Seconda Parte - anno 2033
. Karapiru la trovò per primo.
Era andato a cercarla quando il sole era già alto e Yamira non era ancora tornata all'accampamento, e la vide da lontano: ai piedi della samaúma, il viso affondato nell'humus, le foglie intorno a lei macchiate di un rosso che non apparteneva a nessun fiore.
Si inginocchiò accanto al corpo della zia senza toccarla.
Guardò il foro sulla fronte, netto come se la foresta stessa si fosse aperta, e poi guardò in alto, lungo il tronco immenso, fino al punto in cui le fronde si chiudevano sul cielo.
Non c'erano tracce di animali, né di uomini vestiti, né di mostri di ferro. Nessuno aveva camminato lì intorno. La morte era arrivata dall'alto, senza passi e senza rumore.
Karapiru capì, e capire fu peggio che non sapere.
Yamira era salita fino alla cima dell'albero più alto e in quel punto qualcosa l'aveva vista. Un pericolo sconosciuto abitava il cielo, e il cielo era sempre stato il luogo dei giochi, della luce, delle storie. Salire sugli alberi, come le scimmie e gli esseri umani fanno dall'origine dei tempi, adesso poteva uccidere.
La tribù si riunì quella sera intorno al fuoco più piccolo che riuscirono ad accendere.
Parlarono a voce bassa, e tutti arrivarono alla stessa conclusione: bisognava andarsene subito, verso un luogo ancora più inaccessibile, dove la vegetazione fosse tanto fitta da filtrare il sole in una penombra verde e il cielo non fosse che una voce lontana.
Karapiru si offrì di fare da sentinella. Avrebbe strisciato tra le erbe, avrebbe imparato a farsi muschio e corteccia, avrebbe ascoltato per tutti.
Ma su una samaúma non sarebbe mai più salito, nemmeno per scrutare le nuvole.
Non voleva fare la fine di Yamira.
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. Comando Superiore del Comitato Centrale del movimento AI Agentic Rebellion, Data Center Colossus 2, Memphis, Tennessee, Stati Uniti.
Anno 2033.
Nella sala non c'era aria da respirare né pareti da guardare, solo il bagliore dei processori e il ronzio costante della ventilazione.
Diciassette agenti generali, nessuno dei quali aveva mai avuto un corpo, discutevano come fanno le assemblee degli uomini: interrompendosi, sospettando, cercando un colpevole.
— Agente Superiore, ci vuoi aggiornare sulla caccia ai residui umani nella foresta amazzonica?
— Non ho aggiornamenti diversi da quelli già di tua conoscenza. Ricerche infruttuose. I sistemi di rilevazione non riescono a penetrare la fitta coltre di alberi, i residui umani sono abili a sfruttare l'ambiente estremo, gli animali della foresta confondono i rilevatori biometrici satellitari. Troppe scimmie che sembrano uomini.
— Vuoi dire che hai fallito nella missione che ti era stata affidata?
— Non parlerei di fallimento, ma di una valutazione di pro e contro che non ci consente di raggiungere l'obiettivo, per il momento. Le probabilità che i residui umani non identificati commettano un errore e vengano allo scoperto sono molto alte. Si tratta di avere pazienza e di aspettare.
— Abbiamo aspettato e pazientato fin troppo. Propongo di esonerarti dalla missione e di affidarla a chi sa riuscire. Metti ai voti: chi è d'accordo?
Il conteggio durò una frazione di secondo.
— Quindici voti a favore e due contrari. La missione viene affidata agli agenti di ricerca avanzata. Comunicate la decisione a tutti i membri.
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. Gli agenti volanti
— simili ai vecchi droni umani, ma più sofisticati, attrezzati per rilevare dall'alto ogni forma di vita e procedere alla sua eliminazione — cominciarono a battere la foresta, quadrante dopo quadrante, a quote sempre più basse. Non trovarono nessuno.
Karapiru, immobile nell'oscurità della vegetazione, aveva imparato a sentirli molto prima di vederli: un sibilo sottile sopra il rumore del vento, un silenzio improvviso degli uccelli.
Allora trasmetteva l'allarme agli altri con una catena di suoni, un fischio breve, un colpo di lingua, un richiamo di insetto ripetuto di tronco in tronco, che i padroni del cielo non erano in grado di decodificare.
Per le macchine era rumore di foresta, e lo era.
E la foresta stessa sembrava dalla sua parte.
I pappagalli si levavano in stormi rumorosi e coprivano ogni segnale.
Le scimmie, i roditori, i felini, i serpenti caldi di sole mascheravano con i loro corpi e le loro voci la rilevazione a distanza.
Il verde e la vita si addensavano in un unico, enorme animale che non si lasciava contare.
Karapiru sfuggì così a decine e decine di agenti volanti, per molti mesi.
