Lorena Isceri uccisa da Federico Vella
Federico Vella, killer di Lorena Isceri, si è suicidato dopo aver compiuto l'atroce femminicidio. Qualcuno pensa sia un'attenuante, ma invece è un gesto, ultimo ed estremo, di arroganza maschilista.
Lorena Isceri era ancora in vita quando è stata scaraventata dal viadotto dell'A1 dall'ex fidanzato Federico Vella.
L'atto finale di una violenta tortura premeditata e iniziata mezz'ora prima, quando Vella l'ha assalita, picchiata, legata e rinchiusa nel portabagagli del SUV che poi ha guidato fino al viadotto.
Venti, venticinque minuti in uno spazio angusto, ferita, terrorizzata, mentre lui decideva del suo destino come se fosse una cosa di sua proprietà da eliminare.
il femminicidio di Lorena Isceri e il suicidio di Federico Vella
Senza alcuna remora o pietà l'ha scaraventata nell'abisso.
Poi l'assassino ha telefonato alla madre di Lorena per darle la notizia: "Ho ucciso tua figlia".
Non una confessione, non un grido di orrore per ciò che aveva fatto — un annuncio.
Un modo beffardo, spregevole, maschilista di "punire" anche la madre, colpevole solo di essere, anche lei, una donna.
È lo stesso schema che si ripete in troppi femminicidi: la violenza non si esaurisce sul corpo della vittima, ma si estende a chi le sta intorno, a chi l'ha amata, come se l'intera rete di affetti dovesse pagare per l'autonomia che quella donna aveva osato rivendicare.
Poi il femminicida si è tolto la vita, dopo circa quaranta minuti trascorsi sul ciglio del viadotto ad ascoltare un'agente di polizia che cercava di convincerlo a non compiere gesti drammatici.
L'agente era una donna — non sapeva ancora della morte di Lorena — e forse è proprio per questo che Vella non ha voluto ascoltarla: perché lui odiava le donne che osavano contraddire il suo ego maschile, anche quando quelle donne cercavano soltanto di salvargli la vita.
C'è un dettaglio che va sottolineato: per quaranta minuti Vella ha avuto il tempo di pensare, di ascoltare, persino di essere convinto a desistere. Non è stato un gesto impulsivo, di panico. È stata una scelta meditata, esattamente come meditato era stato il sequestro di Lorena — gli inquirenti ipotizzano che l'avesse organizzato da giorni, forse da una settimana.
Chi organizza una tortura di mezz'ora, chi guida fino a un viadotto con una donna legata nel bagagliaio, chi poi resta quaranta minuti a valutare se gettarsi o no, non sta agendo sotto l'impulso di un raptus. Sta esercitando, fino all'ultimo respiro, un controllo totale sugli eventi e sulle persone coinvolte.
In alcuni casi di femminicidio — soprattutto quelli che riguardano coppie di anziani, spesso segnati da malattia, solitudine, esaurimento del caregiver — l'uomo si toglie la vita subito dopo aver ucciso la donna. È un gesto di disperazione, una punizione autoinflitta che non cancella la gravità del crimine ma lo colloca in un contesto diverso, che induce talvolta a una lettura più complessa, quasi di doppia tragedia.
Il suicidio di Federico Vella appartiene a una categoria opposta.
Non è pentimento, non è collasso psichico di fronte all'orrore compiuto. È l'ultima affermazione di arroganza maschilista, l'ultima sfida per sottrarsi al giudizio e negare la pena per un delitto tanto efferato quanto premeditato.
Il killer si toglie la vita non perché provi vergogna per aver spento la vita di una donna che chiedeva solo dignità e rispetto — anziché cieca sottomissione al maschio padrone — ma perché vuole negare ai familiari e agli amici della vittima la "soddisfazione" di vederlo in un'aula di tribunale, ammanettato, ad ascoltare la sentenza di condanna.
Si sottrae al processo, alla parola pubblica della giustizia, all'obbligo di rendere conto.
