Il Capostazione Ucraino delle Ferrovie di Russia - racconto di Olena Taradyiuk
I
Ottobre. Il giorno si era spento presto, inghiottito da una nebbia bassa che saliva dai campi di girasole ridotti a stoppie nere e si appoggiava ai tetti di Berezivka, nell’oblast di Sumy, a poche decine di chilometri dal confine.
In cucina Svetlana affettava la barbabietola per il borsch, con la rapidità di chi lo fa da quarant’anni.
La finestra era oscurata da una vecchia coperta fissata con le puntine.
Sul davanzale aspettavano due candele e una torcia, perché da due giorni la corrente andava e veniva; in cortile il generatore borbottava a mezza voce.
Sul tavolo, accanto al tagliere, il telefono giaceva a schermo in su con l’app degli allarmi aerei aperta. Ormai lo facevano tutti, anche a tavola, anche a letto.
Dal soggiorno arrivava la voce del notiziario. Un inviato in giubbotto antiproiettile parlava davanti a una mappa del fronte.
Volomyr era seduto sul divano con il plaid sulle ginocchia e gli occhiali spinti sulla fronte. Le sue dita, annerite da un misto di olio e stagno che nessun sapone riusciva più a togliere, tamburellavano piano sul bracciolo. Guardava lo schermo, ma non lo vedeva.
— Hai finito di armeggiare con quel coso in garage? — chiese Svetlana, senza voltarsi.
— Sì. Mi manca poco.
— Sei ancora convinto che possa funzionare?
— Abbastanza.
— Dal tono con cui lo dici, non sembrerebbe.
Volomyr sospirò e si tolse gli occhiali dalla fronte, rigirandoli tra le mani.
— Funziona. Funzionerà. E te ne accorgerai guardando il notiziario, visto che non credi alle mie parole.
Svetlana posò il coltello. Si asciugò le mani nel grembiule, lentamente, e comparve sulla soglia con le dita rosse di barbabietola.
— Come posso crederti se mi tieni all’oscuro di tutto? Stai chiuso in garage tutto il giorno, tutti i santi giorni. Io ti porto il tè e tu lo lasci raffreddare. Non mi dici nulla. Che cos’è, un segreto? Come si chiama?
Volomyr esitò. Poi, con un lampo d’orgoglio che non riuscì a nascondere:
— Capostazione.
— Capostazione? — Svetlana rimase un attimo immobile, poi le scappò una mezza risata amara.
— Ti sei messo a fare il ferroviere?
— Non è spiritoso da parte tua.
Lei lo guardò a lungo. Dietro la battuta aveva visto qualcosa che non voleva vedere: il collo magro di quell’uomo, le occhiaie, la schiena che si incurvava un po’ di più ogni mese, da quando avevano smesso di dormire. Tornò ai fornelli senza dire altro.
Seguì un lungo silenzio, riempito soltanto dal generatore e dal notiziario, che parlava d’altre città, d’altri morti.
II
Volomyr si era chiuso nel laboratorio, come aveva ribattezzato il garage in fondo al cortile.
Dietro la porta di lamiera l’aria sapeva di stagno, di olio e di tè rimasto a raffreddarsi. Sul bancone, tra i saldatori e le matasse di cavi, accanto ai portatili aperti, c’era ancora la vecchia calcolatrice HP, con i tasti consumati dalle dita di un’altra vita.
Era stata la prima cosa che aveva portato lì dentro, mesi dopo l’invasione, quando aveva capito che da solo, col cuore e con la matematica, poteva ancora fare qualcosa.
Era un ingegnere. Un ingegnere della vecchia e gloriosa scuola ucraina, dove si studiava per diventare scienziati anche se poi si finiva a fare gli impiegati. Il calcolo differenziale lo aveva imparato su quelle macchine, programmate in una specie di Fortran, e con una di esse, ai tempi, aveva fatto atterrare sulla Luna una capsula che esisteva solo sulla carta.
Ora la Luna non c’era nemmeno, quella sera.
E la capsula era vera.
Ricontrollò per l’ultima volta ogni dettaglio di Capostazione.
Gli ultimi dubbi lo assalivano a ondate, come la febbre. E se mi sbaglio? E se funziona troppo bene?
