente da Epstein a partire dai 13 anni circa, in una casa dove lui soggiornava in South Carolina, dopo aver risposto a un annuncio per servizi di babysitting.

Il punto cruciale: il collegamento con Trump

Nella sua seconda intervista con gli investigatori federali, la donna dichiarò che Epstein l'aveva portata a New York o nel New Jersey per presentarla a Trump, quando lei aveva tra i 13 e i 15 anni. Sostenne che Trump avesse tentato di costringerla a un rapporto orale dopo che Epstein glielo aveva introdotto, negli anni '80.

La tempistica è ciò che rende la vicenda inquietante

Il primo verbale fu inserito nei fascicoli dell'FBI il 9 agosto 2019 — un giorno prima che Epstein venisse trovato morto nella sua cella. Gli agenti FBI hanno solitamente cinque giorni lavorativi per redigere i verbali, il che rende quel ritardo di 16 giorni anomalo.

Cosa resta occultato anche oggi

Il Dipartimento di Giustizia non ha rilasciato i riassunti e le note di tre delle quattro interviste con questa donna, nonostante l'Epstein Files Transparency Act lo imponesse. Restano inoltre secretati i nomi dei presunti "10 co-cospiratori" menzionati nelle comunicazioni FBI del 2019. Un giudice federale ha ordinato al DOJ, a giugno 2026, di rilasciare le versioni non redatte di questi documenti entro il 2 luglio o di giustificare perché restano secretati.

Sono ancora secretati senza motivo esplicito.

Chi aveva accesso a quei verbali nell'agosto 2019, quali erano i canali attraverso cui l'informazione poteva circolare tra MCC, FBI di New York e DOJ, e cosa dicono le indagini ufficiali (OIG, FBI) sulla catena di custodia di quei documenti in quel periodo specifico?

La struttura dell'informazione nell'estate 2019

L'indagine sulla donna del South Carolina era gestita da un ufficio specifico: l'FBI di New York, che compilò un rapporto investigativo con una cronologia dettagliata della custodia di Epstein dall'arresto del 6 luglio 2019 fino alla morte. Questo è rilevante perché quello stesso ufficio — il Southern District of New York — gestiva sia l'inchiesta penale su Epstein sia, parallelamente, stava raccogliendo le testimonianze sulle nuove vittime, incluse quelle con riferimenti a Trump.

Cosa dice l'indagine ufficiale sulla morte

L'OIG (Ispettorato Generale del DOJ) esaminò specificamente la custodia, cura e sorveglianza di Epstein all'MCC dall'arresto del 6 luglio 2019 fino alla morte del 10 agosto. Il rapporto, pubblicato nel giugno 2023, trovò "negligenza, cattiva condotta e scarse prestazioni lavorative" da parte del personale BOP: mancati controlli nonostante Epstein fosse (per un periodo) sotto sorveglianza suicidio, nessun compagno di cella assegnato, accesso a lenzuola aggiuntive, problemi con le telecamere di sorveglianza. La conclusione fu che, nonostante i fallimenti estesi, nessun altro fu coinvolto nella morte — confermando la sentenza di suicidio del medico legale.

Il punto debole della versione ufficiale

L'OIG dichiarò di "non aver trovato prove che contraddicessero" la conclusione dell'FBI sull'assenza di criminalità nella morte — una formulazione diversa da "abbiamo trovato prove che esclude ogni ipotesi di crimine". È una differenza sottile ma reale: l'assenza di prove contrarie non equivale a una dimostrazione positiva di innocenza di terzi. Questo è uno dei punti legittimi su cui gli scettici fanno leva, ed è tecnicamente corretto farlo.

Cosa emerge dai documenti più recenti (2024-2026)

I rilasci massivi di documenti tra il 2024 e il 2026 hanno aggiunto dettagli — log di sorveglianza, fotogrammi, memo interni — che confermano la cronologia custodiale di base ma introducono nuove ambiguità: filmati redatti, una "figura color arancione" notata su una telecamera in una scala vicino alla sezione detentiva la notte prima della morte, e annunci interni con date incoerenti tra loro.

