Sinwar avvisò Netanyahu del 7/10
A due mesi dalle più importanti elezioni della storia di Israele - le prime dopo il 7 Ottobre, quelle in cui si deciderà la sorte del governo di Netanyahu e dell'alleanza di ultradestra che ha portato il mondo ebraico all'isolamento internazionale - il fantasma di Yahya Sinwar e del tragico 7 Ottobre 2023 prendono il sopravvento nella campagna elettorale, con un colpo forse mortale per le speranze di Netanyahu, che i sondaggi davano già in difficoltà.
Il messaggio forte e chiaro contenuto in un libro-inchiesta pubblicato in Israele e anticipato da Haaretz rivela che il boss di Hamas informò gli Emirati Arabi Uniti che avrebbe scatenato un "attacco" a Israele se le trattative segrete per il rilascio di prigionieri e finanziamenti dal Qatar non si fossero concretizzate.
il libro inchiesta : “Kidnapped: 843 Days of Abandonment” di Shlomi Eldar e Ruth Yuval
Editore: כנרת זמורה (Kinneret Zmora-Bitan Dvir) — una delle principali case editrici israeliane
- Titolo originale: חטופים – 843 ימים של הפקרה ("Chatufim – 843 Yamim shel Hafkara")
Autori: Shlomi Eldar e Ruth Yuval - Pubblicazione: settembre 2026 - 512 pagine
Dieci giorni prima dell'attacco del 7 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu fu avvertito personalmente dal presidente emiratino Mohammed bin Zayed che Hamas stava pianificando "una grande offensiva contro lo Stato ebraico", ma il primo ministro non informò i vertici della sicurezza israeliana e non utilizzò la preziosa informazione ricevuta per rafforzare la sicurezza al confine di Gaza.
La tragedia del 7 Ottobre si sarebbe potuta evitare, così come la distruzione di Gaza e il genocidio del suo popolo, se Netanyahu avesse utilizzato l'informazione che lo stesso Yahya Sinwar si era premurato di fargli arrivare.
Netanyahu si è sempre trincerato dietro la scusa che il 7 ottobre 2023 "nessuno lo aveva svegliato" per avvisarlo di quanto stava accadendo, scaricando le responsabilità sullo Shin Bet e sul comando del IDF.
Ora il fantasma di Sinwar lo smentisce clamorosamente e affossa le speranze elettorali di Netanyahu, - perché non fece nulla di quel terribile avvertimento ricevuto ? - accelerando le probabilità di sconfitta della coalizione di ultradestra e spianando la strada ad una commissione di inchiesta sul 7/10 che Netanyahu ha sempre negato.
Una commissione di inchiesta che potrebbe concludersi con l'incriminazione del criminale israeliano e la sua definitiva uscita di scena.
Perché Netanyahu non fece nulla per evitare la tragedia del 7 Ottobre?
Perché? PER NEGLIGENZA, come sostengono alcuni o per calcolo politico ?
In entrambi i casi le responsabilità di Netanyahu per la morte di 1200 ebrei e il sequestro di 251 ostaggi il 7 ottobre 2023 sono acclarate da molte fonti
Netanyahu sapeva ma non ha fatto nulla per difendere la vita di migliaia di cittadini israeliani e stranieri. E' il paradosso che ha distrutto la credibilità e le alleanze di Israele ed è costata la vita di centomila palestinesi e la distruzione totale di Gaza.
Il principale responsabile israeliano è ancora capo del governo e si candida a governare per molti altri anni.
Alla luce della notizia secondo cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto un esplicito avvertimento da parte di Yahya Sinwar in merito a un'azione pianificata appena una settimana e mezza prima del massacro del 7 ottobre, Israele ha sollecitato oggi (martedì) gli Emirati Arabi Uniti a rilasciare una dichiarazione ufficiale che neghi l'esistenza dell'indagine. Tuttavia, gli Emirati hanno preferito non entrare nel merito e hanno rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui annunciavano che non avrebbero commentato i dettagli.
Funzionari della sicurezza e alti funzionari dei paesi arabi: tutti gli avvertimenti dati a Netanyahu prima del massacro del 7/10.
L'indagine sulla telefonata tra il primo ministro e il presidente degli Emirati si aggiunge a una serie di segnali d'allarme emersi negli anni precedenti al 7 ottobre. Ciò che li accomuna, secondo le testimonianze, è il comportamento di Netanyahu: "Sembrava annoiato e indifferente". Dal "Muro di Gerico" e dai piani di invasione respinti, passando per le lettere inviate dalla Direzione dell'Intelligence, fino agli avvertimenti provenienti da Egitto ed Emirati Arabi Uniti.
