Giorgia Meloni aveva promesso di eliminare le accise sui carburanti
Il prezzo dei carburanti, complice la guerra di Trump in Iran, cresce senza freni sostanziali.
La pompa del distributore prosciuga le tasche dei cittadini e gonfia quelle dei petrolieri, e anche se l'automobile resta in garage comunque crescono i prezzi dei beni trasportati fino allo scaffale del negozio, ovvero l'effetto inflazionistico della Super Tassa Trump a livello mondiale.
Dopo aver approfondito l'argomento sotto l'ombrellone anche i personaggi della politica di sono accorti del fenomeno e iniziano a capire che forse il costo della benzina incendierà la prossima campagna elettorale.
La leader del PD Elly Schlein è stata la prima a fare una proposta: la tassazione degli extraprofitti delle compagnie petrolifere.
I media hanno rimbalzato la notizia - la Schlein non si sentiva da un pezzo - e persino a Bruxelles ora ne stanno parlando.
Tassare gli extra profitti delle aziende energetiche, quelle petrolifere ma anche quelle del gas e della luce, perché no?
Per lo Stato indebitato e sempre a caccia di introiti l'aumento dei prezzi della benzina e del diesel è una pacchia già prima di eventuali ulteriori tassazioni.
Se il prezzo base del carburante aumenta, sommando l'accise, anche l'IVA cresce e lo Stato incassa di più, ovvero preleva di più dalle tasche dei cittadini.
Quando era all'opposizione Giorgia Meloni tuonava contro le accise sui carburanti e prometteva di ridurle o eliminarle. E' riuscita ad aumentare le accise sul diesel.
Se a questo ci si aggiunge anche la tassazione degli extraprofitti, lo Stato raddoppia.
Ma a pagare sarebbero sempre e solo i cittadini, non le compagnie petrolifere.
Se a questo ci si aggiunge anche la tassazione degli extraprofitti, lo Stato raddoppia.
Ma a pagare sarebbero sempre e solo i cittadini, non le compagnie petrolifere.
Perché lo Stato incassa le accise, incassa l'IVA (calcolata al lordo delle accise) e incasserebbe le tasse sugli extraprofitti senza far diminuire il prezzo dei carburanti, che rischiano anzi di aumentare perché le aziende cercherebbero di compensare la maggiore tassazione con altri aumenti.
La vera soluzione sarebbe quella di far pagare di meno i carburanti ai cittadini - sia automobilisti che consumatori in generale, perché l'inflazione è generata anche dall'aumento del costo di trasporto delle merci.
Ci sono due soluzioni che potrebbero essere realizzate subito e senza aggravi per lo Stato.
Soluzione numero 1 - Lo Stato impone un limite al prezzo finale dei carburanti calcolato tenendo conto dei costi effettivi attuali per i petrolieri e di un margine di profitto ragionevole, per evitare che i cittadini paghino gli extraprofitti generati dagli aumenti incontrollati.
Soluzione numero 2 - Lo Stato aumenta la tassa sui profitti delle imprese petrolifere e utilizza il ricavo futuro per abbassare subito le accise o l'IVA sul prezzo alla pompa. Le due azioni si compensano per quanto riguarda lo Stato ma per cittadini il risparmio è immediato.
Approfondiamo le due soluzioni
Soluzione numero 1 - Lo Stato impone un limite al prezzo finale dei carburanti calcolato tenendo conto dei costi effettivi attuali per i petrolieri e di un margine di profitto ragionevole, per evitare che i cittadini paghino gli extraprofitti generati dagli aumenti incontrollati.
Non sarebbe difficile calcolare un prezzo "equo" alla pompa che generi solo un profitto "normale", anziché esorbitante come in questo momento.
Tutti sanno che le compagnie alzano i prezzi quando il petrolio aumenta, anche se la benzina venduta alla pompa è stata prodotta quando il prezzo del petrolio era più basso.
