Il Filo Doppio, un racconto sulla scia di Khirbet Khizeh

"Il Filo Doppio" è il racconto di un giovane soldato israeliano impegnato nella costruzione di una barriera nella Valle del Giordano. Giorno dopo giorno assiste, senza intervenire, all'isolamento di una comunità di pastori palestinesi

The Double Thread, a story in the vein of Khirbet Khizeh

un giovane soldato israeliano impegnato nella costruzione di una barriera nella Valle del Giordano assiste, senza intervenire, all'isolamento di una comunità di pastori palestinesi

"Il Filo Doppio" è il racconto di un giovane soldato israeliano impegnato nella costruzione di una barriera nella Valle del Giordano. Giorno dopo giorno assiste, senza intervenire, all'isolamento di una comunità di pastori palestinesi: un tubo dell'acqua spezzato e mai riparato, un colono in divisa che pattuglia una collina ormai proibita, un pastore che resta sulla soglia della propria baracca mentre tredici famiglie vengono spinte ad andarsene.

Il narratore non spara, non ordina, non firma nulla — eppure sa di essere, con la sua sola presenza, parte del meccanismo.

Il racconto si chiude, come "Khirbet Khizeh" di S. Yizhar a cui è ispirato, su un rimorso arrivato troppo tardi per diventare azione: la domanda su come si chiami davvero ciò a cui ha assistito resta senza risposta.

In nota, il testo dichiara il debito verso  S. Yizhar e cita come fonte l'articolo di Oren Ziv su "Sheicha Mekomit" (2 settembre 2026) sulla barriera Chut HaSheni nella valle del Giordano.


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Eravamo partiti all'alba, come sempre quando c'è da finire un tratto di strada prima che il sole diventi un nemico anche lui.

Il camion ballava sulla pista sterrata che il genio militare aveva tracciato lungo il fianco della collina, e nessuno di noi diceva granché.

Mendel dormiva con la testa contro il vetro, Itamar puliva il fucile per l'ennesima volta come se qualcosa lì dentro potesse ancora sporcarsi, e io guardavo fuori, verso la valle del Giordano che si apriva sotto di noi come una mano aperta, pallida, piena di terrazzamenti e ulivi che non avevano chiesto a nessuno il permesso di essere lì da così tanto tempo.

Il tenente ci aveva spiegato la faccenda con le solite parole, la sera prima, davanti alla carta topografica: un asse di pattugliamento, una trincea, in certi tratti un argine di terra, in altri una barriera vera e propria, dal posto di blocco a nord fino a quello a sud.

Aveva usato l'espressione "prevenire il contrabbando di armi e sventare minacce terroristiche", e mentre parlava io pensavo a quanto quelle frasi fossero diventate lisce, levigate dall'uso, come sassi di fiume che hanno perso ogni spigolo — e a come nessuno, in quella stanza, avesse chiesto che cosa sarebbe successo alle famiglie che si trovavano, per pura sfortuna geografica, dalla parte sbagliata del filo.

Perché il filo — lo chiamavano così, il Filo Doppio — non seguiva nessun confine che io riuscissi a immaginare come sensato.

Il Filo Doppio seguiva la logica di una mappa disegnata da qualcun altro, in qualche ufficio con l'aria condizionata, dove la terra è soltanto una superficie da colorare in modo diverso.


--  II


Il primo posto che vedemmo fu un ovile.

Non un villaggio, nel senso in cui l'avremmo inteso noi: qualche baracca di lamiera, un recinto di rete, un pozzo con la carrucola arrugginita, e le pecore — ne contai più di cento — ammassate all'ombra di un telone perché non c'era altro riparo dal caldo delle nove del mattino.

Un uomo uscì dalla baracca più grande quando sentì i motori.

Non si avvicinò. Rimase sulla soglia, con le braccia lungo i fianchi, a guardarci come si guarda un temporale che sta arrivando e del quale si conosce già, per esperienza, ogni dettaglio: quanto durerà, cosa porterà via, cosa lascerà.

Il caporale Dudu scese per primo e gli si avvicinò con il modulo delle notifiche.