Il nodo che resta aperto e verificabile

Quello che possiamo dire con certezza, senza inventare nessi causali: nell'agosto 2019 coesistevano, nello stesso ufficio del Southern District of New York, due filoni informativi enormemente sensibili — l'inchiesta penale su Epstein (con la prospettiva di una sua collaborazione, dato che rischiava fino a 45 anni) e le testimonianze appena raccolte su nuove vittime con riferimenti a un nome politicamente esplosivo.

La domanda legittima, supportata dai fatti, non è "chi ha ordinato l'omicidio" ma: chi, all'interno di quell'ufficio, aveva accesso simultaneo a entrambi i filoni, e la gestione di quella compresenza informativa fu davvero verificata a fondo dall'OIG, o l'indagine si concentrò quasi esclusivamente sui fallimenti della sorveglianza fisica in carcere, lasciando fuori la catena di custodia delle informazioni investigative?

Su quest'ultimo punto, i report OIG pubblici si concentrano quasi interamente sulla negligenza fisica (turni, telecamere, personale), non sulla gestione delle informazioni investigative parallele. È una lacuna reale e documentabile nell'ambito di ciò che è stato indagato pubblicamente, un'area che i controlli ufficiali non sembrano aver esplorato a fondo.

Chi aveva accesso a entrambi i filoni

L'ufficio che gestiva l'intera inchiesta penale su Epstein era il Southern District of New York, guidato da Geoffrey S. Berman, US Attorney. Il suo ufficio era quindi il punto di convergenza naturale: sia l'accusa penale contro Epstein, sia — tramite la hotline FBI 1-800-CALL-FBI che lo stesso Berman invitava pubblicamente a usare per raccogliere segnalazioni di nuove vittime — le nuove testimonianze che arrivavano, incluse quelle con riferimenti a Trump. In un ufficio USA di quelle dimensioni, l'accesso operativo ai singoli fascicoli 302 sarebbe stato ristretto ai procuratori assegnati al caso e agli agenti FBI del New York Field Office che materialmente conducevano le interviste — non necessariamente a Berman personalmente, ma lui ne era il responsabile ultimo in quanto capo dell'ufficio.

Il dato che rende la vicenda politicamente esplosiva

Qui arriva l'elemento che cambia la prospettiva: Berman, lo stesso procuratore che indagava su Epstein, stava anche indagando su Rudy Giuliani, l'avvocato personale di Trump, per possibili violazioni delle leggi sul lobbying per conto di entità straniere. Nel giugno 2020 — dieci mesi dopo la morte di Epstein — Trump tentò di rimuoverlo, con l'Attorney General Barr che annunciò le sue "dimissioni" senza che Berman ne fosse stato informato.

Berman rifiutò di andarsene finché non fosse stato confermato un successore dal Senato, definendo la mossa un tentativo di interrompere il lavoro del suo ufficio, incluse le indagini che coinvolgevano il presidente. La commissione giudiziaria della Camera concluse che, se non fosse stato rimosso, Berman avrebbe avuto l'autorità decisionale finale su eventuali indagini sul presidente in vista delle elezioni del 2020.

Fu la gestione di questa compresenza informativa — Epstein, le nuove vittime con riferimenti a Trump, e parallelamente Giuliani — mai davvero indagata a fondo dall'OIG? La risposta onesta è: no, non nel report del 2023. Quel documento si concentra esclusivamente sulla catena di custodia fisica all'MCC (turni, telecamere, personale carcerario) — è un'indagine sul carcere, non sull'ufficio investigativo. Non risulta un'indagine pubblica specifica sulla gestione informativa interna al SDNY nell'estate 2019, né sulla tempistica di chi sapesse cosa e quando all'interno di quell'ufficio.

Vale la pena notare, senza forzarne il significato: Jay Clayton — che Trump nominò per sostituire Berman nel 2020 — è oggi, nel 2025-2026, il procuratore incaricato da Bondi di guidare l'indagine su Epstein e i "legami con i Democratici".

La persona con l'interesse personale più diretto a che quel materiale specifico non emerga integralmente è Trump stesso, dato che è lui il soggetto nominato nelle accuse. Questo è un fatto logico, non un'illazione — chiunque sia accusato di un crimine grave ha, per definizione, un interesse personale a che le accuse non circolino, indipendentemente dalla loro fondatezza.