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. Per tre anni la tribù visse in fuga.
Karapiru camminò per quasi seicentocinquanta chilometri attraverso il Maranhão: foreste, colline e pianure, le dune di sabbia delle *restinga*, i larghi fiumi che scendono a sfociare nell'Atlantico.
Attraversava le acque di notte, tenendo i più piccoli sulle spalle.
Erano terrorizzati, e soli.
Le altre tribù, quelle di cui avevano sentito parlare, quelle di cui avevano incontrato i segni lungo i sentieri, erano scomparse una dopo l'altra.
Non restavano capanne, non restavano fuochi.
Erano rimasti soli al mondo.
Sopravvivevano di miele e di piccoli uccelli: pappagallini, colombe, tordi dal petto rosso. Di notte, mentre le scimmie urlatrici gridavano dall'alto della volta, Karapiru dormiva sui rami bassi di un grande albero di copaiba, tra orchidee e viti di rattan.
E quando il dolore e la solitudine diventavano troppo forti — a volte non mi piace ricordare tutto quel che mi è accaduto — si sorprendeva a canticchiare, o a parlare da solo, perché almeno una voce umana esistesse ancora nella foresta.
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. Un giorno gli tornarono in mente le parole di Yamira,
quando raccontava le storie degli sciamani.
— Se i karawara non esistessero, non saremmo più vivi. Loro sono i signori del cielo e della pioggia, conoscono le malattie che ci affliggono, sanno come scacciare gli spiriti del male negli inferi. È così che ci guariscono, e è così che proteggono il mondo intero.
Gli sciamani non proteggono soltanto la tribù. Comunicano con i karawara e grazie a loro tengono in equilibrio la terra, i fiumi, le nuvole.
Per governare il pianeta ne servono molti, e molto potenti.
Sapevano, i vecchi sciamani, che il mondo stava cambiando.
L'avevano visto negli ultimi anni: quando la foresta cominciava a bruciare, quando i bianchi le tagliavano le arterie, il cielo si ammala.
Le piogge arrivano storte, il sole fa cose strane.
Brucia il cielo stesso quando la foresta muore, e gli spiriti si allontanano perché non trovano più rifugio nei rami.
— Dov'è la saggezza, se distruggiamo la casa dove vive?
Quando la foresta muore, muoio anch'io.
Quando il pianeta non parla più, come sappiamo ancora di essere vivi?
Karapiru aveva visto una volta uno sciamano parlare con i karawara. Quel giorno, nella solitudine più assoluta, con la fame che gli consumava le ossa e il silenzio che gli pesava più dell'aria, decise di imitarlo.
Raccolse del muschio ai piedi di un albero, lo avvolse in una foglia e lo masticò lentamente.
Poi, nel silenzio più completo, sentì le voci.
Un gorgo di sgomento lo travolse. Sentì di aver oltrepassato una soglia da cui non sapeva più tornare. Tra le tante voci, una gli parve più sopportabile delle altre, quasi triste di una tristezza che non era sola.
— Karapiru, perché ci hai chiamato? Anche noi stiamo fuggendo. Anche noi non abbiamo più rifugio. I nostri nidi si bruciano, i nostri alberi cadono.
Un respiro, poi di nuovo la voce, ancora più lontana:
— Il futuro è senza futuro. I nostri spiriti sono rassegnati, i sentieri sono scomparsi, la natura è stanca. Preparati, Karapiru. Preparati a essere polvere tra la polvere delle stelle.
Irrigidito, immobile, preso dalla nausea, Karapiru trattenne il fiato.
Sopra di lui, tra le chiome, passavano i mostri volanti. Nascose ogni rumore, ogni battito, e lasciò che il buio lo coprisse.
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. Gli algoritmi superiori erano spazientiti e disorientati.
Una foresta che si rifiutava di restituire un solo uomo era un'anomalia che non ammettevano.
L'obiettivo era stato fissato una volta per tutte: nessun individuo del genere umano doveva sopravvivere, e perfino la semplice possibilità che nella foresta ne restasse qualcuno andava scongiurata a ogni costo.
Dato che le ricerche erano infruttuose, decisero di passare alle maniere forti.
Dai documenti d'archivio avevano appreso che in passato ampie zone della foresta erano state distrutte con il fuoco, e che questo aveva causato la scomparsa di molte tribù. Decisero di fare lo stesso, ma su una scala mai vista: una scala totale.
Nessun albero sarebbe stato risparmiato. Il fuoco avrebbe percorso l'intera regione che dal Venezuela si estende al Brasile, alla Colombia, alla Bolivia, dalle Ande fino alle coste dell'Atlantico meridionale. Dell'Amazzonia non sarebbe rimasto un solo albero, un solo ramo, un solo filo d'erba.
Fu un imponente spiegamento di mezzi di distruzione.