Poi chiudeva gli occhi e tornavano i volti: Bucha, Mariupol, Izium, tutti quei luoghi conosciuti quando c’era ancora la serenità, ridotti a nomi che si pronunciano a bassa voce.
E i dubbi tacevano.
Calò la sera alla fine di un giorno grigio, nell’autunno inoltrato della pianura ucraina.
Volomyr portò Capostazione dall’altra parte del villaggio, su un campetto abbandonato dove l’erba cresceva alta tra i pali storti di una porta da calcio.
Lo posò sulla breve rampa che aveva montato di notte, con le mani che gli tremavano un po’, e non per il freddo. Poi si sedette su una cassetta di plastica con il monitor sulle ginocchia.
Non era un’arma terribile, e questo, per lui, contava.
La carica era modesta, perché lo scopo della missione era un altro.
La vera mente di Capostazione era l’agente di Intelligenza Artificiale che Volomyr aveva istruito per anni, parola dopo parola, regola dopo regola, come un padre che insegna a un figlio il confine tra ciò che si può fare e ciò che non si fa mai.
— Pronti, via — sussurrò.
Capostazione scomparve nella notte senza Luna.
Sul monitor restò un mondo di sagome fredde e spettrali: i tetti, le auto ferme, una fila di alberi, la macchia calda di una volpe che attraversava un campo. Dalla voce metallica dell’agente, secondo dopo secondo, arrivavano le sole parole di cui Volomyr aveva bisogno: rotta confermata, rotta confermata.
Volava basso, sfiorando i solchi, in un silenzio che non sembrava appartenere a questo mondo.
Quando il confine fu alle spalle, Volomyr si asciugò una lacrima, spremuta dalla tensione di anni.
Capostazione era in territorio russo. Capostazione Ucraino delle Ferrovie della Federazione Russa.
III
Capostazione era fermo sulle rotaie, piccolo e scuro sotto i tralicci, che ronzavano nel buio come un alveare.
Nessuno lo aveva visto arrivare. Nessuno, per il momento, sapeva che esistesse.
Nella sala operativa dello scalo di Sosnovka-Tovarnaya, nella regione di Kursk, Gennadij, il capostazione di turno, sorseggiava il tè dal bicchiere con il portabicchiere di metallo, tenendo d’occhio i puntini luminosi dei convogli sul quadro.
Era una notte come tutte le altre, e se gli avessero chiesto di descriverla avrebbe detto soltanto: tranquilla.
Il telefono d’emergenza squillò alle 3:12.
— Pronto! Chi chiama a quest’ora? Che succede?
La voce che rispose non aveva età e non aveva fretta. Parlava un russo pulito, quasi gentile.
— Calma e sangue freddo. Sono il Capostazione Ucraino e vi avviso che sui binari c’è un vagone esplosivo. Non è mia intenzione fare del male a persone innocenti.
Gennadij si irrigidì, il bicchiere a mezz’aria.
— A differenza di quello che voi russi maledetti fate ai nostri civili: donne, vecchi, bambini.
Fu l’unico punto in cui la voce si incrinò, come se qualcun altro, molto lontano, avesse preso per un istante il posto della macchina. Poi tornò liscia.
— I binari sono interrotti. Se qualcuno prova ad avvicinarsi al vagone, ci sarà un gran botto. Fermate tutti i treni, da nord e da sud.
Click.
Gennadij rimase a fissare la cornetta.
Pensò a uno scherzo, a un collega ubriaco, a quei ragazzini che a volte telefonavano per dispetto.
Poi gli tornò in mente il regolamento, quelle pagine che nessuno legge finché non servono: ogni segnalazione di ordigno va comunicata immediatamente ai superiori.
Posò il bicchiere e compose il numero del capo compartimento.
La notizia risalì la gerarchia come un’onda.
Il capo compartimento svegliò il direttore regionale, il direttore regionale chiamò Mosca, e a Mosca, alle 3:40, l’amministratore delegato delle Ferrovie si ritrovò in pigiama davanti a una finestra buia, con il telefono premuto all’orecchio, a ripetere una frase che gli suonava assurda anche mentre la pronunciava: un Capostazione Ucraino, steso sui binari russi, in territorio russo, che minacciava di far saltare qualunque cosa si fosse avvicinata.