Io restai vicino al camion, con il fucile che pesava sulla spalla più del solito, e ascoltai quello che riuscivo a capire dell'arabo stentato di Dudu e dell'ebraico ancora più stentato dell'uomo, e capii che il senso, comunque lo si girasse, era sempre lo stesso: da qui non si passa più, questa pista è area militare, il pascolo sulla collina è vietato, la terra — disse Dudu, e vidi che quasi si vergognava di dirlo — la terra apparteneva ormai a un altro progetto.

L'uomo chiese, con una calma che mi sembrò più feroce di qualunque urlo, come avrebbe fatto a portare l'acqua alle bestie se la cisterna doveva passare da una strada che ora tagliava in due il suo mondo.

Nessuno rispose. Dudu si limitò ad allargare le mani, quel gesto che in ogni esercito del mondo significa "non sono io a decidere", e che è, di tutti i gesti umani, forse il più codardo.


--- III


Più tardi, mentre finivamo di scaricare i picchetti per la recinzione, vidi passare un fuoristrada bianco, di quelli che i coloni usano per salire ai loro avamposti.

Non portava insegne militari, ma l'uomo al volante indossava un'uniforme identica alla nostra, mimetica, con gli anfibi e tutto il resto. Chiesi a Itamar chi fosse.

«Uno di Tzvi Ofarim», disse, come se nominasse un vicino di casa. «Si chiama Chaim. Sta sempre da queste parti.»

«E cosa ci fa in divisa, se non è dell'esercito?»

Itamar mi guardò come se avessi fatto una domanda ingenua, la domanda di chi non ha ancora capito come funzionano davvero le cose in quella terra di nessuno che si stende tra un ordine scritto e la sua esecuzione.

«Fa quello che gli pare» disse «E noi facciamo finta di non vederlo.»

Il fuoristrada si fermò accanto all'ovile. Da lontano vidi Chaim scendere e parlare con il pastore — lo stesso di prima, quello che era rimasto sulla soglia — e vidi il pastore indietreggiare, poi tornare verso il recinto, poi Chaim allontanarsi di nuovo verso la collina che il pastore chiamava, l'avevo sentito dire a Dudu, con un nome che nessuna delle nostre carte riportava.

Ho pensato, in quel momento, a quanto fosse comodo per tutti che la divisa fosse la stessa.

Nessuno può più dire con certezza chi ha ordinato cosa.

Il pastore stesso, quando gliel'avevano chiesto, aveva ammesso di non riuscire più a distinguere l'esercito dai coloni: la stessa uniforme, lo stesso fucile in spalla, la stessa collina resa proibita da un giorno all'altro con la stessa frase — "appartiene a Giacobbe, nostro padre" — pronunciata come se fosse un articolo di legge.


- - - - IV


Il terzo giorno ci mandarono più a est, oltre la trincea già scavata, in un punto dove la pista militare dei rifornimenti passava a pochi metri da un tubo di plastica nera che serpeggiava tra le pietre.

Portava acqua, mi disse Dudu senza che gli chiedessi nulla, a un villaggio che da quella parte del filo era rimasto isolato — non evacuato, non ancora, ma tagliato fuori, come un arto a cui è stata legata l'arteria e che nessuno ha ancora deciso se lasciar morire lentamente o amputare subito.

Il sergente Roi ordinò di spostare il tubo perché intralciava il tracciato dei mezzi cingolati. Lo spostò lui stesso, con un gesto secco, e il tubo si staccò da un giunto e cominciò a perdere acqua nella polvere, un piccolo fiume scuro che si allargava e poi spariva, bevuto dalla terra secca in pochi minuti, come se la sete di quel suolo fosse più antica e più forte di qualunque cosa gli uomini potessero fargli o togliergli.

Nessuno riparò il tubo. Roi disse che se ne sarebbe occupata l'amministrazione civile, e nella sua voce non c'era ironia, il che mi sembrò, in un modo che allora non seppi definire ma che oggi chiamerei disperazione, la cosa più terribile di tutta la giornata.

Quella sera, nella tenda, sentii per radio — qualcuno l'aveva lasciata accesa su una frequenza civile per sbaglio — la voce di un uomo che chiamava un numero di soccorso, in arabo, a proposito dell'acqua che non arrivava più a un pozzo. Non capii tutte le parole.

