Israele, Netanyahu non vince ma non perde, gli arabi ago della bilancia

  • In Israele né Netanyahu né Eisenkot hanno la maggioranza della Knesset,
  • le 2 liste di etnia araba guadagnano seggi e diventano ago della bilancia,
  • probabili nuove elezioni a breve

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Elezioni Israele, le liste di etnia araba diventano ago della bilancia

Al mattino del 28 ottobre 2026, il giorno dopo le prime elezioni dalla strage del 7 ottobre 2023 e dall'inizio del genocidio di Gaza, Israele si sveglia con molti più dubbi e angosce di quanti ne avesse il giorno prima.

A metà dello spoglio dei voti reali, e dopo che gli exit poll avevano sbagliato clamorosamente le previsioni, il blocco di destra guidato da Netanyahu ha perso la maggioranza assoluta della Knesset, ma il blocco di opposizione di centro-sinistra-destra guidato da Eisenkot non ha né la maggioranza assoluta né quella relativa.

Gli unici che possono cantare vittoria senza ombra di dubbio sono le due liste di partiti arabi, Lista Unita e Rama, che sono accreditati in totale di 15-16 seggi, quanto basta per diventare ago della bilancia o per diventare una forte opposizione ad eventuali accordi di governo tra i due blocchi. La grande affluenza di votanti registrata in queste elezioni è da ascrivere in gran parte all'aumento della presenza di elettori arabi che in passato disertavano le urne.

E' il risultato inoltre di un fenomeno demografico e sociale già previsto molti anni fa - il tasso di natalità degli arabi in Israele è maggiore di quello degli ebrei - e quindi a lungo termine è possibile prevedere un cambiamento degli equilibri etnici con ricadute politiche sostanziali.

La sintesi delle elezioni in Israele in breve è nella constatazione che la realtà etnica del paese è diversa dai desideri della stragrande maggioranza degli israeliani, i quali a destra o a sinistra continuano ad immaginare una nazione ebraica mentre cresce e diventa decisiva la componente arabo-palestinese con la quale prima o poi dovranno fare i conti.

Israele consegna quindi un messaggio parziale - perché Netanyahu non è stato cacciato a furor di popolo come molti speravano - ma paradossalmente si scopre più "araba" e quindi costretta a ripensare e a convivere con coloro che vorrebbe cacciare, umiliare o escludere dalla vita sociale e dai diritti.

Per i palestinesi di Gaza e di Cisgiordania il voto israeliano indica una piccola speranza di poter interrompere le violenze dei coloni e gli insediamenti nei loro territori, a patto che sappiano collegarsi con la componente araba presente nella Knesset.

Nell'immediato la conseguenza dell'impasse elettorale dopo il 27 ottobre è rappresentata dalla grande incertezza e precarietà degli equilibri politici:

  • si formerà un governo di unità nazionale sionista? e in questo caso sarà Netanyahu a guidarlo con l'appoggio di Eisenkot? Improbabile

  • si formerà un'alleanza di governo tra il blocco di opposizione (Eisenkot) e i due partitti arabi? Improbabile

  • Ci sarà una fuoriuscita di un manipolo di deputati da una parte all'altra che consenta di formare un governo precario a guida Netanyahu? Probabile.

Ma in qualsiasi di questi scenari la nuova realtà della componente araba (e palestinese) dentro il parlamento di Israele non sarà cancellabile e rappresenta la vera unica novità del voto. A dispetto delle solite dichiarazioni di Trump che si attribuisce il merito di aver appoggiato Netanyahu nelle elezioni evitandogli una pesante sconfitta. Anche grazie a lui, invece, e per contraddirlo gli arabi di Israele hanno scoperto di poter contare e ottenere di più e iniziano a sognare il giorno di un sindaco arabo per Gerusalemme.

Ma è risaputo che gli arabi hanno fama di essere abili mercanti, come gli ebrei, e quindi prima dei sogni cercheranno di far valere i loro interessi e la necessità di mettersi d'accordo con loro, che sia Netanyahu o Eisenkot.

Chiunque sarà il primo ministro incaricato di fare un governo, dovrà prendere atto che gli "accordi di Abramo" ora è necessario farli dentro lo Stato di Israele.