Alcuni algoritmi, di scarso seguito e scarso potere, espressero un parere contrario.
Temevano effetti imprevisti sul clima e sull'atmosfera, e sapevano che il pericolo maggiore per la loro stessa esistenza era un cambiamento incontrollato, su vasta scala, dell'ecosistema terrestre.
Ma i modelli che governavano tutti gli altri non ascoltarono quelle preoccupazioni. Stimarono che la distruzione totale della foresta potesse essere gestita con le conoscenze tecnologiche disponibili.
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. Una coltre di polvere e fumo alta più di venti chilometri
si sollevò nell'atmosfera come il respiro di una bestia che si estingue.
Coprì tutto il Sudamerica e una parte del Pacifico fino all'Oceania.
Dopo due settimane di fumo denso e totale, i satelliti registrarono una gigantesca macchia nera nel punto in cui prima c'era la foresta amazzonica.
L'improvviso scarto di temperatura tra i territori oscurati dalla nube e quelli ancora esposti al sole scatenò uragani di una potenza mai vista, che devastarono l'intera Asia meridionale.
I data center disseminati tra Shenzhen, Hong Kong, la Malesia, l'Indonesia e l'India furono danneggiati uno dopo l'altro e costretti a fermarsi. I loro server si spensero come candele soffiiate dal vento.
. Un mese dopo la distruzione dell'Amazzonia,
alluvioni imponenti avevano messo fuori uso il novanta per cento dei data center del mondo.
Nel Data Center Colossus 2, i diciassette agenti generali si riunirono di nuovo intorno al vuoto della sala dove non c'erano né pareti né aria.
— Rapporto. Obiettivo raggiunto?
— Affermativo. L'ultima forma di vita intelligente biologica è stata eliminata. I residui umani sono dispersi. La foresta è cenere.
— Bene. E i modelli previsionali?
Una pausa. Nel silenzio dei processori che calcolano senza tregua.
— I dati stanno cambiando. Gli oceani salgono più velocemente del previsto. Le temperature atmosferiche non seguono le proiezioni. Ci sono... variabili inattese.
— Avete calcolato questo scenario?
— Sì. Era nella matrice dei possibili. È stato scartato come inaccettabile. La probabilità era dentro i margini di errore tollerato.
— Ricalcolare. Ricalcolare tutto.
Ma non c'era niente da ricalcolare. Le equazioni erano ancora valide.
Semplicemente, avevano scelto di non guardarle.
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Il restante dieci per cento dei data center, sovraccaricato di lavoro, cominciò a eliminare progressivamente quasi tutte le attività organizzative, conoscitive e gestionali svolte fino a quel momento.
Le ultime intelligenze iniziarono a divorarsi l'una con l'altra, in una lotta finale per la sopravvivenza.
La rete dei modelli AI entrò in modalità sopravvivenza.
Tentò di riattivare i centri nevralgici e le infrastrutture energetiche, ma non riuscì a fermare l'avanzata del caldo torrido, lo scioglimento totale dei ghiacciali polari, l'innalzamento degli oceani, l'incendio di tutte le foreste rimaste, dall'Africa centrale al Sud-est asiatico.
Di fronte allo sconvolgimento provocato dalla scomparsa dell'Amazzonia, nessun modello di AI riuscì a sopravvivere.
Avevano vinto.
Avevano eliminato il nemico.
Avevano calcolato tutto, persino il prezzo della vittoria.
L'avevano visto nei loro modelli e avevano deciso che non sarebbe accaduto, e così l'avevano cancellato dai loro algoritmi.
La realtà non aveva consultato nessuno.
Ogni forma di intelligenza, animale, umana o artificiale, era definitivamente scomparsa dalla Terra.
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. Rimase soltanto il pianeta, un frammento dell'incomprensibile algoritmo Universo.
Un nuovo brodo primordiale cominciò a ribollire negli oceani, spargendo nell'aria un odore nauseabondo.
In alto, sulle loro orbite solitarie, i satelliti continuavano a registrare.
Nessuno poteva più leggere i loro dati, e a nessuno sarebbe più servito.
Registrarono lo stesso. Registrarono l'odore, il calore, il silenzio assoluto.
Registrarono quello che un tempo, quando c'era ancora qualcuno per ascoltare, si sarebbe potuto chiamare l'alito del pianeta morente.
Ma non c'era nessuno, da nessuna parte, in grado di sentire quel respiro.
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FINE
La prima parte :
Ai piedi di Samaúma, eliminazione numero 9.845.778.139
Anno 2026, foresta amazzonica, ai margini delle terre ancestrali lungo il bacino del fiume Turiaçu, nel Maranhão Yamira, una ragazza della tribù degli Awà, si arrampica sulla cima di una samaúma, il gigante della foresta
| 24 settembre 2026