Il 2 aprile 2026 Trump ha licenziato Pam Bondi da Attorney General, sostituendola ad interim con il vice Todd Blanche. Fonti dell'amministrazione hanno confermato che si è trattato di un licenziamento, non di dimissioni volontarie, e che Trump era "sempre più frustrato" con lei nei giorni precedenti. La sua uscita arriva "in mezzo a una frustrazione crescente per la sua leadership e la sua gestione dei file Epstein". Bondi era la responsabile principale della supervisione del rilascio degli Epstein Files, che Trump aveva definito una "distrazione" già a settembre 2025.

Curiosamente, nella sua prima apparizione pubblica come Attorney General ad interim, Blanche ha dichiarato a Fox News che i file Epstein "non c'entrano nulla" con la rimozione di Bondi — affermazione accolta con scetticismo dallo stesso conduttore in diretta. Questa negazione esplicita, arrivata proprio mentre ogni fonte giornalistica indicava il contrario, è di per sé un dato interessante: quando la versione ufficiale nega con insistenza un collegamento che tutte le fonti indipendenti confermano, è ragionevole trattare quella negazione con cautela e scetticismo.

I documenti noti come 302 sono i rapporti standard dell'FBI che riassumono le interviste con testimoni. Nel caso della donna del South Carolina, esistevano quattro interviste condotte nel 2019:

| 24 luglio 2019 | Abusi di Epstein, dettagli biografici | Rilasciato a gennaio 2026 |

| 7 agosto 2019 | Accuse contro Trump | Omesso, poi rilasciato il 6 marzo 2026 |

| 20 agosto 2019 | Accuse contro Trump (dettagli aggiuntivi) | Omesso, poi rilasciato il 6 marzo 2026 |

| 16 ottobre 2019 | Rifiuto di fornire ulteriori dettagli su Trump | Omesso, poi rilasciato il 6 marzo 2026 |

Il DOJ ha ammesso che questi tre verbali erano stati "erroneamente codificati come duplicati" — un errore che NPR, CNN e altri hanno scoperto confrontando i numeri di serie Bates con i log delle prove forniti agli avvocati di Ghislaine Maxwell.

Il contenuto dei 302 rilasciati: le accuse in dettaglio

Le 16 e più pagine pubblicate il 6 marzo 2026 contengono i riassunti delle tre interviste mancanti. Ecco ciò che la donna ha riferito agli agenti FBI:

L'incontro con Trump : La donna afferma che Epstein la portò a New York o nel New Jersey in un "grattacielo molto alto con stanze enormi" , dove fu presentata a Trump. Secondo i verbali Trump l'avrebbe costretta a un rapporto orale. Lei avrebbe reagito "mordendo forte" (nel verbale originale: "bit the shit out of it" ). In risposta, Trump l'avrebbe colpita alla testa, tirata per i capelli e cacciata fuori dicendo qualcosa del tipo "get this little bitch the hell out of here" .

La donna racconta che Trump la odiava perché era una "boy-girl" (una bambina maschiaccia/tomboy). Secondo il verbale, Trump le avrebbe detto: "Let me teach you how little girls are supposed to be" , prima di abbassare i pantaloni.

La donna riferisce di aver avuto altri due incontri con Trump, ma quando gli agenti le hanno chiesto di dettagliarli, ha chiesto di passare a un altro argomento. Il verbale non chiarisce se quei dettagli siano mai stati resi noti alle forze dell'ordine.

Il rifiuto della quarta intervista (16 ottobre 2019)

Nell'ultima intervista, quando le è stato chiesto se si sentisse a suo agio nel fornire ulteriori dettagli sui contatti con Trump, la donna avrebbe risposto:

"What the point would be of providing the information at this point in her life when there was a strong possibility nothing could be done about it."

Questa frase è fondamentale: testimonia una perdita di fiducia nel sistema giudiziario da parte della vittima, cinque mesi dopo l'inizio delle interviste e due mesi dopo la morte di Epstein. Non è un rifiuto di collaborare in assoluto — è un giudizio sulla inutilità della collaborazione.