Gli Emirati Arabi Uniti non smentiscono le notizie riguardanti la conversazione con Netanyahu: "Quando necessario, tutte le informazioni sono state trasmesse".
Nonostante le pressioni del governo israeliano sugli Emirati affinché smentissero l'affermazione secondo cui bin Zayed avrebbe avvertito Netanyahu di un'operazione pianificata da Sinwar appena una settimana e mezza prima del massacro, gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di non rispondere. "Fin dall'instaurazione delle relazioni con Israele, gli organi governativi hanno mantenuto canali di comunicazione aperti e diretti", hanno dichiarato gli Emirati.
Si può ipotizzare che Netanyahu, dopo aver saputo dei preparativi dell'attacco di Hamas, ha volutamente "lasciato fare", non immaginandone la portata e le conseguenze, per poter poi scatenare una rappresaglia, come fatto altre volte, da sfruttare per fini interni.
La mia tesi, sostenuta fin dai giorni successivi al tragico attacco terroristico di Hamas, è che Netanyahu sapeva che qualcosa sarebbe successo, ma scelse consapevolmente di non attivare la massima allerta, perché stimava (male) che l'evento sarebbe stato contenuto ma gli avrebbe consentito una forte reazione militare.E' una via di mezzo tra negligenza pura (non ha capito niente) e complotto attivo (voleva la strage): è inazione deliberata basata su un calcolo del rischio sbagliato. È una distinzione reale e importante, condivisa ormai da molti analisti e supportata dalle recenti rivelazioni.
Gli avvertimenti descritti nel libro non erano vaghi — Sinwar parlò esplicitamente di un'azione imminente e "formidabile" (zilzal, "terremoto"), in due incontri separati a settembre 2023. Netanyahu, secondo la ricostruzione, ricevette queste informazioni e scelse di non condividerle con l'esercito e lo Shin Bet, non di ignorarle passivamente per distrazione.
Una scelta attiva di non alzare il livello di allerta, presumibilmente perché non credeva che l'accordo di deterrenza con Hamas (basato su lasciapassare per lavoratori, fondi qatarioti, ecc.) potesse rompersi in modo così drammatico.
La differenza tra "sottovalutò per errore di giudizio" (un fallimento cognitivo/di intelligence, per quanto grave) e "sottovalutò perché gli conveniva politicamente che qualcosa accadesse" (un movente) è ancora la parte non documentata.
Il libro “Kidnapped: 843 Days of Abandonment” di Shlomi Eldar e Ruth Yuval descrive il cosa (non attivò l'allerta) ma non fornisce prove dirette del perché in termini di calcolo politico-elettorale — quella resta un'inferenza plausibile ma non ancora suffragata da fonti dirette (messaggi, testimonianze di collaboratori che riferiscano un simile ragionamento esplicito).
Ed è esattamente il tipo di domanda che un'inchiesta giornalistica seria come questa proverà a rispondere nelle prossime puntate, in un crescendo fino alle elezioni previste per metà novembre.
Netanyahu sapeva e non agì: l’avvertimento degli Emirati a Netanyahu prima del 7 ottobre
Un’inchiesta firmata dai giornalisti Shlomi Eldar e Ruth Yuval, pubblicata in anteprima dal quotidiano israeliano Haaretz e tratta dal libro «Chatufim – 843 Yamim shel Hafkara» (Kinneret Zmora-Bitan Dvir), aggiunge un tassello drammatico alla ricostruzione dei fallimenti che hanno preceduto il massacro del 7 ottobre 2023.
Secondo quanto rivelato dal reportage, circa dieci giorni prima dell'attacco, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed (MBZ), avrebbe telefonato personalmente a Benjamin Netanyahu per avvertirlo che Hamas stava pianificando un'operazione su vasta scala. Una conversazione di 45 minuti il cui contenuto, tuttavia, non venne mai trasmesso ai vertici dello Shin Bet né alle forze armate.
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La catena degli avvertimenti: dal canale informale a MBZ
Alla base dell'allerta emiratino vi sarebbe stata una segnalazione arrivata direttamente dal leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar.
Frustrato dallo stallo nei negoziati con Israele per il rilascio dei prigionieri palestinesi e per lo scambio dei corpi dei soldati, Sinwar aveva utilizzato un canale informale per far recapitare un messaggio.