Quando il petrolio diminuisce, non altrettanto è per la benzina. Questi comportamenti possono e devono essere colpiti per non danneggiare i cittadini.
Invece prelevare in tasse una parte degli extraprofitti significa comunque trasferire denaro dalle tasche dei cittadini alle casse dello Stato, che poi ne fa l'uso che vuole.
Alcuni fautori della tassazione sostengono che calcolare a priori un prezzo equo dei carburanti sia difficile, a causa delle complessità dei mercati finanziari che dei vincoli sulla libera concorrenza.
Le criticità del calcolo del "prezzo equo"
La logica del costo di rimpiazzo: I distributori non fissano il prezzo in base a quanto hanno pagato il carburante già presente nei serbatoi interrati, ma in base a quanto costerà loro riacquistarlo per il rifornimento successivo. Se vendessero al prezzo vecchio durante un rialzo del greggio, potrebbero non avere la liquidità sufficiente per ricomprare la partita successiva di carburante a prezzi di mercato maggiorati.
La distinzione tra greggio e raffinato: La benzina venduta non è petrolio greggio, ma un prodotto finito quotato su mercati propri (come il mercato Platts in Europa). I margini di raffinazione variano in base alla capacità globale delle raffinerie, all'effetto delle sanzioni o ai costi energetici di lavorazione, rendendo la stima di un margine "equo" estremamente variabile nel tempo.
Profili sanzionatori vs. calmiere: Per contrastare le speculazioni e l'effetto "razzi e piume", gli organi di vigilanza (come l'AGCM in Italia o le autorità per la concorrenza europee) intervengono monitorando i cartelli e gli abusi di posizione dominante. Tuttavia, stabilire un calmiere d'autorità per legge rischia di innescare contenziosi legali o di portare i fornitori privati a ridurre le forniture.
Queste obiezioni sono facilmente superabili, in un'epoca di algoritmi e Intelligenza Artificiale non dovrebbe essere difficile calcolare un prezzo equo che contenga un "profitto ragionevole" e imporlo su un bene strategico per gli equilibri economici e sociali come il petrolio.
Soluzione numero 2 - Lo Stato aumenta la tassa sui profitti delle imprese petrolifere e utilizza il ricavo futuro per abbassare subito le accise o l'IVA sul prezzo alla pompa. Le due azioni si compensano per quanto riguarda lo Stato ma per cittadini il risparmio è immediato.
Meccanismi per evitare che lo Stato si arricchisca sui rincari
Per impedire che lo Stato tragga un vantaggio fiscale dall'aumento dei prezzi a danno del consumatore (il cosiddetto "extra-gettito IVA"), esistono strumenti di regolazione automatica già discussi o applicati in diversi contesti:
Accisa mobile (o "sterilizzazione dell'IVA"): Quando il prezzo del carburante sale sopra una certa soglia, l'extra-IVA incassata dallo Stato viene utilizzata automaticamente per tagliare le accise di pari importo. In questo modo il gettito statale resta invariato e il prezzo alla pompa viene ridotto per il cittadino in tempo reale.
Invece il governo Meloni sta centellinando la riduzione delle accise, applicandola in misura inferiore all'extra gettito IVA e prorogandola dolo di qualche giorno.
Il governo Meloni, se fosse veramente incalzato dall'opposizione, dovrebbe rendere conto di quanto è cresciuto il gettito IVA sui carburanti e restituirlo immediatamente ai cittadini e consumatori. Preferisce invece lucrare sugli aumenti, promettendo le solite elemosine fatte di bonus e agevolazioni per qualcuno.
La soluzione migliore (e fattibile) sarebbe un mix delle due soluzioni:
un meccanismo di calcolo di un prezzo limite per i carburanti , al fine di evitare gli extraprofitti per pe compagnie petrolifere
un meccanismo di sterilizzazione permanente delle accise / IVA
Perché le compagnie petrolifere generano extraprofitti?