Cosa manca: le 37 pagine

Nonostante il rilascio dei tre 302, 37 pagine di documenti correlati restano non pubblicate . Secondo le analisi di NPR e del giornalista indipendente Roger Sollenberger, i materiali ancora mancanti includono:

- Note manoscritte degli agenti FBI che hanno condotto le interviste

- Report delle forze dell'ordine collegati alla donna

- Registri e documenti di corrispondenza con il suo avvocato

- Comunicazioni interne FBI su come la situazione con questa accusatrice fu gestita e "risolta"

Questo è il punto cruciale: i 302 rilasciati sono riassunti delle interviste. Le note originali degli agenti, le email interne, i rapporti di follow-up — tutto materiale che mostrerebbe cosa l'FBI ha fatto (o non ha fatto) con queste accuse — resta fuori dalla portata pubblica.

I verbali forniscono anche dettagli che aiutano a inquadrare la credibilità e la vulnerabilità della testimone:

- L'abuso da parte di Epstein iniziò quando lei aveva circa 13 anni , intorno al 1984 , a Hilton Head Island, South Carolina, dopo che rispose a un annuncio per servizi di babysitting.

- Epstein avrebbe ricattato sua madre per costringerla alla compliance.

- Per anni dopo gli abusi, avrebbe ricevuto minacce fisiche e verbali che credeva fossero dirette da Epstein.

- Durante la prima intervista, quando mostrò agli agenti una foto nota di Trump ed Epstein insieme, il suo avvocato disse che era "preoccupata per l'implicazione di individui aggiuntivi, e specificamente di quelli ben noti, per timore di rappresaglie" .

La portavoce Karoline Leavitt ha definito le accuse "completamente prive di fondamento" , sostenendo che provengono da una "donna tristemente disturbata con un esteso precedente penale" — riferendosi probabilmente agli arresti da minorenne menzionati nei verbali.

Julie K. Brown del Miami Herald — la giornalista che ha rotto il caso Epstein — ha riferito che funzionari del DOJ che hanno parlato direttamente con la donna la trovarono credibile , e che non l'avrebbero intervistata quattro volte se non lo fossero stati.

Inoltre, la donna è identificabile come "Jane Doe 4" in una causa contro l'eredità di Epstein, dove i dettagli biografici (Hilton Head, babysitting, voli a New York, abusi da uomini prominenti) combaciano con i verbali FBI. Fu giudicata "non idonea" al programma di compensazione per le vittime di Epstein (maggio 2021), poi ritirò la causa a dicembre 2021 dopo un accordo finanziario con l'eredità .

L'anomalia procedurale: perché i 302 contano più di altri documenti

I 302 non sono semplici "dichiarazioni". Sono il tessuto connettivo di un'indagine federale . Come ha spiegato Andrew McCabe, ex vice-direttore dell'FBI: "È il mattone più basilare e importante del muro che diventa l'indagine."

La loro omissione iniziale è quindi sintomatica di un problema più grande. Non si tratta di un documento qualsiasi: sono i verbali che documentano le accuse di un presidente in carica (nel 2019) e di nuovo presidente nel 2026, raccolte dallo stesso ufficio (SDNY) che gestiva il caso Epstein. La loro "sparizione" temporanea — e la persistenza di altre 37 pagine correlate — non è un dettaglio tecnico: è un buco nella trasparenza che colpisce esattamente il punto più sensibile dell'intero archivio.

Geoffrey S. Berman è il nodo mancante del puzzle.

Senza di lui, la morte di Epstein resta un insieme di anomalie separate. Con lui, diventa una storia di potere contro indipendenza giudiziaria .

Chi era Greoffrey Berman

Procuratore federale per il Southern District of New York (SDNY) dal gennaio 2018 al giugno 2020. Non era un nominato politico fedele a Trump: era stato designato inizialmente ad interim da Jeff Sessions, poi confermato dai giudici del distretto dopo che Trump non aveva presentato la nomina al Senato entro 120 giorni.

Nel luglio-agosto 2019, l'ufficio di Berman era il punto di incrocio di tre filoni esplosivi:

1. Jeffrey Epstein — arrestato il 6 luglio 2019, con l'indagine sui co-cospiratori ancora aperta dopo la sua morte

2. Rudy Giuliani — indagato per lobbying ucraino (Parnas e Fruman)

3. Michael Cohen — già condannato, ma con ripercussioni su Trump

La rimozione: giugno 2020, dieci mesi dopo Epstein

Il 19 giugno 2020, William Barr lo convocò a un incontro al Pierre Hotel di New York. Berman ha descritto così la scena:

"C'erano dei panini sul tavolo ma nessuno ha mangiato. L'Attorney General ha cominciato dicendo che voleva fare un cambiamento nel Southern District of New York. Mi ha chiesto di dimettermi e di prendere il posto di capo della Civil Division al DOJ. Gli ho detto che non ero interessato e che sarei rimasto fino alla conferma di un successore dal Senato."