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L'intermediario sul campo è identificato nell'inchiesta con lo pseudonimo di «Coal Eyes», un alto funzionario di Fatah che manteneva contatti quasi diretti con Ghazi Hamad, esponente dell'ufficio politico di Hamas. Durante due incontri privati svoltisi a Gaza nella prima metà di settembre 2023, Sinwar disse a Coal Eyes di trasmettere a Israele un avviso esplicito:
«Dite agli israeliani che se le trattative non vanno avanti, sto preparando una grande sorpresa. Dite loro di aspettarsi uno zilzal, un terremoto».
Spaventato dalle possibili conseguenze e timoroso sia di essere accusato di complicità da parte dello Shin Bet, sia delle ritorsioni di Hamas, Coal Eyes preferì non rivolgersi direttamente agli 007 israeliani. Scelse invece di informare un consigliere palestinese di Mohammed bin Zayed.
L'emiro degli EAU, compresa la gravità della situazione e temendo una destabilizzazione dell'intera regione e degli Accordi di Abramo, decise di intervenire di persona: condivise l'allarme con il direttore della CIA William Burns e chiamò direttamente Netanyahu alla fine di settembre.
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Durante la telefonata, la risposta del Primo Ministro israeliano fu, secondo le fonti, sorprendentemente ottimista. Netanyahu rassicurò MBZ affermando che Israele aveva la situazione sotto controllo a Gaza, che gli eventuali disordini si sarebbero limitati alla Cisgiordania e che lo Stato ebraico era pronto a qualsiasi scenario.
Tuttavia, Netanyahu non fece alcun cenno di questo colloquio né al capo dello Shin Bet, Ronen Bar, né ai vertici dell'IDF.
Nemmeno il 1° ottobre, quando Bar propose formalmente azioni preventive e l'eliminazione dei vertici di Hamas, il Premier accennò all'allerta ricevuto dagli Emirati, limitandosi a prendere tempo.
Un alto funzionario dello Shin Bet ha successivamente dichiarato ad Haaretz che, se l'agenzia fosse stata informata del messaggio di MBZ, i servizi avrebbero interpretato in modo del tutto diverso i segnali anomali provenienti da Gaza a inizio settembre, giungendo a conclusioni operative opposte.
L'inchiesta evidenzia come questo non sia stato un canale isolato: un avvertimento di tenore analogo sarebbe giunto all'ufficio del Premier anche da parte del capo dell'intelligence egiziana, Abbas Kamel, ricevendo la medesima risposta minimizzante.
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Non solo diplomazia segreta: l'allarme pubblico di Yigal Carmon e MEMRI
L'inchiesta sui colloqui riservati si intreccia con un secondo elemento cruciale: gli avvertimenti non arrivavano soltanto dalle cancellerie straniere, ma venivano lanciati pubblicamente da analisti indipendenti ed ex esponenti dell'intelligence israeliana.
Tra i primi a denunciare l'autosoddisfazione e la negligenza dell'establishment di Netanyahu vi fu Yigal Carmon, ex consigliere contro il terrorismo dei primi ministri Yitzhak Shamir e Yitzhak Rabin, nonché fondatore del Middle East Media Research Institute (MEMRI).
Il 31 agosto 2023 — ben più di un mese prima del massacro — MEMRI pubblicò un report firmato da Carmon intitolato «Signs Of Possible War In September-October» ("Segnali di una possibile guerra tra settembre e ottobre"). Nel documento, Carmon tracciava un quadro inequivocabile basato sull'analisi delle fonti aperte (OSINT):
1. La previsione temporale: Carmon previde espressamente uno scoppio delle ostilità o un'operazione coordinata su vasta scala da Gaza tra i mesi di settembre e ottobre 2023.
2. Le simulazioni alla luce del sole: MEMRI evidenziò come Hamas e la Jihad Islamica stessero eseguendo esercitazioni pubbliche al confine, comprese simulazioni di sfondamento delle barriere e cattura di ostaggi, accompagnate da una retorica d'escalation sempre più pressante.
3. La denuncia della Konzepzia: Carmon criticò apertamente la certezza dogmatica del governo e dei comandi militari, persuasi che la tranquillità ai confini potesse essere stabilmente "comprata" tramite i fondi del Qatar e la concessione dei permessi di lavoro ai palestinesi di Gaza.
