Palestina, la terra smossa - racconto di Adel Khalidi
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Il generatore si fermò poco dopo le nove. Yusuf rimase seduto al buio per un minuto, forse due, prima di alzarsi e cercare la torcia sul davanzale.
- È il gasolio - disse la moglie, dalla cucina - Te l'avevo detto -
- Lo so che è il gasolio -
- E allora perché non l'hai comprato -
Lui non rispose. Trovò la torcia, ma non l'accese subito. Rimase a guardare fuori dalla finestra, verso la strada, dove i cumuli di terra che i soldati avevano rovesciato all'incrocio sembravano, nel buio, poco più che ombre più dense delle altre.
- Domani - disse alla fine - Vado domani -
Si sedettero a mangiare al lume della torcia appoggiata su un piatto rovesciato. Il figlio, Adel, aveva sedici anni e non parlava molto da qualche settimana. Mangiava con gli occhi bassi, spostando il riso da una parte all'altra senza portarlo alla bocca.
- Mangia - disse la madre.
- Non ho fame -
- Mangia lo stesso -
Fuori, in lontananza, tre colpi, poi silenzio, poi altri due. Nessuno dei tre alzò la testa. Era diventato un rumore come un altro, come il cane del vicino, come il camion della nettezza urbana che non passava più da un mese.
- Erano dalle parti della moschea vecchia - disse Yusuf, non tanto alla moglie quanto a se stesso.
- O dietro, verso i Ikhlayel -
- Non dire quel nome a tavola -
Lei lo guardò. - È solo un nome -
- Lo so cos'è -
Dopo cena Adel uscì sul terrazzo a fumare, cosa che credeva i genitori non sapessero. Yusuf lo raggiunse con due tazze di tè, ne porse una al figlio senza dire niente riguardo alla sigaretta.
- Domani chiudono di nuovo la strada - disse Adel.
- Come lo sai -
- Lo dicono tutti -
Rimasero a guardare le luci dell'insediamento sulla collina, che restavano accese tutta la notte, mentre nel paese sotto le luci si spegnevano una casa alla volta, per il gasolio, per la paura, per abitudine.
- Quando ero giovane io - cominciò Yusuf, e si fermò. Non sapeva più come continuava la frase. C'era stato un tempo in cui questa era una frase che portava da qualche parte. Ora restava lì, sospesa, come tante cose.
- Cosa - disse Adel.
- Niente. Bevi il tè che si raffredda -
Ma poi, dopo un poco, continuò lo stesso - Quando ero giovane, quella collina là non aveva niente sopra. Solo pietre e i nostri ulivi. Mio padre ne aveva ventitré, piantati da suo padre. Contavamo le stagioni da quello, non dal calendario -
Adel non disse niente. Aveva sentito questa storia altre volte, ma non lo disse.
- Ne restano sette, adesso - disse Yusuf - Gli altri sono dietro la recinzione. Li vedo ancora da qui, la mattina, quando c'è la luce giusta. Ma non ci posso arrivare. C'è un cancello, e il cancello si apre due volte l'anno, se si apre -
- Lo so, baba -
- Non è la terra che manca - disse Yusuf, come se stesse correggendo qualcosa che aveva detto lui stesso. - È che uno non sa più a chi appartiene quello che ha intorno. Mio padre sapeva ogni pietra di quel campo. Io conosco solo la strada per arrivarci, e nemmeno quella, adesso -
Rimase zitto un momento, poi bevve un sorso di tè ormai freddo, e fece una smorfia, ma non per il tè.
- Cosa - disse Adel.
- Niente. Bevi il tè che si raffredda -
Il ragazzo bevve. Da qualche parte, oltre i tetti, un cane cominciò ad abbaiare e poi smise, come se anche lui avesse deciso che non ne valeva la pena.
- Baba -
- Cosa -
- Se chiudono la strada domani, come fai ad andare per il gasolio? -
Yusuf non rispose subito. Guardò il figlio, poi di nuovo le luci sulla collina, ferme, elettriche, indifferenti.