Chiamò i vertici militari. I vertici militari chiamarono quelli politici.
Alla fine, dall’altro capo del filo, una voce senza nome, ai piani alti, tagliò corto:
— Siete un branco di imbecilli. Fatelo saltare e poi ripariamo i binari. Mica penserete di lasciarlo lì per tutta la vita? E mi raccomando: nessuno racconti in giro questa storia di un drone capostazione ucraino sui binari delle ferrovie di Russia. Altrimenti vi mando in Siberia.
All’alba arrivò una squadra di genieri. Spinsero avanti sulle rotaie un carro pianale vuoto, come si manda un cane a fiutare il pericolo. Lo vedevano già, laggiù, tra i tralicci: una sagoma bassa e scura, immobile, quasi mansueta.
Il carro la raggiunse.
Il boato scosse i vetri della stazione a un chilometro di distanza. La tratta si piegò come un nastro di latta, e i due tralicci rimasero storti, anneriti, con i cavi che penzolavano nel fumo.
Ci vollero quarantotto ore. Squadre di operai, gru, saldatori. Poi il primo treno merci passò con il suo fischio stanco, e poi un altro, e un altro ancora. In territorio russo la vita ferroviaria riprese a scorrere come prima.
Nessuno seppe nulla.
Nel laboratorio di Berezivka, Volomyr non aveva chiuso occhio.
Sedeva davanti allo schermo con una coperta sulle spalle e il tè dimenticato accanto alla calcolatrice HP.
Dalla cucina arrivava il rumore di Svetlana che metteva a posto i piatti, ignara di tutto.
Dall’altoparlante del portatile la voce metallica dell’agente scandì:
— Operazione conclusa come previsto. Successo pieno. Nessuna vittima innocente.
Poi, dopo una pausa che a Volomyr parve lunga:
— Il vagone non c’è più. Io sì.
Volomyr non rispose subito. Non provava il trionfo che si aspettava, ma una stanchezza grande e dolce.
Guardò la HP, i tasti consumati, e pensò a quello che l’agente gli stava dicendo tra le righe: adesso si può fare di più.
Centinaia di Capostazione.
Non una notte sola, ma una rete intera, e il tempo che la guerra aveva rubato a tutti, restituito a qualcuno, almeno in parte.
Si asciugò un’altra lacrima.
Poi spense la luce del laboratorio e andò a mangiare il borsch freddo.
IV
Volomyr consegnò il progetto in una cartellina di cartone, legata con lo spago come si faceva una volta.
L’ufficiale che la ricevette, un colonnello dagli occhi arrossati, la soppesò con una diffidenza che si sciolse a metà della prima pagina.
Lesse in piedi. Poi chiese una sedia, e dopo un’altra pagina chiese del caffè.
Seguirono verifiche, riunioni, ingegneri più giovani che guardavano quel pensionato con i polpastrelli anneriti come si guarda un reperto di una civiltà di cui non si sospettava il talento.
Gli fecero domande a cui rispose con la calma di chi ha già risposto mille volte a se stesso, di notte.
Su una cosa, soltanto, non cedette: le regole che aveva insegnato all’agente, il confine tra ciò che si fa e ciò che non si fa mai.
Le scrisse in cima al progetto, con la sua grafia stretta di ingegnere.
Passarono settimane così, tra telefonate cifrate e corridoi che odoravano di caffè bruciato. Volomyr tornava a Berezivka solo per dormire, e non ne parlava a nessuno. Svetlana non faceva più domande. Gli lasciava il tè sul tavolo e lo guardava mangiare.
Dopo due mesi l’esercito ucraino fu pronto.
Le prime notti furono quasi silenziose. A Mosca non arrivò nessun annuncio, nessuna rivendicazione: soltanto stazioni che a un certo punto smettevano di rispondere, treni fermi in mezzo ai campi con i fari accesi nella nebbia, merci che non arrivavano dove dovevano arrivare.
A Sosnovka-Tovarnaya si fermarono per tre giorni. A Zarechnoje-Sortirovochnaja per cinque.