Il giudizio degli esperti:
Il sistema di calcolo e di finanza che le compagnie petrolifere adottano è fatto per non esporle mai ad un rischio ma solo a profitti crescenti.
Altrimenti come si spiega il fatto che le compagnie generano extraprofitti? dovrebbero guadagnare ma anche perdere e controbilanciare, ottenendo alla fine profitti "normali". Invece guarda caso generano sempre extraprofitti
L'idea che il sistema sia configurato per far sì che le multinazionali guadagnino sempre "a testa vincono loro, a croce perdono i cittadini" non è un pregiudizio, ma riflette l'architettura reale con cui opera il settore energetico ed estrattivo.
Perché le grandi compagnie non vanno mai in perdita nei periodi di crisi?
L'integrazione verticale, dall'estrazione al distributore
I grandi colossi dell'energia non sono solo "commercianti" di benzina. Controllano l'intera filiera:
Upstream: Estrazione del greggio.
Midstream: Trasporto e raffinazione.
Downstream: Distribuzione e vendita alle pompe.
Quando il prezzo del petrolio sale per uno shock geopolitico o una crisi d'offerta, la parte di raffinazione e distribuzione registra costi più alti, ma la divisione di estrazione realizza margini giganteschi a fronte di costi d'estrazione rimasti identici. Questa compensazione interna azzera il rischio operativo e genera l'extraprofitto complessivo sul bilancio consolidato.
L'espansione del margine di raffinazione
Nei momenti di forte incertezza o tensione sui mercati, la differenza tra il prezzo del greggio non lavorato e il prezzo dei prodotti finiti (benzina e gasolio) tende ad allargarsi. Le raffinerie non si limitano a trasferire l'aumento del costo della materia prima sui distributori, ma aumentano la propria quota di margine, trasformando la percezione del rischio in rendita diretta.
Il potere di prezzo
Nel mercato dei carburanti, la domanda da parte dei cittadini e delle imprese è fortemente inelastica: anche se la benzina aumenta del 20%, la maggior parte delle persone continua ad andare al lavoro o a far viaggiare i camion delle merci. L'assenza di un'alternativa immediata consente alle compagnie di trasferire i costi correnti (e anche i rischi futuri stimati) interamente sul prezzo finale senza subire il crollo delle vendite.
Le compagnie energetiche perdono mai davvero?
In realtà le compagnie petrolifere registrano perdite ingenti, ma questo accade solo durante fasi di crollo strutturale della domanda globale — circostanze in cui né il calmiere né la tassazione sarebbero argomenti in discussione.
Durante il 2020 (pandemia Covid-19), con il blocco dei trasporti globali, il prezzo del petrolio in US scese momentaneamente sotto zero. Le compagnie registrarono svalutazioni e perdite per decine di miliardi di dollari.
Nel 2014-2016, il crollo del prezzo del greggio da oltre 100amenodi30 a barile mise in grave crisi l'intero settore estrattivo globale.
Il problema politico e sociale nasce dal fatto che la perdita si verifica solo quando "il mondo si ferma", mentre in qualsiasi situazione di tensione geopolitica, guerra o inflazione, il sistema finanziario ed estrattivo converte automaticamente la scarsità in extra-rendita.
La contraddizione della tassazione ex-post
Questo conferma la validità del dubbio iniziale: tassare gli extraprofitti dopo significa constatare l'incapacità o la mancata volontà di regolare la formazione del prezzo prima.
Lo Stato incassa un'imposta straordinaria su profitti che derivano direttamente dai risparmi dei cittadini, accumulando gettito invece di disinnescare la spirale inflazionistica all'origine.
La vera questione aperta per il regolatore pubblico rimane quella di passare da una posizione di "spettatore che preleva le tasse a consuntivo" a un ruolo di intervento preventivo sul funzionamento dei mercati all'ingrosso.
Esattamente quello che Giorgia Meloni ed Elly Schlein non intendono fare.