Muore da padrone, come ha ucciso da padrone.
dal Corriere della Sera
Femminicidio di Lorena Isceri, esiti preliminari dell'autopsia: «Ancora viva quando Federico Vella l'ha gettata dal viadotto», la valutazione definitiva sarà comunque riportata nella relazione del medico legale Beatrice Defraia.
«Federico, cosa fai?», poi il silenzio: Lorena Isceri e le ultime parole al suo assassino ascoltate in diretta dalla polizia.
«Lorena Isceri era ancora in vita quando è stata scaraventata dal viadotto dell'A1 dall'ex fidanzato Federico Vella». È quanto emergerebbe dall'esame esterno e dalla Tac sulla salma, mentre è in corso l'autopsia.
«Lo immaginavamo — commenta l'avvocato Cosimo Miccoli, legale della famiglia della donna — perché alla fine della telefonata che riesce a fare Lorena, che dura 19 minuti, si sente quando Vella apre il bagagliaio per buttarla, si percepisce qualcosa e anche qualche lamento». E aggiunge: «Probabilmente non era nelle sue capacità strutturali, anche dal punto di vista psico-fisico eccellenti, perché aveva subito delle percosse, perché ha passato 20, 25 minuti in un bagagliaio piccolo. Piuttosto, la famiglia sperava forse che quando è caduta nel vuoto Lorena fosse almeno priva di conoscenza».
La sequenza di femminicidi in Italia negli ultimi mesi è impressionante, e ogni volta si ripete lo stesso copione: molte delle vittime avevano denunciato il loro futuro assassino, senza ricavarne una protezione adeguata. Lorena invece non aveva ancora denunciato Federico Vella — forse lo riteneva un gesto prematuro o inefficace, forse non credeva che potesse farle del male, essendo stato lui a tradirla, e si era limitata a registrare l'accaduto, considerandolo forse un atto liberatorio, una prova per sé stessa più che per un tribunale.
La mostruosità del femminicidio compiuto da Federico Vella è la sintesi diabolica di decine di altri casi, ciascuno con il proprio nome, la propria storia, la propria illusione di normalità infranta in un attimo.
Il gesto finale di suicidarsi non attenua né giustifica nulla. Non è l'ultimo atto di un uomo distrutto dal rimorso, ma l'ultimo atto di un uomo che ha voluto restare, fino alla fine, l'unico a decidere.
Questo delitto arriva in un contesto sociale che non è neutro.
Meno di tre mesi prima, a metà giugno, il dibattito pubblico italiano era stato scosso dalle parole di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, che aveva dichiarato di essere contrario a un reato specifico di femminicidio: "è un omicidio come tutti gli altri", aveva detto, sostenendo che un reato non cambia gravità in base al sesso della vittima e definendo l'idea contraria "un'assurdità" utile solo a fare "il lavaggio del cervello alla cittadinanza".
Non si può certo dire che quelle parole abbiano armato la mano di Vella: nulla lega i due fatti direttamente, e la premeditazione del delitto — secondo quanto emerso finora dalle indagini — affonda altrove, in una gelosia patologica coltivata da tempo.
Ma proprio per questo il caso di Lorena Isceri torna a dimostrare, con la forza bruta dei fatti, perché la tesi di Vannacci sia sbagliata e pericolosa nel merito.
Il femminicidio non è "un omicidio come tutti gli altri" travestito da specificità ideologica: è un pattern riconoscibile, fatto di possesso, controllo, incapacità di accettare l'autonomia dell'altra, che si manifesta con una grammatica precisa — la sorveglianza nei giorni prima, la premeditazione degli strumenti, il bisogno di punire la vittima e i suoi affetti, desideri, e anche chi le sta accanto.
Negare questa specificità — dire che riconoscerla sia "parità mal posta" — non significa solo sbagliare una battaglia semantica. Significa togliere strumenti, culturali e normativi, a chi dovrebbe imparare a leggere questi segnali prima che diventino tragedie.
E ogni volta che un femminicidio come questo torna a occupare le prime pagine, la tesi maschilista dei Vannacci si sgretola da sola contro i fatti — e nel frattempo, tra un caso e l'altro, continua a procurare tragedie.
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