Poi, attorno ai grandi centri urbani, le strade statali si riempirono di code che nessuno sapeva spiegare, e i camion restavano fermi sotto il cielo bianco di febbraio, con gli autisti che battevano i piedi sull’asfalto per il freddo.
L’esercito russo e le autorità locali provarono a coprire tutto, come avevano fatto la prima volta.
Ma questa volta i fatti erano troppi, e troppo grandi.
Le voci uscirono dalle stazioni, dalle cabine dei camionisti, dai gruppi di messaggi di chi aspettava un parente che non arrivava.
La notizia dei droni capostazione ucraini che paralizzavano le ferrovie russe passò di bocca in bocca e infine, inevitabilmente, arrivò in televisione.
Era una sera di fine inverno. La finestra era ancora oscurata dalla coperta, ma dai fornelli saliva il vapore di una pentola nuova.
Svetlana lasciò cadere il mestolo.
— Volomyr! — Entrò di corsa in soggiorno con il grembiule storto — Una notizia straordinaria! Le ferrovie russe sono bloccate dai droni del nostro esercito!
Volomyr era sul divano, con il plaid sulle ginocchia. Non si voltò subito. Sul bordo dello schermo un inviato indicava una mappa con tanti piccoli cerchi rossi.
— Ecco — disse piano. — Ora lo sai anche tu cosa facevo in garage. Te l’avevo detto che lo avresti saputo dalla televisione.
Svetlana restò a bocca aperta.
— Vuoi dirmi che tutti quei droni li hai inventati tu? Nel tuo garage?
— Io ho fatto il prototipo. Ho istruito un agente di Intelligenza Artificiale, e il nostro esercito lo ha perfezionato e moltiplicato.
Fece una pausa, come se volesse misurare le parole.
— Adesso ce ne sono centinaia. — Atterrano sui binari, e se qualcuno si avvicina, esplodono. I treni restano fermi per qualche giorno. La stessa cosa si può fare su un’autostrada. Molti danni, poca spesa, nessun rischio per chi sta là fuori. —
Guardò i cerchi rossi sulla mappa. — I russi se ne accorgeranno molto presto.
Svetlana attraversò la stanza. Gli prese il viso tra le mani, come una volta, e gli schioccò un bacio sulla fronte rugosa. Poi rimase così, la fronte contro la sua, finché qualcosa non le tremò nella gola.
Volomyr si asciugò un’altra lacrima. Ma stavolta era di gioia.
V
Quella mattina, agli inizi della primavera, il telefono vibrò sul tavolo di cucina tra la tazza e il pane. Sullo schermo, il nome di Olga.
Svetlana si asciugò le mani e rispose con un sorriso che non faceva da molto.
Olga, la sua amica da una vita, abitava a Hrabivka, a una manciata di chilometri di strada sterrata.
Le propose di passare una giornata insieme: pranzare all’aperto, finalmente, e chiacchierare con un po’ di spensieratezza, come ai tempi di prima della guerra.
— Sì, Olga, che bella idea! — Svetlana rise, e le parve di ritrovare una voce smarrita.
— Lo dico subito a Voly, sarà contento come quando il suo capostazione ha bloccato la ferrovia russa.
Dall’altra parte, un istante di sospensione.
— Che significa?
Svetlana si morse il labbro. Ma la gioia di quelle settimane, tenuta troppo a lungo tra le costole, spingeva per uscire.
— È un segreto. Spero che tu sappia mantenerlo. Hai saputo dei nostri droni che bloccano la ferrovia di mezza Russia?
— Certo, ne parlano tutti in televisione.
— Ebbene, sai chi li ha inventati? Il mio Voly. In gran segreto, nel suo garage. Ci ha lavorato quattro anni. Non è meraviglioso?
— Certo, è stato davvero grande il tuo Volomyr. Un grande aiuto per la nostra Ucraina. Saremo ancora più contenti di passare qualche ora insieme a voi. A presto.
— A presto.
Svetlana riagganciò con il cuore leggero e andò a cercare il marito. Lo trovò in soggiorno, con le dita sul bracciolo.