- Un modo si trova - disse - Si trova sempre un modo -
Non ci credeva, dicendolo. Ma erano parole che si dicevano, in quella casa, in quelle sere, e servivano a qualcosa anche se non erano vere. Servivano a finire il tè, a spegnere la sigaretta sul bordo del vaso vuoto, a rientrare, a chiudere la porta come se chiudere una porta significasse ancora qualcosa.
Dentro, la moglie era seduta al buio, con le mani in grembo. Non stava facendo niente, il che per lei era raro.
- Cosa fai lì ferma - disse Yusuf.
- Niente. Penso -
- A cosa -
Lei ci mise un momento a rispondere - A mia madre. A come faceva il sapone, d'inverno, con l'olio che avanzava dalla spremitura. Lo tagliava in blocchi sul tavolo della cucina e lo metteva ad asciugare sul balcone, e per una settimana tutta la casa sapeva di quello -
- La casa di Husan -
- La casa di Husan - disse lei - Non c'è più. L'hanno tirata giù per la strada nuova, dieci anni fa. L'ho vista una volta, dopo. C'era solo un pezzo di pavimento, quello della cucina, con le piastrelle blu che aveva scelto lei da ragazza sposa. Il resto era terra smossa, come quella dell'incrocio -
Non lo disse con rabbia. Lo disse come si racconta una cosa che si è già raccontata a se stessi tante volte, fino a levigarla, fino a farla stare in una manciata di frasi senza spezzarsi.
- Non ci ho più pensato per anni - disse - E adesso, non so perché, stasera, mi è tornato in mente il sapone -
Yusuf non disse niente. Si sedette accanto a lei, sulla stessa panca, e per un poco nessuno dei due parlò. Non era il tipo di silenzio che chiedeva di essere riempito.
- Adel non ricorderà niente di tutto questo - disse lei alla fine - Gli ulivi tuoi, la casa mia. Per lui ci sarà solo questa stanza, e il generatore che si rompe, e le luci sulla collina -
- Ricorderà qualcosa -
- Ricorderà che aveva paura - disse lei - Questo sì, lo ricorderà -
Dalla finestra arrivò un rumore di zoccoli, poi una bestemmia soffocata, poi di nuovo gli zoccoli. Yusuf si alzò a guardare.
- È la capra del vicino - disse - Di nuovo nel suo orto -
- Quella capra -
- Ha mangiato tutti i pomodori la settimana scorsa. Adesso ci sono anche i suoi cavoli -
- E lui cosa fa -
- Corre dietro con una scopa, in pigiama. L'ho visto dalla finestra - Per la prima volta quella sera, quasi sorrise - Non prende mai quella capra. Non l'ha mai presa una volta -
- Dovrebbe legarla -
- Gliel'ho detto anch'io. Dice che l'ha già legata tre volte. Dice che quella capra si slega da sola -
La moglie scosse la testa, ma anche lei, per un attimo, ebbe qualcosa che assomigliava a un sorriso. Poi fuori, di nuovo, gli zoccoli, la bestemmia, il silenzio.
La casa era buia e silenziosa, e in quel silenzio si potevano distinguere i suoni della notte uno per uno: il vento contro la lamiera del tetto vicino, un motore lontano, e poi, ancora, due colpi secchi, distanziati, come una domanda e la sua risposta.
Nessuno dei tre disse niente. Nessuno andò alla finestra.
Restarono seduti al buio, ad aspettare che passasse, come si aspetta la pioggia, o il caldo, o qualunque altra cosa non si può fermare ma solo attraversare, un giorno alla volta, fino a quando — pensava Yusuf, sistemandosi sulla sedia, chiudendo gli occhi senza dormire — fino a quando qualcosa, prima o poi, non sarebbe cambiato.
O forse no. Forse sarebbe rimasto tutto esattamente così, la terra smossa agli incroci, le luci sulla collina, i colpi nella notte, per un tempo più lungo di quanto lui potesse immaginare, seduto lì, con gli occhi chiusi, ad aspettare il mattino.
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un racconto di Adel Khalidi