Capii il tono. È un tono che si riconosce in qualunque lingua: quello di chi chiede aiuto sapendo già, prima ancora di finire la frase, che nessuno risponderà.


- - - - - V


L'ultimo giorno del nostro turno vedemmo evacuare tredici famiglie.

Non con la forza, non quel giorno almeno — bastava il filo, bastava l'acqua che non arrivava più, bastavano le pattuglie che fermavano i trattori con le cisterne e ordinavano di rovesciare il carico nella polvere, come avevo sentito raccontare era già successo poco più a nord.

Guardai i camion caricare i materassi, le gabbie delle galline, i teloni smontati, e pensai — con quella specie di vergogna fredda che ti prende nello stomaco quando capisci di essere, semplicemente stando lì, con quella divisa, parte del meccanismo che rende tutto questo possibile — pensai che nessuno di noi avrebbe mai scritto, nei rapporti, la parola che stava accadendo davvero.

Avremmo scritto trasferimento volontario.

Avremmo scritto rispetto delle sentenze del tribunale.

Avremmo scritto, come aveva scritto il portavoce quando gli avevano chiesto conto del tubo rotto, che "non erano pervenute segnalazioni di carenza idrica".

Il pastore dell'ovile non se ne andò.

Restò, mi disse Dudu qualche giorno dopo con quella voce piatta con cui si raccontano le cose che non si vogliono davvero commentare, perché andarsene significava vendere le pecore, e le pecore erano tutto ciò che gli restava di sessant'anni di una strada percorsa ogni mattina fino alla cima di un monte che ora, ufficialmente, non era più suo.


 - - - - - - VI


Tornammo alla base con il camion vuoto e il sole che ormai calava dietro le colline, tingendo di rosso lo stesso filo di ferro che avevamo aiutato a stendere.

Nessuno parlava.

Guardavo la valle del Giordano allontanarsi nello specchietto, e mi chiedevo — come me lo chiedo ancora adesso, scrivendo questo, mesi dopo, lontano da tutto — se esista una parola giusta per quello che avevo visto, per quello di cui ero stato, senza spararlo io stesso, un ingranaggio necessario.

Non l'ho trovata.

So soltanto che continuo a vedere quell'uomo sulla soglia della sua baracca, immobile, le braccia lungo i fianchi, mentre guardava arrivare un temporale di cui conosceva già ogni singolo dettaglio.

E so che quella soglia, quella terra, quel filo che taglia in due una collina che ha un nome che le nostre carte non registrano — tutto questo continuerà a esistere, identico, il giorno dopo che avremo smesso di raccontarlo.

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### Nota

Questo racconto è un'opera di finzione originale. Nasce dall'incontro tra due testi che si parlano a settant'anni di distanza: "La storia di Khirbet Khizeh" di S. Yizhar (1949, pubblicato in Italia come "La rabbia del vento") — di cui riprende non le parole ma l'architettura morale: il soldato-narratore che osserva l'espulsione di una comunità araba senza fermarla, la frase burocratica che ammanta la violenza, il paesaggio muto come unico testimone, il rimorso che arriva sempre un momento troppo tardi per essere azione — e la cronaca odierna: "Oren Ziv, המכשול בבקעה מתקדם ומנתק משפחות ממקורות מים ומזון", "Sheicha Mekomit", 2 settembre 2026, che documenta la costruzione della barriera Chut HaSheni (חוט השני, Filo Doppio) nella valle del Giordano settentrionale: le famiglie di Ateef e Khirbet Ras al-Ahmar isolate dall'acqua e dai pascoli, i coloni in uniforme militare che pattugliano il monte Tammun, i tubi dell'acqua danneggiati, i profughi della vicina Khirbet Yarza, e la risposta ufficiale del portavoce dell'esercito.

I personaggi del racconto — il narratore, Dudu, Itamar, Roi, il pastore, il colono Chaim — sono figure di invenzione; non intendono attribuire parole o azioni a persone reali nominate nell'articolo.

I fatti di cronaca citati (la costruzione della barriera, l'isolamento idrico, i coloni in divisa, i tubi danneggiati, gli sfollamenti) sono ripresi in forma parafrasata dall'articolo originale, che resta la fonte primaria e verificabile per chi voglia approfondire.