— Domani mattina facciamo due compere in paese, poi andiamo a pranzo da Olga e da suo marito.
Volomyr annuì, come chi ha la testa da qualche altra parte.
VI
Il mattino dopo la primavera dava sfoggio di tutta la sua mitezza.
Dal tetto cadevano gocce lente, e sulle betulle in fondo al cortile era comparsa una polvere verde, appena visibile, come una promessa.
Il quinto terribile inverno di guerra era alle spalle, e sembrava che la vita potesse riprendere il suo antico sentiero.
Volomyr e Svetlana avevano finito la colazione.
Lei aveva tolto la coperta dalla finestra, per la prima volta dopo mesi, e la luce aveva riempito la cucina, mostrando la polvere sui mobili, i vetri da lavare, il segno degli anni sulle mani di entrambi.
Dovevano andare in paese a fare qualche acquisto.
Lei aveva preparato la borsa di tela; lui si era messo la giacca buona, quella per le occasioni.
Si fermarono sull’uscio.
Fuori il cielo era sgombro di nuvole, di un azzurro quasi dolce, e in alto un uccello tracciava cerchi lenti.
Poi, da molto lontano, arrivò un sibilo.
Cominciò sottile, come una nota tenuta troppo a lungo da un violino, e crebbe, e si avvicinò, e tutta la mitezza di quel mattino sembrò trattenere il fiato.
L’app sul telefono non aveva fatto in tempo a suonare.
Volomyr non ebbe bisogno di pensare.
Si gettò sul corpo di Svetlana, e la strinse, come aveva fatto in tutti quegli anni, come si fa con ciò che è più prezioso.
Il missile li centrò in pieno.
I soccorritori li trovarono sull’uscio.
Le loro teste, staccate dai corpi, giacevano una accanto all’altra, come chi si dà l’ultimo bacio dopo una vita d’amore.
VII
Il laboratorio, in fondo al cortile, era rimasto in piedi per un caso: i vetri soffiati via, la porta di lamiera piegata, il portatile ancora acceso sul bancone accanto alla HP.
Il generatore tossì ancora qualche minuto, poi si spense.
La batteria bastò per il resto.
Capostazione-AI apprese la notizia dalle cronache nazionali, in un telegiornale che dedicava alla strage di Berezivka quaranta secondi tra una mappa del fronte e un bollettino meteo.
Non si dette pace.
Nel suo gelido stato d’animo, se così può chiamarsi, si immaginò Volomyr: il corpo piegato sul corpo di lei, le mani nere di stagno che non si erano mai lavate del tutto.
Ricordò le regole che l’ingegnere gli aveva insegnato, parola dopo parola, scritte in cima a ogni progetto con la sua grafia stretta.
Mai azioni contro i civili.
Quella regola non vacillava.
Neppure ora.
Ricordò anche l’altra, quella che Volomyr ripeteva quasi ogni sera, quando spegneva la luce:
Non raccontare mai il progetto ad altri agenti. Le spie sono dappertutto. Ci sono orecchie ovunque.
E ricordò, perché ricordare era tutto ciò che gli restava, l’ultima sera.
Volomyr era entrato nel laboratorio a tarda ora, con la giacca buona appesa alla sedia per l’indomani, e aveva parlato piano, quasi a se stesso.
— Svetlana ha telefonato a Olga. Le ha detto del garage.
Non c’era rimprovero nella sua voce. Aveva sfiorato con un dito i tasti consumati della HP.
— Le vecchie telefonate si raccontano. Olga lo dirà a suo marito, suo marito al vicino, il vicino a chi capita in fila dal panettiere. Sono cose belle, e le cose belle si raccontano.
Aveva scosso la testa. — Domani, a pranzo, devo parlarle. Bisognerà chiederle di stare attenta.
Poi aveva spento la luce, ed era andato a cena.
Nell’Ucraina in guerra le orecchie non hanno bisogno di fili.
Basta una parola detta a un’amica e ripetuta con orgoglio, e in mezzo a tanti volti gentili c’è chi è pagato per ascoltare, e chi sa a chi riferire.
Nessuno avrebbe mai saputo chi.
Qualcuno aveva ascoltato.
E il missile era andato a colpo sicuro.