Quella sera, Barr annunciò che Berman si sarebbe "dimesso". Berman reagì con una dichiarazione pubblica storica:

"Ho appreso da un comunicato stampa dell'Attorney General che avrei 'lasciato' il mio incarico. Non mi sono dimesso e non ho alcuna intenzione di dimettermi. Rimarrò finché un nominato presidenziale non sarà confermato dal Senato. Le nostre indagini proseguiranno senza ritardi o interruzioni."

Il giorno dopo, Trump dichiarò: "Non sono coinvolto. È il dipartimento dell'Attorney General, non il mio." Ma Barr scrisse a Berman: "Poiché hai dichiarato di non avere alcuna intenzione di dimetterti, ho chiesto al Presidente di rimuoverti, e lui l'ha fatto."

Berman accettò di andarsene solo quando Barr cedette sulla successione: invece di Craig Carpenito (procuratore del New Jersey, uomo di Barr), la vice-procuratrice Audrey Strauss avrebbe preso il comando ad interim.

La testimonianza al Congresso (luglio 2020): cosa NON ha detto

Davanti alla House Judiciary Committee, Berman ha confermato sotto giuramento un dato cruciale: Barr non ha mai sollevato il caso Epstein durante l'incontro del 19 giugno .

> Q: "L'Attorney General non ha sollevato il caso Jeffrey Epstein, vero?"

> A: "Non sto commentando casi specifici."

> Q: "Sto solo parlando del 19 giugno. Non ha sollevato alcun caso, corretto?"

> A: "Non ha sollevato alcun caso."

Questa è una negazione formale, ma anche un'omissione rivelatrice: se Barr voleva rimuovere Berman per "migliorare" la gestione del SDNY, non ha mai detto che Epstein era un problema. Eppure la rimozione avvenne mentre l'indagine sui co-cospiratori di Epstein era ancora aperta, mentre quella su Giuliani si stava stringendo, e a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Perché Berman è il nodo mancante

Berman è rilevante per i dubbi sulla morte di Epstein per tre ragioni:

1. Era l'unico punto di oversight che vedeva simultaneamente Epstein, Giuliani e le nuove accuse contro Trump. Chiunque volesse controllare cosa emergeva dai file doveva passare per lui.

2. La sua rimozione è avvenuta in modo anomalo : non per cause disciplinari, non per fine mandato, ma per un "cambio" voluto da Barr con la scusa di nominare Jay Clayton — un avvocato d'affari senza esperienza penale.

3. La successione fu gestita con cura : Berman si batté per garantire che Audrey Strauss (interna, esperta, indipendente) e non un uomo di Barr prendesse il comando. Questo suggerisce che temeva un'interruzione delle indagini.

Nel libro di John Bolton, pubblicato poco dopo la rimozione di Berman, emerge che Trump aveva detto al presidente turco Erdogan:

"Si occuperà delle cose, spiegando che i procuratori del Southern District non erano 'la sua gente', ma 'gente di Obama', un problema che sarebbe stato risolto quando sarebbero stati sostituiti dalla sua gente."

Questo non prova che Trump abbia ordinato la morte di Epstein. Ma prova che percepiva il SDNY come una minaccia da neutralizzare , e che la "neutralizzazione" passava attraverso la sostituzione dei procuratori. Berman era l'ostacolo. La sua rimozione, dieci mesi dopo la morte di Epstein, è la conferma che la guerra per il controllo di quell'ufficio — e di ciò che conteneva — era ancora aperta.

Geoffrey S. Berman non è il mandante della morte di Epstein. Ma è la prova vivente che qualcuno al vertice del potere aveva un interesse strutturale a controllare, o a interrompere, il lavoro dell'ufficio che indagava su Epstein. La sua rimozione non spiega il 10 agosto 2019, ma spiega perché, dopo quella data, nessuna indagine indipendente ha mai esaminato a fondo la catena informativa che collegava il carcere al SDNY — e perché le 37 pagine mancanti restano, ancora oggi, fuori dalla portata pubblica.


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