Come sottolineato dallo stesso Carmon all'indomani della strage, la tragedia del 7 ottobre dimostra che non servivano talpe nei bunker di Sinwar per capire cosa si mismasce: bastava leggere ciò che Hamas dichiarava e mostrava apertamente, senza cedere all'illusione ideologica che l'avversario fosse ormai pacificato.
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In risposta alle rivelazioni di Haaretz, l'ufficio di Netanyahu ha categoricamente smentito la ricostruzione, definendola «una menzogna totale» e affermando che il Premier non ha mai parlato con MBZ nel periodo indicato né ha ricevuto alcun avvertimento.
Tuttavia, gli autori del libro citano decine di interviste con alti funzionari israeliani e internazionali. Almeno tre alti diplomatici stranieri sarebbero stati messi a conoscenza dei dettagli della telefonata subito dopo il suo svolgimento, oltre alla testimonianza diretta del consigliere di MBZ presente ai fatti. Trattandosi di un'interazione al massimo livello diplomatico, l'esistenza di log di chiamata, registri d'archivio o note di sintesi presso terze parti rende la smentita dell'esecutivo israeliano particolarmente esposta a futuri riscontri (e ricatti).
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L’impatto politico e giudiziario in Israele: tra accuse di «abbandono consapevole» e la battaglia per la verità
Le rivelazioni contenute nell’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval non hanno soltanto riaperto la ferita del 7 ottobre, ma hanno innescato un terremoto politico e istituzionale a Tel Aviv, trasformando l'ipotesi della "falla d'intelligence" nell'accusa formale di una responsabilità politica diretta e personale del Primo Ministro.
Le reazioni più pesanti sono giunte dagli stessi settori della sicurezza e della difesa. L'ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, e l'ex capo di Stato Maggiore dell'IDF, Herzi Halevi — entrambi al vertice delle rispettive strutture nel giorno dell'attacco — si sono uniti alle accuse parlando apertamente di «negligenza criminale».
Secondo fonti vicine all'apparato di intelligence, la rabbia dei vertici militari nasce dalla consapevolezza che l'isolamento informativo a cui furono sottoposti ha distorto ogni loro valutazione strategica: la decisione di Netanyahu di non condividere l'avvertimento di MBZ (e quello parallelo dell'intelligence egiziana) avrebbe privato gli apparati di sicurezza del tassello decisivo per unificare i segnali anomali registrati al confine con Gaza a inizio settembre 2023.
Un alto funzionario dello Shin Bet ha ribadito come la conoscenza di quel colloquio avrebbe portato a conclusioni operative diametralmente opposte, scongiurando il massacro.
Sul fronte politico israeliano, le forze di opposizione hanno reagito chiedendo le dimissioni immediate del Primo Ministro. Tra i giudizi più duri si registra quello dell'ex premier Naftali Bennett, che ha definito il resoconto dell'inchiesta "assolutamente veritiero" e indicativo di un fallimento morale prima ancora che politico.
I leader dell'opposizione accusano Netanyahu di aver perseguito per anni una linea di appeasement e "dividi et impera" nei confronti di Hamas — consentendo tra l'altro il flusso di finanziamenti qatarioti a Gaza per indebolire l'Autorità Palestinese — e di aver gestito gli allarmi di settembre con un'arroganza accecante. L'accusa mossa al Premier non è quella di aver pianificato la strage, ma di aver praticato un «abbandono consapevole» (*hafkara muda'at*), sottovalutando attivamente i rischi reali e tenendo all'oscuro la catena di comando per difendere la propria narrazione politica di un Hamas "controllato".
Il ricorso alla Corte Suprema e lo scontro sulla Commissione d'Inchiesta
Il punto di svolta sul piano legale è rappresentato dai ricorsi presentati da movimenti civili, associazioni dei familiari delle vittime e dei sequestrati presso la Corte Suprema israeliana (BAGATZ).
I ricorrenti chiedono che la Corte ordini l'immediata istituzione di una Commissione d'Inchiesta Statale (*Va'adat Hakira Mamlachtit*) — l'organo d'indagine con i più ampi poteri legali e di citazione in giudizio previsti dall'ordinamento israeliano. Nei documenti depositati, i legali dei movimenti sostengono che il continuo rinvio nell'istituire la commissione rappresenta un tentativo deliberato di impedire al pubblico di accertare la verità prima delle scadenze elettorali, nascondendo prove decisive come i log dei colloqui diplomatici e i verbali di gabinetto.